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L’Occidente e il secondo fronte di Putin

Mosca, 16 ottobre: il presidente russo Vladimir Putin 
Il presidente russo, mentre è impantanato nella trincea della guerra in Ucraina, ha già vinto la grande battaglia di retrovia, quella diplomatica e mediatica. Che ha come posta in palio la pubblica opinione
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Come in un riflesso condizionato, in questo clima bellico l’Italia riscopre la tentazione di essere nuovamente terra di frontiera tra Est e Ovest, come nei decenni della guerra fredda. La faglia per ora sottile che però attraversa tutto l’Occidente, dividendolo, passa sul nostro Paese che a sorpresa si rivela più fragile, permeabile e instabile di quanto si poteva pensare soltanto qualche anno fa.

È esattamente qui, in Italia, che la faglia si sta allargando sempre più. Dietro la nobiltà dei concetti di “pace”, “trattativa”, “no al riarmo” e “ripudio della guerra”, declinati in termini assoluti e generali, prescindendo dalla realtà del campo di battaglia, c’è uno slittamento concreto di posizione, prudentemente mascherato ma ormai visibile a occhio nudo. Cresce la distanza da Kiev, con sempre maggior fastidio. Aumenta la vicinanza con Mosca, con sempre più interesse.

Per ora la linea di politica estera italiana non cambia. Ma in realtà il sentimento politico all’interno dei due poli…

Come in un riflesso condizionato, in questo clima bellico l’Italia riscopre la tentazione di essere nuovamente terra di frontiera tra Est e Ovest, come nei decenni della guerra fredda. La faglia per ora sottile che però attraversa tutto l’Occidente, dividendolo, passa sul nostro Paese che a sorpresa si rivela più fragile, permeabile e instabile di quanto si poteva pensare soltanto qualche anno fa.

È esattamente qui, in Italia, che la faglia si sta allargando sempre più. Dietro la nobiltà dei concetti di “pace”, “trattativa”, “no al riarmo” e “ripudio della guerra”, declinati in termini assoluti e generali, prescindendo dalla realtà del campo di battaglia, c’è uno slittamento concreto di posizione, prudentemente mascherato ma ormai visibile a occhio nudo. Cresce la distanza da Kiev, con sempre maggior fastidio. Aumenta la vicinanza con Mosca, con sempre più interesse.

Per ora la linea di politica estera italiana non cambia. Ma in realtà il sentimento politico all’interno dei due poli del Paese sta mutando, tanto da poter concludere che Putin, mentre è impantanato nella trincea di una guerra dove l’offensiva della Russia finora non è riuscita a scaricare tutta la sua potenza, ha già vinto la grande battaglia di retrovia, quella diplomatica e mediatica, che ha come posta in palio la pubblica opinione.

Il primo successo di Mosca è la rottura del fronte occidentale, il secondo fronte. All’inizio della guerra d’invasione in Ucraina il presidente russo denunciava «l’Occidente collettivo», considerando come vero avversario quel patto di civiltà che univa Europa e Stati Uniti nel sostegno ai valori della democrazia del diritto e dei diritti.

Oggi Putin ha cancellato quel termine dal suo vocabolario, per l’ottima ragione (dal suo punto di vista) che di «collettivo» tra Europa e Stati Uniti non è rimasto nulla, nemmeno il giudizio sulla guerra in corso, neanche il rispetto del codice democratico, neppure lo schema di difesa atlantica costruito come scudo per tutto l’Ovest. Siamo all’ultimo atto, anche se fingiamo di non accorgercene: dopo la fine di qualsiasi coscienza democratica «collettiva», sta andando in frantumi anche lo stesso concetto di «Occidente». Non sappiamo più cosa siamo e cosa vogliamo.

Leopoli (Ucraina), 17 ottobre: in piazza per chiedere la liberazione dei prigionieri ucraini detenuti in Russia 

Fortunatamente l’Italia mantiene la sua posizione sul conflitto tra Russia e Ucraina, appoggiando Kiev. Ma è giusto dire che questa tenuta è dovuta alla leadership di Giorgia Meloni sulla destra, nella consapevolezza della premier che la sua credibilità internazionale deriva dalla scelta netta di sostegno all’Ucraina fatta quattro anni fa. Da questa scelta discende un intero “pacchetto” di politica estera che ha sdoganato il governo agli occhi di americani ed europei, nonostante la provenienza di Meloni dall’eredità del post-fascismo.

Ecco perché la presidente del Consiglio gestisce in proprio la politica estera, insidiata dal filo-puntinismo di antica data di Salvini dentro la coalizione di governo, e all’esterno dall’obbedienza esplicita di Vannacci ai disegni del Cremlino: la premier non può permettersi di sbandare sull’Ucraina, a costo di entrare nuovamente in rotta di collisione con Trump.

La faglia, dunque, lavora a destra, costringendo la leader del governo a tenerla costantemente sotto controllo. Ma nessuno la controlla a sinistra, dove si allarga giorno dopo giorno, perché nel rimpallo procedurale sulle primarie manca intanto un’autorità legittima che eserciti la leadership in quella metà del campo. Nessuno può parlare per tutti, nessuno sa mettere a tacere gli altri, non c’è chi impersoni una linea egemone sulla guerra, pretendendo e ottenendo che quella linea — una volta discussa e approvata — sia rispettata dall’intera coalizione, con le libere differenze tra i diversi partiti, ma compatibili con una politica comune.

È inconcepibile che 105 anni dopo la scissione di Livorno la sinistra si divida ancora tra riformisti e massimalisti come se la lezione della storia fosse totalmente inascoltata: ma è ancora più incomprensibile che davanti all’impronta neo-autoritaria che la destra estrema sta lasciando sul mondo non ci siano comportamenti conseguenti nello schieramento opposto, subordinando gli interessi elettorali di parte all’interesse generale, che oggi è la difesa dei principi e degli istituti di democrazia liberale e dello Stato di diritto.

Roma, 16 ottobre: il corteo degli studenti (ansa)

Persi per strada i suoi idoli-demoni, preso atto che il tabernacolo infine è vuoto, la sinistra ha l’occasione storica di farsi forza garante della libertà per tutti, in quanto avversaria di ogni totalitarismo, di tutte le dittature, di qualsiasi imperialismo vecchio e nuovo.

È la lezione del Novecento ma è anche il patto morale scritto nelle Costituzioni del dopoguerra, in seguito alla Resistenza armata al fascismo e al nazismo. Poi ci sono stati i conti per troppo tempo irrisolti con il comunismo, finché la caduta del Muro ha presentato il saldo finale, anticipando materialmente il crollo del regime sovietico e di un’ideologia fatta Stato e Impero.

Non si può essere figli di due storie, vivere nel secolo erede della sconfitta dei totalitarismi (con lo svelamento e l’insegnamento che ne deriva) e tenere ancora un piede e una parte del cuore nel vecchio mondo, rifiutando la piena accettazione della democrazia. Perché questo è il vero nodo centrale da sciogliere: ci si allontana dal sostegno al più debole, all’aggredito, prima di tutto perché non si crede compiutamente nei valori della democrazia, e perché non ci si riconosce nella cultura dell’Occidente.

Qui, su questo punto della vicenda contemporanea, si saldano insieme gli obiettivi distinti e separati, ma convergenti, del trumpismo, del putinismo, del sovranismo della destra estrema di casa nostra e del “progressismo” populista dei Cinque Stelle. Tutti diversi tra loro: ma tutti uniti contro il sistema liberal-democratico, attaccato frontalmente da Putin, denunciato da Trump che opera quotidianamente per superarlo, smontato e corretto dalle politiche di Salvini e Vannacci, svillaneggiato dalla predicazione grillina che lo presenta come un grande inganno su scala italiana ed europea.

La parola “pace”, che appartiene a tutti gli uomini di buona volontà e non è esclusiva di qualcuno, non assolve dalla mancanza di responsabilità democratica. Quale pace, e a quali condizioni? Si può chiamare “pace” un nuovo ordine fondato sulla capitolazione e sulla consacrazione dell’abuso?

Il negoziato è indispensabile e dovrà costruire le condizioni per un sistema di sicurezza europeo che garantisca anche la Russia. Ma bisogna portare l’Ucraina viva al tavolo di trattativa (mentre invece la si disarma anche psicologicamente) e sapere in nome di quali principi e di quali valori negoziamo: perché se si smarrisce il canone democratico si entra nella terra di nessuno, dove i mezzi giustificano qualsiasi fine.

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