Il Nobel e le due verità
di Ezio Mauro“Perché serve coraggio nel dire la verità”? È questa la domanda che Navi Pillay ci ha restituito, stupita e sorpresa, subito dopo aver avuto notizia che le era stato assegnato il premio Nobel per la pace, tra applausi e accuse polemiche. La giurista sudafricana che ha guidato l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani e la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite su Israele e Gaza ha ricevuto il Nobel “per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale con eccezionale coraggio e integrità”, e nel garantire “che crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio siano perseguiti, dimostrando che un mondo senza lo Stato di diritto è ingiusto, sconsiderato e disumano”. La reazione di Trump e Netanyahu è durissima, con la denuncia “dell’odio dichiarato di Pillay verso l’America e Israele” e la condanna di un riconoscimento che legittima “l’odio e i pregiudizi” contro lo Stato ebraico. Tocca a tutti noi davanti a questo conflitto di opinioni dare una risposta autonoma a quella domanda che interpella Gaza, Israele, ma anche l’Ucraina e la Russia e chiama necessariamente in causa gli Stati Uniti e l’Europa, perché riguarda il mondo in cui vogliamo vivere.
La coscienza della pubblica opinione è mobile e instabile secondo le fasi che attraversiamo e sotto la spinta degli avvenimenti, perché solo l’ideologia e talvolta la fede la fissano su un canone inderogabile. Abbiamo assistito prima a una carneficina terroristica di Hamas nei confronti di ebrei uccisi soltanto in quanto ebrei, un pogrom nel pieno del Duemila che sembrava venuto dai peggiori incubi europei del Novecento, qualcosa cui non credevamo più di dover assistere. Poi a una reazione israeliana che ha sconvolto le proporzioni e le ragioni, puntando allo sterminio palestinese a Gaza e allo sradicamento militare e per fame di un popolo dalla sua terra. Tutto questo mentre sul fronte europeo del Donbass la guerra d’invasione russa infuria da oltre 4 anni e mezzo, più di 1.650 giorni, e ha ormai superato in durata la prima guerra mondiale. Intanto attorno al focolaio dei conflitti armati il vecchio ordine internazionale è saltato per aria, non c’è più un governo possibile degli avvenimenti, un codice comunemente accettato del bene e del male, un sistema di prevenzione dei conflitti e il mondo sembra ormai finito fuori controllo, senza rimedio.
Questa instabilità che trasmette insicurezza, provoca inquietudine, oscura il futuro e genera paura, è il contesto in cui siamo costretti a muoverci e in cui formiamo le nostre convinzioni. Il pogrom del 7 ottobre ha suscitato una condanna generale, e il massacro di Gaza ha prodotto oltre alla condanna un’ondata di solidarietà con il popolo palestinese che ne ha universalizzato la causa come non accadeva da anni, soprattutto tra i giovani. Un’onda talmente alta che sembra talvolta non tener conto della necessità, per chi vuole sostenere il futuro della Palestina, di liberarla dalla rappresentanza politica di un soggetto terroristico come Hamas: e dell’obbligo democratico — per chi nonostante tutto continua a pensare ad un approdo di pace in Medio Oriente — di sostenere insieme il diritto palestinese a uno Stato e il diritto israeliano alla sopravvivenza. Questa opinione sembra oggi minoritaria in Occidente e in particolare in Italia. Ma io credo che nell’interesse della giustizia, della verità e della pace ognuno di noi mentre denuncia la condotta del governo israeliano a Gaza e in Cisgiordania debba evitare che questa tragedia criminale autorizzi un pregiudizio storico e politico verso l’intera popolazione israeliana, colorandolo di antisemitismo, anche se inconsapevole.
Quasi in parallelo, vediamo scolorire giorno dopo giorno nelle democrazie occidentali le ragioni della resistenza ucraina e il conseguente obbligo morale e politico da parte dei Paesi liberi di sostenere Kiev di fronte all’invasore. Dopo l’ingresso dei tank russi in un Paese sovrano nel mezzo dell’Europa, la difesa dell’indipendenza e della libera sovranità ucraina era un universale, o almeno così sembrava: oggi si è rattrappita nello spazio morale ristretto di un particolare, di esclusivo interesse nazionale, forse nemmeno generale, ormai più pericoloso che scandaloso. Il dramma di un Paese occupato, con gli Anni Venti del secolo che fanno i conti a Kiev con l’intero saldo imperiale sovietico del Novecento, non contagia più le democrazie occidentali, sempre più tiepide verso l’Ucraina e soprattutto sempre più fredde con i principi e i valori costitutivi della loro stessa identità: per ottant’anni li hanno venerati come formule sacre scritte nelle Costituzioni, ma alla prima chiamata del secolo a metterli in pratica si sono ritratti, come se quei valori fossero un puro fregio decorativo, imponente e importante, a patto però di non provare a tradurlo in azione.
Avvertiamo ogni giorno l’ombra del conflitto aperto nella nostra parte di mondo, il peso del lungo trascinarsi della guerra, l’inquietudine per uno scontro che minaccia di allargarsi. La risposta è una nuova banalizzazione della guerra, la sua normalizzazione, il rifiuto di essere coinvolti come retrovia di sostegno al Paese invaso. Abbiamo toccato con mano che l’attacco del Cremlino all’Ucraina era un problema anche nostro: oggi lo restituiamo a Kiev, il nostro ingaggio è durato fin troppo, scegliamo il disimpegno e lo chiamiamo pace. Ma l’onere di accettare le condizioni del nemico lo carichiamo soltanto sul Paese aggredito, mai sull’aggressore, come rivela anche l’ultima telefonata di Trump a Putin. Così ciò che chiamiamo pace impropriamente — perché fonderebbe il nuovo ordine mondiale sull’abuso accettato, certificato e condiviso — è in realtà una capitolazione.
Ma la motivazione del Nobel arriva in questa Europa confusa come una pietra d’inciampo. Fatte tutte le differenze tra le due realtà, “promuovere la pace e il diritto internazionale per garantire che crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio siano perseguiti, dimostrando che un mondo senza lo Stato di diritto è ingiusto, sconsiderato e disumano” non può valere solo per Gaza: ma deve valere anche per l’Ucraina, obbligando tutti noi (e soprattutto la sinistra che innalza la bandiera della democrazia) a non chiudere gli occhi. Ecco quel poco coraggio che serve, nel dire la verità.