✕

La grancassa dei decreti

Roma, 20 ottobre: Giorgia Meloni firma il decreto cortei (ansa)
Il governo Meloni promette sicurezza ma la sua azione normativa genera insicurezza. E usa la repressione giacché non sa fare prevenzione
3 minuti di lettura

Non è vero che i giornali non li legge più nessuno. Li leggono a palazzo Chigi, dal primo all’ultimo rigo. E dopo averli letti, decretano. Sarà per questo che si chiamano decreti legge: perché il governo legge le cronache del giorno, e le trasforma in un decreto.

D’altronde cominciò così l’avventura di questo esecutivo. Ottobre 2022: migliaia di giovani, italiani e stranieri, si radunano all’interno d’un capannone abbandonato a Cittanova (nei pressi di Modena), in occasione del fine settimana di Halloween. È un rave party, che manda in tilt il traffico stradale e diventa immediatamente una notizia. Sicché il governo Meloni battezza il primo decreto legge della sua (lunga) serie, introducendo uno specifico reato per punire l’invasione di terreni o di edifici. E quante volte è stato applicato il nuovo reato in quattro anni? Zero, zero tagliato. Ma che importa, ciò che conta è cavalcare la notizia, rigirarla a tuo vantaggio, gonfiare i muscoli dinanzi agli elettori.

Non è vero che i giornali non li legge più nessuno. Li leggono a palazzo Chigi, dal primo all’ultimo rigo. E dopo averli letti, decretano. Sarà per questo che si chiamano decreti legge: perché il governo legge le cronache del giorno, e le trasforma in un decreto.

D’altronde cominciò così l’avventura di questo esecutivo. Ottobre 2022: migliaia di giovani, italiani e stranieri, si radunano all’interno d’un capannone abbandonato a Cittanova (nei pressi di Modena), in occasione del fine settimana di Halloween. È un rave party, che manda in tilt il traffico stradale e diventa immediatamente una notizia. Sicché il governo Meloni battezza il primo decreto legge della sua (lunga) serie, introducendo uno specifico reato per punire l’invasione di terreni o di edifici. E quante volte è stato applicato il nuovo reato in quattro anni? Zero, zero tagliato. Ma che importa, ciò che conta è cavalcare la notizia, rigirarla a tuo vantaggio, gonfiare i muscoli dinanzi agli elettori.

No, non è un governo: è un edicolante. Che ha continuato a vendere carta stampata con il decreto Cutro (marzo 2023), inasprendo le pene contro gli scafisti e imprimendo una stretta alla gestione dei flussi migratori. Anche in quel caso, una notizia normativa per reagire a una notizia di cronaca: il naufragio d’un caicco davanti alla spiaggia calabrese di Cutro, che provocò 94 vittime fra i migranti che erano a bordo.

Oppure, altro episodio: il decreto Caivano, di pochi mesi dopo. Lo stupro di due cugine adolescenti da parte di altri adolescenti, la reazione inorridita dell’opinione pubblica, il decreto che introduce sanzioni contro i minorenni. Stravolgendo il sistema di giustizia minorile e sopprimendo in molti casi l’istituto della messa alla prova, uno strumento cardine per la rieducazione e il reinserimento sociale dei minorenni accusati di reati.

Milano, 18 ottobre: scontri in piazza del Duomo (agf)

Sicché adesso ci risiamo. Scendono in piazza gli studenti, protestando contro le condizioni della scuola italiana. A Milano e altrove, gruppi di teenager s’abbandonano a violenze, disordini, saccheggi. Una minoranza, rispetto alla gran massa della popolazione studentesca; ma questo comportamento criminale oscura le buone ragioni della protesta. L’esecutivo reagisce, come sempre, con un tic: l’ennesimo decreto. Trasformando il disagio giovanile in una questione d’ordine pubblico. E spingendosi a progettare una soluzione cilena, con i soldati autorizzati a compiere arresti nelle strade.

Non passa, Mattarella dice niet. Ma nel decreto cortei s’affaccia una nuova figura di reato: la «partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche», punita con cinque anni di galera. Viene introdotta una sfilza d’aggravanti. I minori fra i 14 e i 18 anni diventano perseguibili senza alcuna attenuante legata alla loro età. Infine, per sovrapprezzo, scatta l’arresto in «flagranza differita» e il fermo preventivo di 24 ore per i minorenni.

Domanda: ma prima di quest’ultima addizione al codice penale le manifestazioni violente erano lecite? La violenza veniva punita nelle case e premiata nelle strade? Vietata a 19 anni e consentita a 17? No, evidentemente. Così come è evidente il populismo — nella sua accezione deteriore — che sorregge queste iniziative normative.

Il capo dello Stato aveva chiesto al governo di non legiferare sull’onda dei fatti d’attualità, per quanto gravi e biasimevoli. Nulla da fare, anche perché le elezioni s’avvicinano, e bisogna accattivarsi gli elettori. Sennonché di quattrini per mance e regali ce n’è pochi, mentre confezionare l’ennesimo reato è gratis. Niente cassa, solo grancassa.

Tuttavia non è vero, non è affatto vero, che in questi casi manca un conto da pagare. Paga la certezza del diritto, paga la dignità della legislazione. «Le caratteristiche distintive della legge sono la generalità e la durata illimitata», stabiliva la Costituzione girondina del 1793.

Ma se le leggi si moltiplicano, se divengono pignole come atti notarili, se infine durano il tempo d’un fiammifero, nessuno potrà mai conoscerle, e dunque rispettarle. Nemmeno i giudici, con 35mila figure di reato in circolo nel nostro generoso ordinamento, cui s’aggiungono a settimane alterne nuovi delitti e nuove pene.

Servirebbe la memoria di Pico della Mirandola per tenerne il conto. E servirebbe un astrofisico per districarsi nella galassia del codice penale, dove — per dirne una — negli ultimi anni il delitto di omicidio si è smembrato nell’omicidio stradale, nel femminicidio, nell’omicidio nautico, cui sta per aggiungersi l’omicidio sul lavoro.

Da qui un doppio paradosso. Uno: il governo Meloni promette maggiore sicurezza, ma la sua azione normativa genera maggiore insicurezza. Nei rapporti giuridici, e perciò nella vita sociale.

Due: usa la repressione, giacché non ha saputo fare prevenzione. Ma pure la repressione dei decreti sicurezza fa cilecca, altrimenti non sarebbe necessario snocciolarli uno dopo l’altro. Sicché ogni nuovo decreto certifica il fallimento del decreto precedente. Contenti loro, scontenti noi.

Leggi i commenti