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Usa, l’invasione dei superpoteri

Donald Trump 

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Deviazioni del 25 ottobre 2026
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Martedì 4 novembre si celebra in America il rito delle elezioni parlamentari di mezzo mandato. Di norma, un tagliando per il presidente in carica, che si risolve spesso in una sconfitta più o meno marcata. Le cui dimensioni determinano il suo biennio successivo: leader in controllo del Congresso con cui contrattare la sua agenda o “anatra zoppa” in balìa degli eventi? Stavolta la posta in gioco va molto oltre lo standard. E anche oltre il futuro di Trump, capace, dopo due elezioni vittoriose inframezzate da un abortito quanto inaudito abbozzo di colpo di Stato, di coltivare l’ipotesi del terzo mandato. In barba alla corrente interpretazione della Costituzione, da lui subordinata alla propria “moralità”.

Per gli elettori statunitensi il 4 novembre è scandito in singolare assonanza con la Canción del Poder Popular intonata nei primi anni Settanta dal gruppo cileno degli Inti Illimani, cantori di Allende: “Perché stavolta non si tratta di cambiar presidente, sarà il popolo a costruire u…

Martedì 4 novembre si celebra in America il rito delle elezioni parlamentari di mezzo mandato. Di norma, un tagliando per il presidente in carica, che si risolve spesso in una sconfitta più o meno marcata. Le cui dimensioni determinano il suo biennio successivo: leader in controllo del Congresso con cui contrattare la sua agenda o “anatra zoppa” in balìa degli eventi? Stavolta la posta in gioco va molto oltre lo standard. E anche oltre il futuro di Trump, capace, dopo due elezioni vittoriose inframezzate da un abortito quanto inaudito abbozzo di colpo di Stato, di coltivare l’ipotesi del terzo mandato. In barba alla corrente interpretazione della Costituzione, da lui subordinata alla propria “moralità”.

Per gli elettori statunitensi il 4 novembre è scandito in singolare assonanza con la Canción del Poder Popular intonata nei primi anni Settanta dal gruppo cileno degli Inti Illimani, cantori di Allende: “Perché stavolta non si tratta di cambiar presidente, sarà il popolo a costruire un Cile ben differente”. Sostituiamo “cambiar” con “azzoppar”, Cile con Stati Uniti, Allende con Trump e abbiamo una colonna musicale che colora il senso del prossimo voto. Se come i sondaggi lasciano pensare The Donald perdesse la maggioranza sia alla Camera che al Senato, non solo il miraggio del terzo mandato sarebbe scongiurato, ma sarebbe avviata – anche se difficilmente conclusa – la procedura di impeachment. Il presidente si troverebbe a un bivio. Lottare due anni per sopravvivere – anche fisicamente, vista la frequenza con cui si è cercato di farlo fuori (per informazioni rivolgersi allo Stato profondo) – contro venti e maree, oppure rovesciare il tavolo. Accusare gli oppositori di brogli, fino a dipingere i democratici da insorti. Per rimetterli in riga con le armi dello Stato, almeno di quello che gli restasse fedele. Tradotto: guerra civile. Di imprevedibile intensità. Ma certamente sanguinosa, stante la vocazione violenta di buona parte del pubblico americano e delle collaudate milizie di determinato colore. Oltre alla mano pesante che gli apparati trumpiani – in collisione con quelli anti-trumpiani, alquanto avvelenati – vorranno adottare su mandato del capo.

Noi italiani, in assonanza con il grosso delle opinioni pubbliche in Europa e nel mondo, tendiamo a leggere la politica americana attraverso gli alti e bassi del presidente. Ci sfugge così la complessità del sistema, la varietà dei poteri in competizione - formali e informali, democratici, tecnocratici e plutocratici - irriducibili alla figura del presidente e della sua amministrazione. Ci concentriamo sul dito e perdiamo di vista la Luna. In questo caso dito e Luna tendono a coincidere. Perché negli Stati Uniti è in corso un drastico cambio di regime. Ironia della storia: l’impero che voleva cambiare i regimi altrui, fossero rossi, neri, bruni o semplicemente avversi, ripiegando stanco e depresso su sé stesso finisce per trasformare il proprio.

Il regime change a stelle e strisce presenta tratti irreversibili, altri emendabili. Ma l’invasione dei superpoteri economici, finanziari e tecnologici – o la somma dei tre – che sta sradicando lo Stato visibile per insediarvisi, ha assunto forme e profondità senza precedenti. Più che una repubblica parlamentar-presidenziale, con al centro il Congresso, la Casa Bianca, di fianco la Corte Suprema, più alcuni Stati federati in vena di autonomia se non indipendenza, Trump ha rumorosamente accentrato su di sé una quota di potere personale e familiare – i suoi cari sono un trust, certo non una comunità di affetti – tale da consentirci di descrivere il regime “in costruzione” (per stare agli Inti Illimani) quale monarchia anarchica. Un capo e il suo caos. Se proprio dovessimo evocare una lontana assonanza, che concediamo impropria ma suggestiva, qualcosa in stile Terzo Reich. Con gli executive orders in vece del Führerprinzip. Al posto dei vari Göring e Goebbels, la cricca di tecnovassalli, mogul dell’intelligenza artificiale, capi dei fondi e sovrani dello Spazio incarnati dai Fink, Altman, Thiel e Musk (gli ultimi due non alieni a tese derapate filonazi). Con la differenza, sostanziale, per cui in ciò che residua della liberaldemocrazia americana resta l’opzione del voto. Vedremo quanto credibile e potente.

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