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Cpi, perché c’è bisogno di un arbitro

La sede della Corte penale internazionale all'Aia
La sede della Corte penale internazionale all'Aia (reuters)
Nel disordine di un mondo sregolato e nichilista c’è una disperata necessità di mediatori, di organismi neutri e terzi, di soggetti autorevoli e non settari

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Già in Rocky IV (1985) le regole tradizionali che dovrebbero amministrare anche gli scontri più brutali vacillano al punto che il russo Ivan Drago arriva a uccidere sul ring l’americano Apollo Creed: ma, poi, a prevalere nella sfida finale sarà ancora Sylvester Stallone, imponendo il ritorno alle regole classiche. A distanza di oltre quarant’anni, di quegli schemi e di quei codici nulla sembra sopravvivere: non gli arbitri ai bordi del quadrato, non i compromessi e le convenzioni.

Tuttavia, in un mondo completamente trasformato e reso indecifrabile, qualcosa sembra conservare una qualche vitalità: le Corti internazionali. E se volessimo misurare il ruolo e l’importanza di una istituzione sulla base della virulenza degli attacchi subiti e del numero e del peso dei suoi nemici, sarebbe impossibile negare la funzione fondamentale svolta nello scenario globale dalla Corte penale internazionale.

L’ostilità, per molti versi paranoide, della Russia di Vladimir Putin e degli Stati Uniti di Donald Trump rappresenta il certificato più affidabile del fatto che la Corte già ora costituisca un soggetto essenziale nella definizione dell’ordine mondiale, sottoposto oggi, come mai negli ultimi settant’anni, a lacerazioni destabilizzanti. La lamentazione sulla crisi del diritto interazionale è diventata, oltre che uno stucchevole genere letterario, il rifugio dei mascalzoni, che da quella crisi ricavano legittimazione morale e politica per qualunque ulteriore misfatto.

Le violazioni del diritto internazionale valgono a giustificare altre violazioni. L’inosservanza delle convenzioni contribuisce a rendere carta straccia altre convenzioni. È così che il diritto perde la capacità di operare nel merito delle controversie sovranazionali e di intervenire nei conflitti tra gli Stati. Di conseguenza salta qualsiasi vincolo nei rapporti globali e qualunque base legale di decisioni capaci di produrre effetti drammatici.

Quando si sente dire — forse un po’ retoricamente — che “oggi vince la legge del più forte” ci si dovrebbe sempre ricordare che radici e ragioni di questo disordine globale risiedono esattamente lì, nella crisi del diritto internazionale. Si tratta di un processo già visibile a metà degli anni Novanta, quando cominciano a perdere prestigio e autorevolezza tutte le istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite. E a indebolirsi tutti gli organismi destinati a svolgere un ruolo super partes, di terzietà e di mediazione.

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L’idea della Corte penale internazionale nasce allora nel cuore più doloroso di quella crisi, dove si consumano le conseguenze ultime — fatte di vittime e sangue — del trionfo della sopraffazione. Se il diritto internazionale si rivela incapace di prevenire tutto questo, si deve ripartire da dove l’ingiustizia non ha trovato né riparo né sanzione. Dunque, dall’individuazione e dalla punizione dei colpevoli.

Questo lo scopo di quel lungo e faticoso lavoro che vide protagonista Emma Bonino e che portò, tra la fine degli anni Novanta e i prima Duemila, all’istituzione della Corte penale internazionale: garantire il contrasto e la repressione di crimini considerati contro la comunità internazionale. Crimini che, avrebbe detto Hannah Arendt, per l’incommensurabilità del male che esprimono, «non si possono punire né perdonare» e che danno vita a una «giustizia dell’inumano» (Mireille Delmas-Marty).

La Corte, dal momento che giudica i singoli e non gli Stati (diversamente dalla Corte internazionale di giustizia dell’Onu), ha la funzione di reprimere crimini il cui accertamento potrebbe risultare precluso da immunità o altre prerogative proprie dei ceti dominanti. Così ha operato nel corso di due decenni: ha emesso mandati d’arresto, attivato procedimenti giudiziari, protetto vittime e testimoni, condannato gli autori di crimini di guerra e contro l’umanità come in Sudan, in Uganda, nella Repubblica Democratica del Congo e in altri Paesi ancora. Ha impiantato, cioè, un po’ di giustizia laddove dominava l’ingiustizia assoluta.

E, tuttavia, la Corte è bersaglio di una potente opera di denigrazione da parte della destra internazionale, e di aperto boicottaggio, che arriva fino alla persecuzione dei suoi esponenti più rappresentativi. E questo a causa di una indecente manomissione dei fatti. Un esempio solo: ha suscitato enorme scandalo il mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, ex ministro della Difesa israeliano ma, nel denunciare la cosa, si è omesso di ricordare, quasi sempre, che analoghi e contemporanei mandati di arresto sono stati spiccati nei confronti di tre massimi esponenti di Hamas.

C’è da augurarsi che il Nobel per la Pace assegnato a Navi Pillay, vergognosamente ritratta come una impenitente antisemita dai giornali italiani filo-governativi, porti un po’ di verità. Abbiamo bisogno come il pane di organismi di garanzia. Sarà il loro sviluppo e il loro rafforzamento a renderli sempre più imparziali e affidabili. Nel disordine di un mondo sregolato e nichilista, c’è una disperata necessità di arbitri e mediatori, di organismi neutri e terzi, di soggetti autorevoli e non settari. La guerra di tutti contro tutti che logora ogni schema di gioco e consuma ogni norma di comportamento rassomiglia ai preliminari di un processo di autodistruzione.

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