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I nostri figli sconosciuti

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Mio figlio l’avrebbe fatto? È questo che mi sono chiesta dopo aver letto della terribile storia dei due ragazzi nella minicar. Avrebbe potuto esserci lui alla guida di quella macchina, o seduto dal lato passeggero, avrebbe potuto attentare alla vita di un uomo e poi scappare via? Ce lo siamo chiesti tutti, forse, perché essere genitori significa fare i conti con un’alea di inconoscibilità sulla vita dei nostri figli, coltivare in un angolo della mente un piccolo giardino degli orrori in cui certe cose — brutte, bruttissime — possono succedere.

Mi sono risposta che no, mio figlio non avrebbe potuto farlo perché lo conosco, ci parlo, cerco di essere partecipe della sua vita sperando di non essere invadente e di avere un diapason ben accordato sulle note del suo disagio. È quello che pensava anche la madre di uno dei due ragazzi, quello che non era alla guida, intervistata su Repubblica. Anche lei si sentiva vicina a quel figlio, tirato su tra sacrifici e buoni valori, anche lei non avev…

Mio figlio l’avrebbe fatto? È questo che mi sono chiesta dopo aver letto della terribile storia dei due ragazzi nella minicar. Avrebbe potuto esserci lui alla guida di quella macchina, o seduto dal lato passeggero, avrebbe potuto attentare alla vita di un uomo e poi scappare via? Ce lo siamo chiesti tutti, forse, perché essere genitori significa fare i conti con un’alea di inconoscibilità sulla vita dei nostri figli, coltivare in un angolo della mente un piccolo giardino degli orrori in cui certe cose — brutte, bruttissime — possono succedere.

Mi sono risposta che no, mio figlio non avrebbe potuto farlo perché lo conosco, ci parlo, cerco di essere partecipe della sua vita sperando di non essere invadente e di avere un diapason ben accordato sulle note del suo disagio. È quello che pensava anche la madre di uno dei due ragazzi, quello che non era alla guida, intervistata su Repubblica. Anche lei si sentiva vicina a quel figlio, tirato su tra sacrifici e buoni valori, anche lei non aveva mai immaginato di doverci entrare davvero in quel giardino di piante carnivore che ognuno di noi ha in fondo al cuore. E invece poi ha dovuto misurare lo iato incolmabile tra due verità, come se fossero due figli differenti: quello conosciuto e l’altro, l’estraneo che ha cresciuto.

Le parole di questa madre sono drammatiche, nel senso etimologico del termine, mettono in scena la tragedia di chi a un tratto deve tenere insieme il figlio noto e quello ignoto, l’innocente e il colpevole, la faccia che abbiamo visto crescere e su cui abbiamo imparato a leggere anche le bugie e quella del mentitore che nega, inizialmente, le sue responsabilità e alla fine confessa. È costernata, questa madre, delusa, chiede scusa anche a nome di suo figlio, ma soprattutto è stupita, continua a chiedersi perché, non smetterà mai, probabilmente. Da dove arriva il male, dove si originano la violenza, il desiderio di colpire, l’attrazione per il crimine?

Certo, ci sono le responsabilità della famiglia, e ci sono quelle della società, perché i figli dovrebbero appartenere a tutti e non solo a chi li ha messi al mondo. Lo Stato non può ricordarsi degli adolescenti soltanto quando diventano un problema di ordine pubblico, quando bisogna punirli, sorvegliarli, contenerli. Dovrebbe essere presente prima: nei luoghi in cui crescono, nella scuola, negli spazi di aggregazione, nelle occasioni di incontro e di partecipazione.

Eppure, io non credo che i ragazzi oggi siano peggiori di quelli del passato, non credo che ci troviamo di fronte a un’emergenza. Ci sono state generazioni molto più violente, ci sono stati, in ogni tempo, esponenti di una “gioventù bruciata” che ha giocato col fuoco e misurato sul metro della forza e della stupidità il proprio valore. Quello che accomuna oggi i diversi episodi che la cronaca registra è forse un’assenza, un vuoto, una mancanza di senso.

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I ragazzini che in una delle piazze più note di un quartiere borghese di Napoli, quello del Vomero, qualche sera fa hanno filmato un uomo riverso sull’asfalto dopo essere stato malmenato per aver difeso le due figlie da molestie e angherie ne sono solo un altro esempio. È la mia città, il mio quartiere, avrebbe potuto esserci mio figlio? Mi sarei trovata in bocca le stesse parole di quell’altra madre? Incredulità, dolore, senso di fallimento, e nello stesso tempo amore — sempre amore — per quel figlio deludente?

Le due storie, quella di Roma e quella di Napoli, si somigliano proprio nella loro insensatezza, nel fatto che la violenza, in entrambi i casi, sembra nascere come una pianta di cui non riusciamo a vedere le radici. Non c’è un motivo, il motivo è la noia, il motivo è quel vuoto, quell’interstizio cavo tra azioni e conseguenze, quell’incapacità di prevedere la ricaduta dei propri gesti che forse accomuna una generazione cresciuta in una realtà virtuale sempre più densa e invasiva rispetto a quella reale. Probabilmente i due in minicar credevano che fosse un gioco. Eppure quella madre pensava che al figlio fosse chiaro che cos’è un gioco e che cos’è un reato, invece non lo era. Stasera allora parlerò a mio figlio, dopo cena, quando le chiacchiere sembrano meno prescrittive e le resistenze all’ascolto sono più basse, e glielo chiederò se conosce la differenza tra uno scherzo e una violenza. Glielo spiegherò una volta in più, non si sa mai, a costo di annoiarlo, perché gli errori di gioventù sono quelli più duri da perdonare a se stessi.

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