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Una disperata vitalità

Vetrine danneggiate dei negozi di Corso Garibaldi a MIlano

 (lapresse)

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La piazza, nell’epoca di Instagram e TikTok, è qualcosa che risente di questa condizione mediale: la politica deve mettersi in ascolto
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Subito dopo le violenze che in questi giorni hanno attraversato Milano e altre città, a Venezia è comparsa una scritta su un muro: «SI SACCHEGGIA IL LUSSO, SI GODE, SI MIAGOLA». È solo una delle tante manifestazioni di una specie di contagio che sta attraversando l’Italia, eppure mi sembra più indicativa di molte riflessioni a caldo lette in queste ore, che si limitano a gridare all’apocalisse e a invocare dure condanne per questi giovani delinquenti. La scritta fa riferimento a qualcosa che raramente ho sentito nominare, se non tra i miei coetanei: il godimento, la carica energetica. Nella violenza degli ultimi giorni c’è un’ebrezza del rovesciamento che la politica dovrebbe saper ascoltare, prima ancora di liquidarla. Appropriarsi del lusso, essere indecorosi, reclamare ciò che altrimenti sarebbe negato o inaccessibile significa rivendicare, a qualunque costo, il diritto al godimento in un’epoca di passioni tristi.

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Subito dopo le violenze che in questi giorni hanno attraversato Milano e altre città, a Venezia è comparsa una scritta su un muro: «SI SACCHEGGIA IL LUSSO, SI GODE, SI MIAGOLA». È solo una delle tante manifestazioni di una specie di contagio che sta attraversando l’Italia, eppure mi sembra più indicativa di molte riflessioni a caldo lette in queste ore, che si limitano a gridare all’apocalisse e a invocare dure condanne per questi giovani delinquenti. La scritta fa riferimento a qualcosa che raramente ho sentito nominare, se non tra i miei coetanei: il godimento, la carica energetica. Nella violenza degli ultimi giorni c’è un’ebrezza del rovesciamento che la politica dovrebbe saper ascoltare, prima ancora di liquidarla. Appropriarsi del lusso, essere indecorosi, reclamare ciò che altrimenti sarebbe negato o inaccessibile significa rivendicare, a qualunque costo, il diritto al godimento in un’epoca di passioni tristi.

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Sbaglia chi legge nelle manifestazioni cosiddette «non pacifiche» soltanto l’irruzione dell’irrazionale, da contenere e reprimere urgentemente. Sbaglia anche chi vi individua una inconsapevole ripetizione di rivoluzioni passate, la citazione accidentale di un repertorio già “datato”. I giovani non sono così idioti come vengono dipinti. Più che una riproposizione, le violenze di questi giorni somigliano a un travestimento, a un “cosplay” volontario della rivolta: indossare posture, gesti, formule pescate dal flusso (dal “feed”) infinito del passato (o di quanto accade altrove, come in Francia), senza ereditarne necessariamente un programma, senza aderire a un manifesto già scritto. Per il gusto di farlo. Per la rabbia di non riuscire a immaginare un’alternativa — continuando comunque a cercarla, entrando così in un processo condiviso. La piazza, nell’epoca di Instagram e TikTok, è qualcosa che risente di questa condizione mediale (molto più che “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”). Anche il maranza, in tale prospettiva, è un cosplay: una figura che si costruisce attraverso segni, oggetti, gesti, una maniera di occupare lo spazio e di farsi guardare. Una vita che si rende visibile attraverso la propria volontaria, per molti indecorosa caricatura. Come spiega Mattia Salvia in un suo libro recente, il cosplay si colloca dentro questa impasse: non c’è alternativa a ciò che esiste, eppure ciò che esiste non funziona. Non si può continuare così, ma non si sa come cambiare. Ciononostante, a differenza dei rappresentanti politici, per cui il cosplay è un modo per simulare una sicurezza fittizia (quante volte si è pensato a Meloni come nuova “Lady di ferro”?), i moti di questi giorni osano mostrare fino in fondo la propria ambiguità, la miscela di segni, strategie e immagini pescate ovunque. Ciò che emerge è una tensione: il desiderio di sottrarsi a un mondo che non offre alternative riconoscibili, anche quando non si riesce ancora a immaginare che cosa possa prenderne il posto.

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Forse è qui che la politica dovrebbe mettersi in ascolto, avvertire la tensione, senza trasformare la rabbia in un oggetto rassicurante, già classificato e dunque neutralizzato. Dovrebbe ascoltare il processo in corso, la domanda che non riesce a tramutarsi in domanda, la voglia di rovesciamento che non trova una forma stabile, il desiderio di entrare nella scena anche quando non si possiede una parte riconosciuta — ma la si assembla mettendo insieme i pezzi di mondo a cui si ha accesso (gruppi, bacheche, chat, forum, reel). Una specie di risposta virale: non un movimento unitario, ma la propagazione di posture, immagini, atti di insolenza, forme di rabbia, di opportunismo, di godimento che passano da un corpo all’altro, in modalità contraddittorie e molteplici. Vetrine rotte e miagolii. Di fronte alla repressione, alla sconsolatezza, alla rassegnazione, ai genocidi in atto, alle guerre, alla mancanza di senso ( e sì, persino di lusso!) nelle strade irrompe ancora un grido di disperata vitalità.

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