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A cosa può portare l’ostilità tra Conte e Renzi

Matteo Renzi (lapresse)

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Il punto di Folli del 15 ottobre 2026
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Lo strano caso dell’ostilità tra Renzi e Conte sta assumendo il profilo di un giallo politico di qualche interesse. Un giallo la cui soluzione è destinata a restare nell’ambiguità. Il primo personaggio, Renzi, fa di tutto per farsi ammettere nella coalizione di centrosinistra — come sembra deciso da tempo, grazie alla volontà di Elly Schlein-, consapevole che il suo 2,5 per cento è essenziale per raggiungere la soglia del 42 per cento: il magico tetto che fa scattare il premio di maggioranza. Il secondo, Conte, ne fa invece il bersaglio di una polemica continua, conscio che buona parte dell’elettorato Cinque Stelle non vuole sentir parlare dell’avversario numero uno, l’uomo che provocò la caduta del secondo governo guidato dall’avvocato pugliese e aprì la via di Palazzo Chigi a Mario Draghi.

Se fosse solo in questi termini, il problema sarebbe risolvibile e forse lo sarà. Ma c’è dell’altro. Intanto bisogna notare che finora non è mai stato posto un vero e proprio veto su Renzi e Ital…

Lo strano caso dell’ostilità tra Renzi e Conte sta assumendo il profilo di un giallo politico di qualche interesse. Un giallo la cui soluzione è destinata a restare nell’ambiguità. Il primo personaggio, Renzi, fa di tutto per farsi ammettere nella coalizione di centrosinistra — come sembra deciso da tempo, grazie alla volontà di Elly Schlein-, consapevole che il suo 2,5 per cento è essenziale per raggiungere la soglia del 42 per cento: il magico tetto che fa scattare il premio di maggioranza. Il secondo, Conte, ne fa invece il bersaglio di una polemica continua, conscio che buona parte dell’elettorato Cinque Stelle non vuole sentir parlare dell’avversario numero uno, l’uomo che provocò la caduta del secondo governo guidato dall’avvocato pugliese e aprì la via di Palazzo Chigi a Mario Draghi.

Se fosse solo in questi termini, il problema sarebbe risolvibile e forse lo sarà. Ma c’è dell’altro. Intanto bisogna notare che finora non è mai stato posto un vero e proprio veto su Renzi e Italia Viva. Sarebbe contro le regole basilari di una coalizione e Conte è troppo astuto per cadere in una simile trappola. Nessun veto esplicito, dunque, ma un incessante lavorio ai fianchi, volto a ridimensionare fino all’insignificanza il ruolo di Renzi. Il quale accetta molto, anche quasi tutto, pur di essere aggregato alla nave del “campo largo”. Elly Schlein gli fa da sponda, convinta che la voce renziana, aldilà di una percentuale piccola ma utile, porta anche l’eco — magari solo l’eco — di una posizione più moderata rispetto al radicalismo rivendicato dall’alleanza Pd-Avs-M5S.

Poi non c’è solo Renzi: alcune figure che si collocano al “centro”, da Ruffini a Gabrielli, fino a +Europa di Magi e Della Vedova potrebbero essere disponibili per un’intesa all’interno dell’alleanza più larga. Ma è ancora tutto da vedere: le alchimie sono complesse e i seggi a disposizione saranno abbastanza scarsi. Renzi, come è noto, non è secondo a nessuno quanto a furbizia, nemmeno a Conte. Il suo obiettivo è entrare nel “campo” e tornare in Parlamento. A quel punto avrà spazio per manovrare e offrire alla segretaria del Pd le sue capacità tattiche al fine di aiutarla a tenere a freno l’ambizioso dinamismo di Conte.

Il quale, viceversa, non ha ancora deciso quale strada imboccare. Non a caso se le tiene aperte tutte. Può decidere all’ultimo di trasformare il mezzo veto a Renzi in un “no” pieno e intransigente. Può invece spingersi fino a un accordo, al momento improbabile, con la Schlein: sulla base di una spartizione di quote di potere governativo e istituzionale. Ma può anche sfilarsi da un “campo largo” nel quale non ha mai nutrito troppa fiducia. I pretesti non mancheranno, anzi si preoccupa egli stesso di disseminarne un certo numero lungo il tragitto di qui alle elezioni. Ce ne sono di vario tipo: l’indigesto Renzi, le armi da negare all’Ucraina, la politica estera troppo filo-occidentale, la Palestina da sostenere, le primarie da fare e come farle.

Conte si prepara a condizionare e se possibile dirigere il centrosinistra. Ma non esclude l’altra ipotesi: tirarsi fuori da un’alleanza scomoda se risultasse chiaro che la sua leadership non ha speranze d’imporsi. Questo potrebbe avvenire se fosse chiaro che il centrosinistra si avvia alla sconfitta. Sarebbe interesse di Conte e dei suoi non essere travolto da un’eventuale disfatta e anzi metterla in conto al solo Pd. Così da porsi nella condizione migliore per ricostruire — dall’opposizione, in questo caso — il campo progressista. Un termine quest’ultimo che piace ai “contiani” e che lascia intravedere un disegno da collocarsi nel prossimo futuro. La rottura con Renzi sarebbe sotto tale aspetto un perfetto “casus belli”. La revolverata di Sarajevo.

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