Meloni e il gioco delle due sedie
di Paolo GarimbertiÈ piuttosto scomoda la posizione di Giorgia Meloni, che rischia di cadere tra due sedie. Quella europea, dove si è sempre seduta con riluttanza, più per necessità che per virtù. E quella trumpiana, dove aveva sperato di accomodarsi con tutti gli onori, e un’eccessiva deferenza, ma è stata sbalzata dalle intemperanze del presidente americano, che hanno vanificato il suo piano di fare da ponte tra americani ed europei.
Questi nodi sono venuti al pettine nel suo discorso alle Camere alla vigilia del Consiglio europeo, che si svolge oggi e domani (giovedì 15 e venerdì 16 ottobre) a Bruxelles. La postura che ha assunto è barricadiera e difensiva sull’Europa, reminiscente in certi punti delle sue posizioni critiche dell’Unione europea prima di entrare a Palazzo Chigi. È una postura insolitamente aggressiva verso Trump e molto dura su Putin, che ha dato spunto a critiche pungenti dell’ineffabile Maria Zakharova, la portavoce del ministero degli Esteri russo, e gli elogiativi ringraziamenti …
È piuttosto scomoda la posizione di Giorgia Meloni, che rischia di cadere tra due sedie. Quella europea, dove si è sempre seduta con riluttanza, più per necessità che per virtù. E quella trumpiana, dove aveva sperato di accomodarsi con tutti gli onori, e un’eccessiva deferenza, ma è stata sbalzata dalle intemperanze del presidente americano, che hanno vanificato il suo piano di fare da ponte tra americani ed europei.
Questi nodi sono venuti al pettine nel suo discorso alle Camere alla vigilia del Consiglio europeo, che si svolge oggi e domani (giovedì 15 e venerdì 16 ottobre) a Bruxelles. La postura che ha assunto è barricadiera e difensiva sull’Europa, reminiscente in certi punti delle sue posizioni critiche dell’Unione europea prima di entrare a Palazzo Chigi. È una postura insolitamente aggressiva verso Trump e molto dura su Putin, che ha dato spunto a critiche pungenti dell’ineffabile Maria Zakharova, la portavoce del ministero degli Esteri russo, e gli elogiativi ringraziamenti del presidente ucraino Zelensky.
Per una singolare coincidenza, l’intervento di Meloni alle Camere è avvenuto lo stesso giorno in cui il Financial Times ha pubblicato una lunga intervista a Marine Le Pen, che è un manifesto del suo immutabile euroscetticismo (oltre che della sua freddezza verso Zelensky e l’opposizione alle sanzioni europee alla Russia). Alla domanda se, in caso di vittoria alle elezioni del prossimo anno, potrebbe fare lo stesso percorso di Meloni, «più moderata sull’Europa una volta diventata primo ministro quattro anni fa», Le Pen risponde (scegliendo con cura le parole, nota il giornale) che Meloni ha le sue «convinzioni politiche» che «non ha mai cambiato». Ma, aggiunge Le Pen, ha dovuto operare «in un ambiente condizionante».
L’europeismo a geometria variabile della presidente del Consiglio è venuto fuori in pieno nel discorso di ieri (14 ottobre) alle Camere. Il punto che dà la misura della temperatura politica di Palazzo Chigi verso Bruxelles è quando Meloni dice: «Perché l’Europa è più facilmente oggetto del mio intervento? Perché noi in Europa stiamo e l’Europa è dove possiamo incidere di più». Ma non è che questa Europa piaccia tanto all’inquilina di Palazzo Chigi, che rivendica, anche in qualità di «una nazione che ha fondato l’Europa», il diritto-dovere di dire «la propria per migliorare quello che in Europa non funziona».
Di fronte alla crisi che morde e alle richieste che Bruxelles non vuole esaudire, ecco che la colpa è in gran parte dell’Ue, della sua burocrazia che tarpa le ali alla crescita. Un vecchio cavallo di battaglia, che sembrava messo in un angolo con l’ascesa a Palazzo Chigi (come nota appunto il Financial Times), ma che ora torna anche per contingenze di politica domestica. Renzi ha ironicamente evocato l’immagine dell’avvocato di Gigi Proietti: quando le cose funzionano il merito è suo, quando non funzionano la colpa è degli altri.
Ma questo dover stare sulla sedia europea comporta inevitabilmente di non poter sedere anche su quella trumpiana, specialmente se non si è più tanto graditi. La critica al presidente americano per lo scellerato accordo sul diesel russo, più ancora che le durissime accuse alla Russia di Putin, è difatti quella che ha attirato l’attenzione e i titoli della stampa internazionale.
Però sull’Ucraina lo «stare in Europa» comporta per Giorgia Meloni un rischio, una sfida e un potenziale vantaggio in caso di elezioni. Il rischio è il fronte interno, dove deve confrontarsi con un alleato infido e palesemente filo-russo come Salvini e con un avversario minaccioso come Vannacci (e la presidente del Consiglio può parzialmente consolarsi che l’opposizione non sia messa meglio).
L’ambasciatore russo in Italia Aleksej Paramonov, uno tra i più vocianti putiniani tra i rappresentanti diplomatici di Mosca in Europa, in un’intervista alla Tass ha non a caso sottolineato che «è proprio attorno al tema dei rapporti con la Russia che si delinea una delle principali linee di frattura nel dibattito politico interno al Paese». Non ha fatto nomi o indicato partiti. Ma un mese fa, in un incontro a Milano con imprenditori italiani che operano in Russia, alla presenza di Salvini, aveva parlato di «un ritorno dell’establishment italiano al realismo, al pragmatismo e al buon senso».
La sfida è quale ruolo l’Italia di Meloni può avere se mai l’Europa dovesse entrare in una mediazione per far finire la guerra in Ucraina. Finora è stata tenuta ai margini dal quel formato E3 (Germania, Francia e Regno Unito) che ieri la premier ha contestato apertamente: «Se ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, allora è meglio che lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti».
È evidente che a Meloni — per restare nella metafora delle sedie — non è piaciuto lo strapuntino che le è stato riservato dai cosiddetti volenterosi. Ma è il prezzo delle esitazioni del governo e del Parlamento sugli aiuti all’Ucraina, sui quali siamo indietro perfino rispetto alla Spagna. E non bastano certo le parole di Meloni su Trump e Putin a cambiare il corso delle cose in Europa.
Ultimo, ma non secondario, il vantaggio. In un’eventuale campagna elettorale “l’europeismo” di Meloni sull’Ucraina potrebbe essere un asset a suo favore. Per questo, ma non solo per questo, sarebbe opportuno che il campo largo trovasse una posizione condivisa sulla Russia e sulla guerra in Ucraina. E possibilmente una posizione europea.