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Salvini, il vicolo cieco del piccolo Trump

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Il punto di Folli del 27 ottobre 2026
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La sconfitta del serbo Vucic nelle elezioni di domenica ha un significato che non può essere sottovalutato. Il Brasile di Lula è lontano e non ha molto da insegnare all’Europa di oggi: al contrario merita attenzione il rapporto con gli Stati Uniti di Trump, sostenitore di Bolsonaro e tentato al pari di questi di contestare le elezioni, qualora fra dieci giorni non gli fossero favorevoli. Invece Vucic era, dopo la caduta di Orbán in Ungheria, il più tenace amico di Putin al governo in un paese non marginale e anzi coinvolto in tutte le vicende europee da più di un secolo. Sconfitto lui, è singolare che ora siano soprattutto i paesi occidentali del continente a ospitare i gruppi politici filo-Putin più agguerriti. C’è la Germania, come è noto, con i progressi della destra di AfD, ostile alla linea pro-Ucraina e filo-Nato del cancelliere Merz, apparso molto indebolito.

Come è ovvio, ci riguarda molto di più la situazione italiana. Qui il governo di Giorgia Meloni sta facendo abbastanza p…

La sconfitta del serbo Vucic nelle elezioni di domenica ha un significato che non può essere sottovalutato. Il Brasile di Lula è lontano e non ha molto da insegnare all’Europa di oggi: al contrario merita attenzione il rapporto con gli Stati Uniti di Trump, sostenitore di Bolsonaro e tentato al pari di questi di contestare le elezioni, qualora fra dieci giorni non gli fossero favorevoli. Invece Vucic era, dopo la caduta di Orbán in Ungheria, il più tenace amico di Putin al governo in un paese non marginale e anzi coinvolto in tutte le vicende europee da più di un secolo. Sconfitto lui, è singolare che ora siano soprattutto i paesi occidentali del continente a ospitare i gruppi politici filo-Putin più agguerriti. C’è la Germania, come è noto, con i progressi della destra di AfD, ostile alla linea pro-Ucraina e filo-Nato del cancelliere Merz, apparso molto indebolito.

Come è ovvio, ci riguarda molto di più la situazione italiana. Qui il governo di Giorgia Meloni sta facendo abbastanza poco per sostenere sul piano militare le forze di Zelensky. Peraltro fa molto sul piano politico, tenendo alta la bandiera della solidarietà con Kiev ed evitando di allinearsi ai voltafaccia di Trump, ormai deciso a svendere l’Ucraina. Nonostante questo, l’Italia è forse il paese europeo di prima grandezza in cui i partiti amici della Russia putiniana sono meglio rappresentati, sia pure in modo non coordinato tra loro. Per cui ha destato qualche curiosità la coincidenza tra il crollo di Vucic in Serbia e le dichiarazioni di Salvini al congresso leghista. Il segretario vincente e confermato — ma si capirà meglio fra qualche tempo se sia trattato di una vittoria di Pirro — ha approfittato dell’occasione per indossare i panni del piccolo Trump: quindi niente armi a Zelensky e una proposta leghista in tal senso da mettere sul tavolo del Consiglio dei ministri. Il motivo è evidente: tentare di recuperare un po’ dei voti che gli aveva sottratto Vannacci, il quale a sua volta si sta avviando a una crisi più che annunciata; conservare un minimo di popolarità su un tema in grado di attrarre facile consenso; essere competitivo anche con Conte e i 5S, a loro volta fautori del cedimento alle richieste di Mosca.

In poche parole, la Serbia va verso l’Unione europea; Salvini, Vannacci e Conte sì sono invece allineati lungo un’opposta direttrice. Al punto che la questione Ucraina continua a essere il nodo cruciale nel cosiddetto “campo largo”. Non che il Pd sia disposto a morire per Kiev: il “no” all’aumento delle spese militari nell’ambito dell’alleanza atlantica non riguarda in modo diretto l’Ucraina, tuttavia dice qualcosa sullo stato d’animo del partito di Elly Schlein e sulla voglia di compromesso con Conte. Il quale lo sa e si esercita al meglio nel suo sport preferito, quello di tirare la corda fino a esasperare la controparte dopo averla indotta a cedere sempre di più.

Per tornare a Salvini, è chiaro che è tardi per interpretare il ruolo del Conte di destra. Se fosse coerente con i suoi toni minacciosi, egli dovrebbe porre con forza il tema Ucraina e poi uscire dal governo se non ottenesse soddisfazione. Avrebbe il plauso della portavoce russa Zacharova, ma probabilmente perderebbe quel che resta del suo potere nel Carroccio. Il partito “nordista” è appena stato sconfitto nei numeri, ma è evidente che la tregua è fragile e basterebbe poco per divaricare il partito fino a spezzarlo, nonostante la prudenza estrema — a dire poco — degli uomini del nord. Quanto ai sovranisti, non si sa bene dove siano finiti, a parte il capo con il gruppo dei suoi fedeli. Tutto lascia pensare che Salvini si guarderà bene dal mettere in crisi il governo. Del resto, è lui che si oppone anche alle probabili elezioni in primavera e vorrebbe andare avanti a oltranza. I due scenari non sono compatibili.

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