Questo Youssef Siher sarà pure affetto da narcisismo e da estremismo islamista e le sue affermazioni sulla strage del 7 ottobre sono francamente orribili: ma al presente e al netto di quanto eventualmente potrà emergere da indagini successive, risulta bersaglio di un trattamento mediatico che offende tutti i principi e le regole di uno stato di diritto e tutti i principi e le regole del garantismo penale. Nell’arco di un paio di giorni ed esclusivamente sulla base di post e commenti sui social viene disegnato il ritratto di un terrorista alla guida — “la mente” — di una neonata organizzazione nazionale destinata a sovvertire l’Italia, a imporre l’egemonia anarco-islamista e a creare le condizioni di una guerra civile.
Per confermare un simile fantasioso e fantasmatico scenario, vengono imputati a Youssef Siher persino i commenti che suoi follower — o meglio: i follower di una entità anonima, liquida e solvibile quale è una pagina Instagram — hanno pubblicato sui social.
Ma, come è no…
Questo Youssef Siher sarà pure affetto da narcisismo e da estremismo islamista e le sue affermazioni sulla strage del 7 ottobre sono francamente orribili: ma al presente e al netto di quanto eventualmente potrà emergere da indagini successive, risulta bersaglio di un trattamento mediatico che offende tutti i principi e le regole di uno stato di diritto e tutti i principi e le regole del garantismo penale. Nell’arco di un paio di giorni ed esclusivamente sulla base di post e commenti sui social viene disegnato il ritratto di un terrorista alla guida — “la mente” — di una neonata organizzazione nazionale destinata a sovvertire l’Italia, a imporre l’egemonia anarco-islamista e a creare le condizioni di una guerra civile.
Per confermare un simile fantasioso e fantasmatico scenario, vengono imputati a Youssef Siher persino i commenti che suoi follower — o meglio: i follower di una entità anonima, liquida e solvibile quale è una pagina Instagram — hanno pubblicato sui social.
Ma, come è noto, una volta che il processo di character assassination ha preso le mosse, contenerlo o governarlo risulta pressoché impossibile. E l’attività di stigmatizzazione si è fatalmente estesa fino a colpire i suoi cari. Si arriva ad attribuire alla moglie, Sagia Hammoud, mediatrice culturale, la responsabilità di “un giro di soldi pubblici”. E questo perché l’associazione per cui lavora avrebbe ricevuto finanziamenti dall’Europa, dalla regione Lombardia e dal Comune di Milano. È il tocco finale di una strategia di discredito e diffamazione, ben nota e da lunga pezza sperimentata che si articola in alcuni passaggi. Il primo è l’equiparazione, in sprezzo di qualunque garanzia — a partire da quella costituzionale — delle opinioni, dei giudizi e perfino delle idee a fattispecie penali. Contrariamente a quanto si crede, nel nostro ordinamento giuridico una serie di reati di opinione sono sopravvissuti all’opera riformatrice intrapresa sin dagli anni Sessanta. Di conseguenza, tracce robuste del codice Rocco, che aveva costituito una vera e propria armatura ideologica e sanzionatoria a difesa del regime fascista, perdurano nei nostri codici democratici. Nel 2006 la riforma complessiva, elaborata da Giuliano Pisapia, viene approvata solo in parte. E questo contribuisce a riprodurre all’infinito il pregiudizio nei confronti di quella solenne affermazione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (art. 21 Cost. It.). A ciò si aggiunge il fatto che, in questo disgraziato Paese, tra i nemici dell’idea liberale di una incondizionata libertà di parola, troviamo moltissimi di coloro che si proclamano liberali, liberalissimi, che più liberali non si può un giorno sì e l’altro pure. Il secondo passaggio di questo processo di criminalizzazione è l’inserimento a viva forza di una vicenda individuale — e siamo ancora qui a ricordare che le responsabilità penali sono strettamente personali — in un contesto che si gonfia e si espande sempre più, così che non un solo fattore o un solo attore tra quanti possono suscitare allarme, venga trascurato. I giovani e i giovanissimi che hanno spaccato le vetrine, vengono così schiacciati dentro una trama dai contorni non solo nebulosi ma tendenzialmente sconfinati. Ora, ci vuole davvero una grande fantasia per collegare gli strateghi della “guerra ibrida” ai 13-14enni che hanno invaso piazza Duomo attraverso il coordinamento di una Internazionale Anarchica e “il legame malato fra comunisti e islamisti” (va da sé, Matteo Salvini): eppure c’è chi l’ha scritto. E non pochi.
Un terzo passaggio dell’opera di mostrificazione di Youssef Siher si fonda su una schizoide alterazione del tempo e della realtà. Siher viene accusato di essere il responsabile di un movimento che avrebbe commesso reati ancor prima di venire costituito. E, infatti, nessuno nega che tanto il gruppo Telegram quanto la pagina Instagram del Movimento 17 ottobre siano stati creati il 18 ottobre alle 19.58.
Quindi, non si capisce davvero che valenza istigativa possa avere avuto il comportamento di Siher. Il concorso morale, infatti, è punito solo se e nella misura in cui fornisca un contributo causale all’azione illecita. E non si comprende come la mera creazione di un gruppo Telegram, cui affluiranno poi migliaia di persone, possa rappresentare la fattispecie di istigazione aggravata, peraltro, dal fine terroristico. Perché così sia ci vorrebbero prove, al momento non indicate, della effettiva premeditazione e progettazione dei fatti. Il rischio è che dietro tutto ciò possa celarsi il tentativo di forzare quella soglia che separa la sanzione del fatto dalla punizione dell’intenzione. Consapevole dell’incomparabilità tra i due regimi, quello democratico e quello nazista, non posso tuttavia dimenticare che quest’ultimo puniva il tentativo allo stesso modo del reato consumato, ritenendo di dover sanzionare non la lesione di un bene giuridico bensì l’intenzione criminosa espressa, indifferentemente, in parole o atti.
Una delle maggiori conquiste dei sistemi liberaldemocratici è stata proprio quella di sostituire al diritto penale delle intenzioni il diritto penale del fatto. Si è affermata progressivamente, e per fortuna, l’idea che una democrazia preoccupata di proteggersi con un sistema di pene da opinioni e idee, anche le più sciagurate, confessi così la propria debolezza.