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L’Italia piegata dal caro tutto

Giorgia Meloni (ansa)

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Le cronache dal paese reale evidenziano una situazione drammatica: dalla rinuncia alle cure mediche alla povertà assoluta
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Cronache quotidiane dal Paese reale. Più di 6 milioni di italiani rinunciano alle cure mediche. Almeno 5 milioni e mezzo di italiani vivono in condizioni di povertà assoluta. Oltre 4 milioni e mezzo di pensionati, uno su tre, campa con un assegno da meno di 1.000 euro al mese. Circa 7 milioni di persone sono in difficoltà con i costi dell’affitto, mentre 3 milioni sono in stress abitativo per la rata del mutuo che gli mangia il 40 per cento del reddito. Un lavoratore medio guadagna 36.594 euro, contro i 66.700 del suo omologo tedesco. Nel frattempo, migliaia di studenti in tutte le città d’Italia scendono in piazza, insieme ai genitori e agli insegnanti, per chiedere fondi per l’istruzione pubblica e l’edilizia scolastica, per la quale spendiamo 58 miliardi, meno della metà degli interessi che paghiamo ogni anno per piazzare sui mercati il nostro debito. È dura per tutti, dalla Francia al Regno Unito, nel tempo delle guerre e delle crisi energetiche e climatiche. Ma per noi di più. Pe…

Cronache quotidiane dal Paese reale. Più di 6 milioni di italiani rinunciano alle cure mediche. Almeno 5 milioni e mezzo di italiani vivono in condizioni di povertà assoluta. Oltre 4 milioni e mezzo di pensionati, uno su tre, campa con un assegno da meno di 1.000 euro al mese. Circa 7 milioni di persone sono in difficoltà con i costi dell’affitto, mentre 3 milioni sono in stress abitativo per la rata del mutuo che gli mangia il 40 per cento del reddito. Un lavoratore medio guadagna 36.594 euro, contro i 66.700 del suo omologo tedesco. Nel frattempo, migliaia di studenti in tutte le città d’Italia scendono in piazza, insieme ai genitori e agli insegnanti, per chiedere fondi per l’istruzione pubblica e l’edilizia scolastica, per la quale spendiamo 58 miliardi, meno della metà degli interessi che paghiamo ogni anno per piazzare sui mercati il nostro debito. È dura per tutti, dalla Francia al Regno Unito, nel tempo delle guerre e delle crisi energetiche e climatiche. Ma per noi di più. Per carità, l’opposizione esagera: nessuna Apocalisse, non siamo il Sud Sudan e non viviamo nella Londra vittoriana di Dickens, dove i bambini morivano di fame agli angoli delle strade. Ma l’Italia vera, oggi, soffre e fatica. E con la crescita a zerovirgola e l’inflazione al 4,3%, i tassi che aumentano e lo spread che risale, può solo andare peggio.

Per questo stona parecchio lo storytelling felice e farlocco dell’Ucronia Meloniana. Un pianeta parallelo, dove il governo più forte e più longevo detta legge nel mondo e brucia primati perché “ha ritrovato la sua centralità”. E di fronte alle condizioni e ai bisogni materiali della gente stride ancora di più la misera manovretta economica che i patrioti al comando stanno impapocchiando nelle segrete di Palazzo Chigi. Un pannicello tiepido per un’Italia in ginocchio, piegata e piagata dal caro-bollette, dal caro-carburanti, dal carrello della spesa. Un ombrellino sghembo per un Paese che va incontro ai “nuvoloni” evocati dal mesto Giorgetti, nel deserto dell’aula sorda e grigia dove ormai non c’è più neanche il “bivacco di manipoli”. Solo 23 miliardi, di cui quasi metà concessi in altra flessibilità per energia e difesa dalla matrigna Europa, eretta ad apposito capro espiatorio dalla presidente del Consiglio. Per il resto, un brodino sciapo da dividere qua e là, un cucchiaio alle mamme lavoratrici e uno ai proprietari di case da ristrutturare, un altro per le imprese e un altro ancora per gli autonomi già beneficiati dalla Flat tax al 15%. Senza uno straccio di visione, ma con un’unica intenzione: conservare il minimo consenso rimasto.

E dunque. Bonus dentiere per i più anziani, con buona pace del disperato Salvini che ormai da 15 anni abbaia alla luna “aboliremo la Fornero!”. Tassa piatta al 5% sugli aumenti di stipendio per i più giovani, con tanti saluti ai ragazzi che il lavoro non ce l’hanno. Sconti sui bus per gli studenti, così la smettono di farsi prendere a manganellate dalla polizia. E per la sanità a pezzi, bonus Zerocalcare: “du’ spicci”, solo 2,4 miliardi, e cara grazia per Schillaci che ne chiedeva 6 e per la Fondazione Gimbe che ne indica 18, almeno per riportare il rapporto spesa/Pil ai livelli pre-Covid. Chi paga, per questa poca manna che cade dal cielo nero già in vista? Le banche, ca va sans dir: il salvifico tesoretto che i finti Robin Hood di Via della Scrofa e Via Bellerio invocano quando non sanno più che pesci pigliare: il mitico extra-profitto da tassare senza pietà, e che i signori del credito sgancino i soldi necessari a pagare le pensioni, gli ospedali, le scuole, le strade e forse anche le chiese. Lo ripetono da tre anni, questo falso grido di battaglia (alla faccia di Tajani che, in odor di Mediolanum, difende a spada tratta “il libero mercato”). E magari li tassassero davvero quegli utili, visto che finora il massimo che sono riusciti a tirare fuori dalla cassaforte delle banche è un acconto delle imposte comunque dovute, mentre non hanno neanche provato a cavare un euro dall’immensa rendita lucrata in concessione dai colossi dell’idroelettrico.

Non c’è poi da stupirsi, per una legge di bilancio così mediocre e rinunciataria. Meloni sconta oggi un tragico errore di calcolo commesso un anno fa. Allora la penultima manovra fu ancora più povera: 18 miliardi (diventarono 22 a fine percorso parlamentare). L’idea era quella di tenere stretti allora i cordoni della borsa, per poi riaprirli a manetta l’anno dopo, cioè adesso, per l’ultima maxi-manovra prima del voto. Una roba da venghino siori venghino: una ricca fiera di mance e prebende per tutti, anche in extra-deficit, per rivincere in carrozza le elezioni. Questo era il disegno: fallito “per colpa dell’Istat”, come ha detto la premier senza un briciolo di pudore. E invece: se abbiamo mancato l’obiettivo di un deficit inferiore al 3% — e per questo restiamo sotto procedura di infrazione Ue col divieto di fare nuova spesa in disavanzo — la colpa non è della statistica, è della politica. È il governo, nonostante la tanto conclamata stabilità, che in un’intera legislatura non ha portato a casa una sola riforma strutturale sul fisco, i salari e il lavoro, il Welfare. Non ha saputo affrancare famiglie e imprese dalla dipendenza energetica dai fossili, visto che metà dei nostri consumi elettrici li copre il gas che importiamo a prezzi salatissimi da Usa e Qatar. Non ha saputo fronteggiare il dramma dell’inverno demografico (che abbatterà la popolazione di 5 milioni di persone entro il 2050) e della fuga dei cervelli (che in dieci anni ha visto espatriare 100 mila giovani laureati). Non ha saputo aggredire i colli di bottiglia che frenano la produttività, più bassa da noi di 25 punti rispetto a Francia e Germania. Non ha saputo costruire un ecosistema in grado di spingere le aziende a crescere di dimensione, a innovare, a investire in tecnologie e intelligenza artificiale.

Sono mali atavici che ci portiamo dietro da decenni, e che neanche i governi precedenti sono stati in grado di curare (compreso l’ultimo guidato dal tecnico dei tecnici, Mario Draghi). Ma dalla sciamana alleata di Trump — che aveva promesso all’Europa “la pacchia è finita” e all’Italia “il miracolo sta per cominciare” — era legittimo aspettarsi molto più di questo accidioso galleggiamento. Da ormai quasi cinque anni, l’Underdog è riuscita a non sfruttare i 200 miliardi del Pnrr, anche quelli generosamente erogati dall’odiata Bruxelles. Si è limitata a rinnovare le misure altrui, dalle decontribuzioni Irpef ai micro-sconti sulle accise. Ha usato i 25 miliardi del fiscal drag succhiati dal ceto medio solo per coprire le spese correnti. E ha surfato sui noti vizi italici, il Pil parallelo del sommerso e dell’evasione, vellicato a colpi di condono. Ora, con questa manovrina da ultimi giorni di regime, è tardi per azzardare qualunque colpo d’ala, ammesso che le destre ne fossero capaci e non lo sono. C’è spazio solo per i micragnosi saldi di fine stagione. Con la solita, residua speranza: che i rissosi, irascibili, carissimi bracci di ferro del Campo largo riescano a non farla ricominciare.

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