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Che equivoco quelle commissioni

È una degenerazione, ormai abituale, del senso più autentico della norma costituzionale, che avrebbe dovuto servire a indagare fenomeni complessi
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Ci vorrebbe un disegno di legge costituzionale di una sola riga: è abolito l’articolo 82 della Costituzione, quello che consente alle Camere di “disporre inchieste su materie di pubblico interesse”, concedendo per di più che le indagini dei parlamentari possano procedere “con gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria”. Una norma bellissima, scritta quando il Parlamento aveva un altro ruolo e i vertici della magistratura ancora portavano addosso l’olezzo del vecchio regime mussoliniano. Ma oggi?

La domanda è legittima alla luce dell’incredibile conclusione sbandierata da Gianluca Vinci, Fratelli d’Italia, il presidente della commissione che indaga sulla morte di David Rossi, ex responsabile della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena. Incredibile non perché le conclusioni siano campate per aria, pur se qualche legittimo dubbio potrebbe anche venire, a distanza di 13 anni dalla morte e dopo due inchieste della magistratura concluse con esito opposto. Incredibile per la …

Ci vorrebbe un disegno di legge costituzionale di una sola riga: è abolito l’articolo 82 della Costituzione, quello che consente alle Camere di “disporre inchieste su materie di pubblico interesse”, concedendo per di più che le indagini dei parlamentari possano procedere “con gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria”. Una norma bellissima, scritta quando il Parlamento aveva un altro ruolo e i vertici della magistratura ancora portavano addosso l’olezzo del vecchio regime mussoliniano. Ma oggi?

La domanda è legittima alla luce dell’incredibile conclusione sbandierata da Gianluca Vinci, Fratelli d’Italia, il presidente della commissione che indaga sulla morte di David Rossi, ex responsabile della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena. Incredibile non perché le conclusioni siano campate per aria, pur se qualche legittimo dubbio potrebbe anche venire, a distanza di 13 anni dalla morte e dopo due inchieste della magistratura concluse con esito opposto. Incredibile per la leggerezza con cui un esponente politico di maggioranza ha gettato in pasto all’opinione pubblica i nomi dei presunti mandanti e organizzatori di un omicidio — Giuseppe Mussari, ex presidente della banca “rossa” e Gabriele Ceccherelli, atleta del calcio storico fiorentino — , senza un processo e senza possibilità di difesa.

Una barbarie giuridica che, anche se fra dieci anni verrà fuori che i due sono effettivamente colpevoli al termine dei tre gradi di giudizio, fa a coriandoli il mantello garantista con cui al centrodestra piace ammantarsi. Oltretutto, sempre senza entrare nel merito della vicenda, è legittimo chiedersi se il cosiddetto grande accusatore di Mussari e Ceccherelli, risponda a quei criteri rigorosissimi stabiliti dalla Corte di Cassazione per dare credibilità a un pentito. Dov’è l’attendibilità di una persona che ha già subito condanne definitive per calunnia, dove sono la costanza del suo racconto e la presenza di “riscontri oggettivi esterni” a supporto del suo atto d’accusa?

Così, come se una commissione d’inchiesta fosse diventata un quarto grado di giudizio o, peggio ancora, un talk show del pomeriggio, due uomini — mai indagati dai pm, quelli veri — da oggi sono stati additati come assassini al grande pubblico. È una degenerazione, purtroppo ormai abituale, del senso più autentico della norma costituzionale, che avrebbe dovuto servire a indagare fenomeni complessi, anche criminali (pensiamo alla benemerita commissione P2 presieduta dalla democristiana Tina Anselmi), ma che, nel clima rancido della Seconda Repubblica, è stata trasformata in qualcosa di radicalmente diverso. Le commissioni d’inchiesta hanno imboccato una strada storta, diventando spesso la cassa di risonanza di complottismi appesi a indizi labili e prove friabili, come la Commissione Moro, arenatasi di fronte al segreto degli archivi Cia, Nato, Sovietici e chi più ne ha più ne metta. Arrivando al risultato paradossale di lanciare piste in tutte le direzioni, allontanando i riflettori dall’unica certa: le Brigate Rosse.

Oppure sono state usate dal centrodestra berlusconiano, e ora meloniano, come una clava politica contro gli avversari. A partire dalle commissioni Mitrokhin e Telekom Serbia, con le strampalate accuse a Romano Prodi, Lamberto Dini, Piero Fassino, Walter Veltroni, i leader dell’allora opposizione, di essere spie e tangentisti, una pratica degna dei regimi autoritari dove il governo chiama alla sbarra i suoi avversari. Fino ad arrivare alla commissione sul Covid, in cui i No Vax al governo oggi pretendono di processare chi stava al governo allora, Giuseppe Conte, e riuscì per primo a fronteggiare la pandemia, mentre le regioni amministrate dal centrodestra, Lombardia in testa, non riuscivano nemmeno a contare i morti. Il centrosinistra, sia chiaro, non è esente da colpe, ma almeno Luciano Violante, quando nel 1994 da presidente della commissione Antimafia imprudentemente si lasciò sfuggire con un giornalista il nome di Marcello Dell’Utri, corse a dimettersi. Non fece le card sui social.

Dunque, lasciamo serenamente negli archivi le commissioni d’inchiesta, restituiamo ai pm l’esclusiva delle indagini e rottamiamo senza rimpianti l’articolo 82. Vestigia di un tempo diverso, dove la verità dei fatti, o quanto meno una verità che tutti potessero condividere, era l’obiettivo comune delle forze politiche e il Parlamento non era ridotto a gabbia per i combattimenti del Fight Club.

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