Meno fondi per l’educazione al rispetto e contro la violenza di genere nelle scuole. La legge di bilancio aveva previsto 9 milioni di euro l’anno: 7 milioni per attività educative nelle scuole e 2 milioni per i percorsi formativi, il monitoraggio e il confronto affidati a Indire (Istituto nazionale documentazione innovazione ricerca educativa). Vengono sottratti e destinati al cyberbullismo 4 dei 7 milioni; gli altri 3 vengono trasferiti agli Uffici scolastici regionali, con i 2 milioni prima indirizzati a Indire. Il risultato è chiaro: le risorse specificamente destinate alla formazione nelle scuole per la prevenzione della violenza di genere passano da 9 a 5 milioni. Il decreto elimina anche il ruolo di Indire nella gestione di una parte dei fondi. Si rinuncia a una sede nazionale di confronto, valorizzazione delle esperienze e diffusione delle buone pratiche, che aiuti a sviluppare una cultura dell’equità, superando la frammentarietà. Dopo il danno, dunque, anche la beffa, con il t…
Meno fondi per l’educazione al rispetto e contro la violenza di genere nelle scuole. La legge di bilancio aveva previsto 9 milioni di euro l’anno: 7 milioni per attività educative nelle scuole e 2 milioni per i percorsi formativi, il monitoraggio e il confronto affidati a Indire (Istituto nazionale documentazione innovazione ricerca educativa). Vengono sottratti e destinati al cyberbullismo 4 dei 7 milioni; gli altri 3 vengono trasferiti agli Uffici scolastici regionali, con i 2 milioni prima indirizzati a Indire. Il risultato è chiaro: le risorse specificamente destinate alla formazione nelle scuole per la prevenzione della violenza di genere passano da 9 a 5 milioni. Il decreto elimina anche il ruolo di Indire nella gestione di una parte dei fondi. Si rinuncia a una sede nazionale di confronto, valorizzazione delle esperienze e diffusione delle buone pratiche, che aiuti a sviluppare una cultura dell’equità, superando la frammentarietà. Dopo il danno, dunque, anche la beffa, con il taglio dei già irrisori fondi. Sì, perché il danno c’era già stato e riguardava due cose fondamentali. Il divieto dell’educazione sessuale nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie e il consenso dei genitori nelle scuole secondarie. Mentre i dati dell’Istat ci segnalano che la violenza entra precocemente nella vita delle ragazze, che cosa si fa? Si riducono le risorse destinate a prevenirla e si privano le bambine e le ragazze di interlocutori preziosi all’interno della scuola. L’8,2% delle donne italiane dichiara di aver subito almeno una violenza sessuale prima dei 16 anni. Il 15% se consideriamo anche la violenza fisica. E non si tratta solo di adolescenti, l’8,2% colloca il primo episodio addirittura prima dei 6 anni. La violenza, nella maggior parte dei casi proviene da parenti, amici di famiglia e conoscenti. In più la maggioranza delle vittime non ne ha parlato con nessuno, quando è avvenuta. E allora chi dà voce a quella bambina che non riesce a parlarne? Chi le insegna che il suo corpo è suo e può chiedere aiuto? Chi le spiega che nessuno ha il diritto di toccarla o le dà le parole per riconoscere un abuso? E soprattutto chi le fa capire che può dire no e le insegna che una richiesta di immagini intime non è un gioco? La risposta non può essere soltanto la famiglia. Non perché la famiglia non sia fondamentale. Ma perché sappiamo dai dati che proprio dentro le relazioni familiari e di fiducia può annidarsi la violenza. Che cosa succede alla bambina che proprio dalla famiglia non può essere protetta, a quella abusata da genitori o parenti che non daranno mai il consenso? E a quella che ha paura di parlare e che assiste ogni giorno alla violenza del padre sulla madre? Dobbiamo davvero dirle che prima di poter ricevere a scuola gli strumenti per comprendere il proprio corpo, i propri confini, il rispetto e la violenza serve il consenso dell’adulto che potrebbe non essere in grado di proteggerla? La protezione delle bambine e adolescenti non può coincidere con la sottrazione degli strumenti di consapevolezza, e di educazione e con il loro indebolimento, tagliando i fondi. Ciò significa abbandonare la bambina al suo destino. La scuola non può e non deve abdicare al proprio ruolo educativo . Deve essere uno dei luoghi in cui una bambina e un bambino possano trovare una parola che a casa non trovano, una domanda che nessuno ha mai fatto loro, una persona possibilmente specializzata da un punto di vista psicologico , che sappia ascoltare, uno strumento per comprendere e per chiedere aiuto. Non si tratta di sottrarre i figli ai genitori. Si tratta di non lasciare soli i figli e le figlie quando gli adulti che dovrebbero proteggerli non riescono a farlo. Di insegnare, in modo adeguato all’età, il rispetto del corpo e della persona, i confini personali, il consenso, la differenza tra un gesto affettuoso e uno violento, la possibilità di dire no, la possibilità di chiedere aiuto. Non si possono abbandonare i bambini e le bambine più vulnerabili, solo perché si difende un familismo ideologico retrogrado.