Usa, Cina e Russia. Ma quel vertice non è la nuova Jalta
di Ezio MauroQuando si vogliono cambiare i regimi, insieme con l’autorità della democrazia declina anche quella dello Stato, che della democrazia è insieme forma, contenitore e espressione istituzionale: e tornano in campo gli imperi. Rinascono da quello squilibrio di potere che si crea quando si abbandona il canone democratico come regola di governo interno e criterio per disciplinare i contrasti internazionali, quando la guerra insedia la forza e cambia l’ordine mondiale. Nella sconnessione tra i due mondi — l’età delle Costituzioni liberali e l’epoca delle autocrazie — si annuncia la figura di un nuovo sovrano che mantiene in vita gli altri poteri ma li svuota di legittimità e di peso, riunisce in sé il carisma, la leadership e la potestà di comando e non accetta limiti all’esercizio della propria supremazia. Una sovranità senza vincoli che infatti non conosce confini e si estende anche su popoli diversi e Paesi distinti. L’impero è la nuova fisionomia del potere che si autoinsedia: e traccia i…
Quando si vogliono cambiare i regimi, insieme con l’autorità della democrazia declina anche quella dello Stato, che della democrazia è insieme forma, contenitore e espressione istituzionale: e tornano in campo gli imperi. Rinascono da quello squilibrio di potere che si crea quando si abbandona il canone democratico come regola di governo interno e criterio per disciplinare i contrasti internazionali, quando la guerra insedia la forza e cambia l’ordine mondiale. Nella sconnessione tra i due mondi — l’età delle Costituzioni liberali e l’epoca delle autocrazie — si annuncia la figura di un nuovo sovrano che mantiene in vita gli altri poteri ma li svuota di legittimità e di peso, riunisce in sé il carisma, la leadership e la potestà di comando e non accetta limiti all’esercizio della propria supremazia. Una sovranità senza vincoli che infatti non conosce confini e si estende anche su popoli diversi e Paesi distinti. L’impero è la nuova fisionomia del potere che si autoinsedia: e traccia inevitabilmente la fisionomia degli altri soggetti sul campo, costretti ad assumere il ruolo di sudditi.
Vediamo la prima raffigurazione ufficiale di questa nuova fase prendere forma proprio in questi giorni. Qualcosa si muove sul fronte ucraino, perché il presidente Trump ha spostato il peso degli Stati Uniti dalle trincee di Kiev ai tank di Mosca e un nuovo round negoziale ad Abu Dhabi dal 10 novembre dovrà verificare come questo scompenso politico e diplomatico cambi la prospettiva dei due contendenti, con il Cremlino che è interessato a incassare subito i primi effetti dell’isolamento americano di Kiev. Ma la riapertura di un canale preferenziale tra Mosca e Washington muove le agende di Trump e Putin, che stanno valutando la possibilità di un vertice a tre con il presidente cinese Xi Jinping, forse a Shenzhen il 18 e 19 novembre, in occasione del summit dell’Apec, il forum di cooperazione economica Asia-Pacifico.
L’idea di vedere riuniti in Cina (o a Miami in dicembre, per il G20) i leader delle tre superpotenze in un momento di crisi dell’ordine internazionale e di ridefinizione degli equilibri ha immediatamente rievocato l’immagine dei Tre Grandi a Jalta nel febbraio 1945, quando Churchill, Roosevelt e Stalin discussero per quattro giorni la possibilità di riscrivere la storia e ridisegnare la geografia del mondo mentre i loro eserciti stavano sconfiggendo il nazismo e il fascismo dopo una guerra durata cinque anni e mezzo.
Le suggestioni sono naturalmente molte, in un quadro completamente diverso: intanto la pretesa divisa per tre di poter decidere il destino di altri Paesi, tipica appunto di una logica imperiale; poi la circostanza di vedere nuovamente uno Stato dell’Europa centrale come nodo principale da sciogliere, l’Ucraina oggi come la Polonia ieri; quindi la volontà di Putin di portare la bandiera della sovranità russa fin dove arrivano i carrarmati di Mosca, come teorizzò allora Stalin, con la medesima eterna ossessione russa per la terra come protezione e garanzia dell’impero; infine la simpatia politica e l’attrazione personale del presidente americano per il capo del Cremlino, ormai esplicita in Trump e dichiarata anche a Jalta da Roosevelt nei confronti di Stalin: “Vado d’accordo con lui, gli voglio bene, e penso che sia reciproco”.
In realtà la sovrapposizione dei due momenti è un’illusione ottica pericolosa, perché non tiene conto di alcune differenze politicamente fondamentali. A Jalta si cercava di dare una dimensione politica alla forza scatenata dalla guerra, oggi al contrario si tenta di insediare la forza come espressione della politica; la potenza militare dei vincitori pesava sulle decisioni del febbraio ’45, ma gli accordi contenevano l’impegno ad arrivare a elezioni democratiche nell’Europa liberata, e a varare il progetto delle Nazioni Unite, mentre oggi la guerra è strumento di occupazione, non di liberazione; a Jalta l’asse atlantico tra Gran Bretagna e Stati Uniti rimase sempre saldo nonostante i tentativi di Stalin di incrinarlo, oggi invece Trump l’ha spezzato. Putin è al centro del nuovo triangolo, può contare sull’alleanza con Xi e sul rapporto preferenziale con Trump, mentre la sedia clamorosamente vuota è quella della Ue, come se l’Europa non avesse niente da dire sul nuovo assetto del mondo: e ancor più come se non fosse europea la terra d’Ucraina, al centro dell’ultima contesa.
Soprattutto i Tre Grandi avevano alle spalle gli accordi stipulati a Teheran nel vertice di due anni prima, con la democrazia e la libertà come orizzonte dichiarato: “Tutti i popoli hanno il diritto di scegliersi la forma di governo sotto la quale intendono vivere, e l’obiettivo comune è costruire un ordine mondiale retto dal diritto e consacrato all’interesse della pace, della sicurezza, della libertà e della prosperità comune”. Una prospettiva negata nei fatti da Mosca già subito dopo la fine di Jalta e per tutti i decenni successivi: ma l’affermazione di quell’ideale vale comunque come principio e punto di riferimento della cultura politica occidentale, com’è stato per tutto il dopoguerra, nonostante le nostre infedeltà. Oggi i tre leader di America, Cina e Russia sono uniti invece nel giudizio sommario sulla democrazia liberale, Xi per logica di sistema, Putin per teoria e prassi, Trump nel tentativo di fuoruscire dai confini costituzionali, costruendo il nuovo potere nella post-democrazia.
Il vertice a tre, se si farà, potrà forse forzare il cammino verso una soluzione alla guerra d’invasione russa in Ucraina e magari varare una mediazione di Putin nel conflitto ancora sospeso tra America e Iran. Tuttavia non siamo di fronte a un triumvirato equilibratore, ma sovvertitore. E risolvere le crisi nei Paesi altrui (dopo averle provocate) senza un tavolo negoziale con le parti in causa è un abuso di sovranità e di diritto che può insediare nel mondo l’egemonia delle tre superpotenze, ma non la loro autorità, perché rinnega il principio di eguaglianza sovrana degli Stati stabilito dall’articolo 2 della Carta dell’Onu, che difende la loro integrità territoriale e la loro indipendenza politica. Soprattutto la concentrazione del potere imperiale autorizza il sopruso come prerogativa del rango. Dunque i moderni imperi possono contare sulla forza, ma non sulla legittimità morale. E in questo senso possiamo concludere che oggi i Tre ci sono, sicuramente potenti: ma mancano i Grandi.