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La propaganda non cura la rabbia

(agf)

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Lettera aperta a Giorgia Meloni
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Gentile Presidente Meloni,

le scrivo pur sapendo in anticipo quale sarà la sua risposta. Siamo in campagna elettorale e lei continuerà ad insistere sulla presunta contiguità tra la sinistra e la violenza nelle piazze. È un copione che conosciamo bene entrambe.Ho deciso in ogni caso di scriverle, perché credo che, al di là della coltre asfittica del dibattito pubblico, lei possa comprendere ciò che ho da dirle. E perché il problema che abbiamo davanti è troppo serio per lasciarlo alla propaganda, la sua e quella di chiunque altro. Mi sono formata sulle teorie della non-violenza, approfondendo le pratiche della disobbedienza civile, e ho condannato più volte pubblicamente la violenza politica. Eppure la violenza a cui abbiamo assistito nelle piazze di ieri non ha nulla a che vedere con la dinamica politica che io e lei abbiamo conosciuto negli anni della nostra giovinezza. Allora, e fino a pochi anni fa, anche la violenza di piazza aveva un codice. Si manifestava attraverso soggettività…

Gentile Presidente Meloni,

le scrivo pur sapendo in anticipo quale sarà la sua risposta. Siamo in campagna elettorale e lei continuerà ad insistere sulla presunta contiguità tra la sinistra e la violenza nelle piazze. È un copione che conosciamo bene entrambe.Ho deciso in ogni caso di scriverle, perché credo che, al di là della coltre asfittica del dibattito pubblico, lei possa comprendere ciò che ho da dirle. E perché il problema che abbiamo davanti è troppo serio per lasciarlo alla propaganda, la sua e quella di chiunque altro. Mi sono formata sulle teorie della non-violenza, approfondendo le pratiche della disobbedienza civile, e ho condannato più volte pubblicamente la violenza politica. Eppure la violenza a cui abbiamo assistito nelle piazze di ieri non ha nulla a che vedere con la dinamica politica che io e lei abbiamo conosciuto negli anni della nostra giovinezza. Allora, e fino a pochi anni fa, anche la violenza di piazza aveva un codice. Si manifestava attraverso soggettività organizzate, era spesso più rappresentata che agita, quasi rituale, e nasceva da assemblee pubbliche in cui si discuteva, anche duramente, di obiettivi, di pratiche e di consenso. Erano, con tutti i loro limiti, e persino nei casi di esplicito riferimento alla rivolta o all’eversione (escluse ovviamente le organizzazioni terroristiche), dentro i codici della politica per come l’abbiamo conosciuta nella storia moderna e contemporanea. Lo sanno bene i funzionari della Digos, che nei decenni hanno saputo gestire persino gli scontri più duri: raccogliendo informazioni in anticipo, parlando con chi guidava i gruppi, trattando, talvolta stringendo inconfessati accordi nell’ombra o usando altrettanto incoffessati agenti infiltrati. La violenza era un momento prevedibile dentro una manifestazione e, proprio per questo, “governabile” o almeno “interpretabile”.Quello che vediamo oggi però è un’altra cosa. Sono le stesse forze di polizia a raccontarlo: non c’è un capo, non c’è un’organizzazione, non c’è una piattaforma di rivendicazioni, non c’è nessuno con cui parlare. C’è un nugolo di ragazzi, spesso giovanissimi, troppo spesso minorenni, che arriva in piazza richiamato da un appuntamento online convocato non si sa bene da chi e con un solo scopo principale: spaccare tutto.E dietro, negli strati profondi del web e dei social, in canali e chat che passano di telefono in telefono, circolano messaggi di rabbia e di violenza che non cercano interlocutori, non hanno alcuna elaborazione politica, non hanno alcun fine ‘organizzativo’.

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Troppo spesso purtroppo producono l’incontro con persone che selezionano i ragazzi più fragili e soli arrivando a minacciarne la salute psichica o a ricattarli. Lei sa, come lo sappiamo noi, che crescono non solo i riot di piazza, ma anche le reti online che istigano alla violenza suprematista, neofascista e nichilista. Questa non è la sinistra. È un vuoto che si apre quando la politica smette di parlare ai più giovani.Guardando a tutto questo si capisce che la repressione non può servire a risolvere il problema. I fatti lo dimostrano già. Il suo governo ha dedicato alla sicurezza una quantità di decreti senza precedenti, dal decreto rave al decreto Caivano fino ai diversi decreti sicurezza, con nuovi reati e nuove aggravanti. Eppure è proprio durante il suo governo che nelle piazze italiane è comparsa una forma di protesta che prima non conoscevamo, del tutto nuova e molto più violenta.Lo stesso vale per la scuola: il ministro Valditara ha moltiplicato le misure disciplinari, a partire dalla riforma del voto in condotta, con l’obiettivo dichiarato di riportare ordine e scoraggiare la partecipazione politica degli studenti. E proprio in questi anni abbiamo visto crescere in modo allarmante gli episodi di violenza: coltelli negli zaini, aggressioni a insegnanti, persino un ragazzo ucciso.Pubblicamente non lo ammetterà mai. Ma almeno in privato dovrebbe interrogarsi sul fallimento di questo approccio. Più stringete le maglie, più la rabbia trova strade che nessuno vede e nessuno governa.Il punto su cui dovrebbe riflettere è questo: ridurre gli spazi di partecipazione politica significa amputare una parte essenziale della cultura democratica dell’Occidente, che non è fatta solo di partiti e istituzioni, ma anche di movimenti di protesta, di liberazione, di emancipazione. È lì che una generazione impara che il conflitto si può nominare, organizzare, misurare sugli obiettivi e sul consenso che produce. Togliere quella palestra non cancella il conflitto: gli toglie la parola.Per questo, di fronte a queste violenze, lei dovrebbe fare l’esatto contrario di ciò che prevedibilmente farà. Dovrebbe incentivare la partecipazione politica nelle scuole. Garantire, anzi promuovere, le assemblee in ogni istituto, un diritto che le norme sugli organi collegiali riconoscono agli studenti dagli anni Settanta. Mettere aule a disposizione delle organizzazioni studentesche ovunque. Accettare autogestioni e occupazioni come parte della vita democratica di una scuola, senza che nessuno studente e nessuna studentessa rischi per questo la bocciatura.Perché è in quei luoghi che ragazze e ragazzi imparano che un bisogno, una rabbia, un senso di impotenza possono trasformarsi in azione collettiva, in rivendicazione, in parola politica. È lì che si trasmettono le culture politiche, della sinistra come della destra, e le regole non scritte che le tengono dentro il perimetro democratico. Fare il deserto intorno a quei luoghi non colpisce una parte politica: uccide le procedure stesse con cui la nostra democrazia si riproduce.Quelle violenze non sono figlie della sinistra, né di qualsiasi altra cultura politica di questo Paese. Sono figlie di altri processi: la solitudine digitale, la razzializzazione delle disuguaglianze, la povertà, l’esclusione. Processi che, se non contrastati, troveranno altre strade per esplodere.I giovani vanno ascoltati e sopratutto i problemi vanno risolti. Non si può pensare di chiudere ermeticamente il coperchio su una pentola che ribolle: al posto del vapore, prima o poi, arriva l’esplosione.

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