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Francia, il cappello della politica sui giovani in piazza

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Da settimane, in Francia, liceali e studenti scendono in piazza e protestano contro condizioni di studio sempre più difficili: classi sovraffollate, edifici che cadono a pezzi, giornate di lezione interminabili, insegnanti che mancano. Per non parlare poi delle procedure di selezione per l’accesso all’università, gestite attraverso piattaforme online, Parcoursup e Mon Master, che sono diventate il simbolo di un sistema che, in nome della meritocrazia, rischia di ridurre le persone a punteggi e graduatorie. I ragazzi manifestano per difendere il proprio futuro e rivendicare un posto in una società nella quale non si sentono né ascoltati né riconosciuti. Ancora una volta, però, la loro voce rischia di non essere accolta. Non perché non si faccia sentire, ma perché gli adulti sembrano incapaci di ascoltarla senza cercare immediatamente di interpretarla, giudicarla o strumentalizzarla. Quando restavano chiusi nelle loro stanze o incollati agli schermi, li si accusava di essere disimpegnat…

Da settimane, in Francia, liceali e studenti scendono in piazza e protestano contro condizioni di studio sempre più difficili: classi sovraffollate, edifici che cadono a pezzi, giornate di lezione interminabili, insegnanti che mancano. Per non parlare poi delle procedure di selezione per l’accesso all’università, gestite attraverso piattaforme online, Parcoursup e Mon Master, che sono diventate il simbolo di un sistema che, in nome della meritocrazia, rischia di ridurre le persone a punteggi e graduatorie. I ragazzi manifestano per difendere il proprio futuro e rivendicare un posto in una società nella quale non si sentono né ascoltati né riconosciuti. Ancora una volta, però, la loro voce rischia di non essere accolta. Non perché non si faccia sentire, ma perché gli adulti sembrano incapaci di ascoltarla senza cercare immediatamente di interpretarla, giudicarla o strumentalizzarla. Quando restavano chiusi nelle loro stanze o incollati agli schermi, li si accusava di essere disimpegnati, viziati o capricciosi. Adesso che protestano, si trovano impigliati all’interno di uno scontro politico che non ha più niente a che vedere con le loro rivendicazioni.

Da un lato, c’è Jean-Luc Mélenchon che, con LFI, strumentalizza le proteste mobilitando i propri parlamentari e iscritti, alimentando il clima di tensione e, talvolta, giustificando gli atti di vandalismo e di violenza. Dall’altro, c’è Marine Le Pen che, con il Rassemblement national, punta il dito sugli episodi di violenze che hanno accompagnato alcune manifestazioni (tacendo però sull’uso della forza da parte della polizia), e invoca la necessità di ristabilire l’ordine. E così, mentre la politica cavalca l’onda in vista delle elezioni presidenziali, le ragioni iniziali della protesta passano in secondo piano.

Domenica scorsa, davanti a migliaia di militanti e simpatizzanti riuniti a Clermont-Ferrand, Mélenchon ha promesso l’abolizione di Parcoursup, rilanciato la proposta del voto a sedici anni ed elogiato la maturità politica e sindacale dei manifestanti, presentando la mobilitazione come il segnale di una contestazione più ampia delle politiche governative su cui LFI può contare per vincere le prossime elezioni. Ma una cosa è riconoscere che le rivendicazioni dei ragazzi hanno un significato politico, un’altra è pretendere di stabilire quale debba esserne il significato. Una cosa è offrire loro uno spazio affinché possano farsi ascoltare e smettere di essere invisibili, un’altra è parlare al loro posto. Del resto, anche la promessa di cancellare Parcoursup è una risposta troppo semplice a un problema molto più complesso: abolire una piattaforma non significa né risolvere le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione né costruire una scuola e un’università realmente inclusive. E se si vuole davvero dare una risposta seria alle rivendicazioni dei ragazzi non ci si può accontentare di promesse capaci solo di suscitare applausi. E la contraddizione non riguarda soltanto la politica. Anche nella mia università ci sono colleghi che soffiano sul fuoco della protesta, denunciano l’ingiustizia delle procedure di selezione e invitano gli studenti alla mobilitazione. Salvo poi essere i primi a utilizzare l’IA per valutare le candidature e decidere chi possa essere ammesso e chi no. Come se bastasse contestare un sistema per sottrarsi alla responsabilità di farlo funzionare ogni giorno.

Per non parlare poi delle conseguenze delle violenze alimentate dalla strumentalizzazione della rabbia giovanile. Ormai, sui giornali e in televisione, alle rivendicazioni sulla scuola e sull’università si sovrappongono le polemiche sui comportamenti di alcuni parlamentari, le accuse di violenza rivolte di volta in volta ai manifestanti e alla polizia, le invettive di LFI contro il Governo e quelle dell’estrema destra per ristabilire l’ordine. Conclusione: i giovani sono scomparsi dalla scena, resi nuovamente invisibili da uno scontro che non controllano più, trasformati ora in simboli della rivolta, ora in simboli del disordine.

Le ragazze e i ragazzi non sono solo il futuro della società: ne sono già il presente. Vivono le conseguenze delle nostre decisioni e subiscono le contraddizioni di un mondo che non hanno scelto, ma ereditato. E hanno quindi tutto il diritto di contestare le politiche portate avanti finora e di rivendicare uno spazio in cui possano riconoscersi e costruire il proprio futuro. Non perché i giovani, in quanto giovani, abbiano sempre ragione. Ma perché hanno il diritto di prendere la parola, di dissentire, di proporre cambiamenti e di immaginare una società diversa. La vera domanda che dovremmo porci davanti alle manifestazioni studentesche, allora, è se siamo capaci di rispettare la loro voce non solo senza soffocarla, ma anche senza appropriarcene e senza trasformarla in uno strumento delle nostre battaglie. Perché non c’è nulla di più contraddittorio che pretendere di difendere il futuro dei giovani e finire per giocare, sulla loro pelle, una partita nella quale la loro voce rischia ancora una volta di non contare nulla.

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