Oggi, 29 ottobre, l’assemblea straordinaria del Monte dei Paschi è chiamata a una scelta difficile: pronunciarsi sul piano del consigliere delegato Luigi Lovaglio, che affianca alla fusione fra Monte dei Paschi e Mediobanca due offerte di scambio su Banco Bpm e Banca Generali. Se da un lato la fusione fra Monte dei Paschi e Mediobanca rappresenta il completamento dell’offerta pubblica di acquisto lanciata dal Monte dei Paschi nel corso del 2025, le due offerte pubbliche di scambio hanno la finalità di contrastare il progetto proposto da Intesa Sanpaolo. Mediobanca è stata storicamente ostile al gruppo nato sulle ceneri del Banco Ambrosiano contro cui ha organizzato, per ben due volte, nel 1989 e nel 1994 operazioni ostili, peraltro non andate a buon fine. Il controllo su Mediobanca permette a Intesa Sanpaolo di completare il processo di leadership nel merchant banking in Italia iniziato con l’acquisizione della Banca Commerciale nel 1999. Inoltre, consente di mettere in sicurezza un p…
Oggi, 29 ottobre, l’assemblea straordinaria del Monte dei Paschi è chiamata a una scelta difficile: pronunciarsi sul piano del consigliere delegato Luigi Lovaglio, che affianca alla fusione fra Monte dei Paschi e Mediobanca due offerte di scambio su Banco Bpm e Banca Generali. Se da un lato la fusione fra Monte dei Paschi e Mediobanca rappresenta il completamento dell’offerta pubblica di acquisto lanciata dal Monte dei Paschi nel corso del 2025, le due offerte pubbliche di scambio hanno la finalità di contrastare il progetto proposto da Intesa Sanpaolo. Mediobanca è stata storicamente ostile al gruppo nato sulle ceneri del Banco Ambrosiano contro cui ha organizzato, per ben due volte, nel 1989 e nel 1994 operazioni ostili, peraltro non andate a buon fine. Il controllo su Mediobanca permette a Intesa Sanpaolo di completare il processo di leadership nel merchant banking in Italia iniziato con l’acquisizione della Banca Commerciale nel 1999. Inoltre, consente di mettere in sicurezza un pacchetto azionario di riferimento nelle Generali che detengono un ruolo importante nella sottoscrizione di titoli del debito pubblico italiano. Intesa ha comunicato che, se l’assemblea autorizzerà almeno una delle due Ops o la riduzione volontaria del capitale sociale, la propria offerta pubblica di acquisto e scambio diverrà inefficace. L’offerta di Intesa, dopo il rilancio del 3 ottobre, riconosce 1,6 azioni Intesa e 1,25 euro in contanti per ogni azione Mps, per un controvalore complessivo di circa 31,4 miliardi. Rispetto ai prezzi precedenti all’annuncio, il premio è del 15,3 per cento.
La questione centrale è però la dimensione. Le maggiori banche dell’area euro valgono in Borsa una frazione dei grandi gruppi statunitensi e cinesi, e la distanza si riflette nella capacità di investire e di finanziare le imprese di maggiori dimensioni. La scala conta in particolare per la tecnologia, che comporta costi fissi elevati: Intesa ha investito 5 miliardi nel piano 2022-2025 e ne prevede 4,6 nel 2026-2029. Un gruppo più grande e diversificato assorbe meglio gli shock ed è più resiliente. Secondo Intesa, nascerebbe il secondo gruppo bancario quotato dell’area euro per capitalizzazione, con sinergie stimate a regime in circa 2,9 miliardi annui; il piano di Mps ne stima 2,6, ma 0,8 derivano dall’integrazione con Mediobanca già avviata. Una banca di queste dimensioni ha ricadute positive sull’intero paese. In Italia il credito bancario rimane la principale fonte di finanziamento delle imprese, soprattutto piccole e medie, e la solidità dei grandi intermediari condiziona il credito che il sistema riesce a erogare nelle fasi difficili. Intesa ha legato l’operazione a un impegno ad aumentare il credito nei territori in cui entrerebbe con le filiali di Mps e ha indicato circa 6.800 uscite volontarie, compensate da altrettante assunzioni. La crescita pone un problema di concorrenza. Gli studi sulle fusioni bancarie italiane hanno mostrato che i guadagni di efficienza si traducono in condizioni migliori per la clientela quando la sovrapposizione tra le reti è contenuta. La cessione a Unipol di una banca con il marchio Mps e circa 635 filiali risponde a questa logica: secondo Unipol, dalla successiva combinazione con Bper nascerebbe un operatore con più di 2.600 sportelli a marchio Mps: un secondo polo nazionale accanto ai due maggiori gruppi. Le obiezioni di Mps riguardano la divisione della banca tra Intesa e Unipol e il premio, che il consiglio giudica, nel comunicato del 16 luglio scorso, «inferiore al livello medio di premio osservato in offerte pubbliche volontarie [...] comparabili nel settore bancario italiano, pari a circa il 30%» (Bper-Sondrio, Mps-Mediobanca, Crédit Agricole-Creval e Intesa-Ubi), valutazione ribadita dopo il rilancio. Il confronto sul premio va però fatto rispetto alle alternative disponibili per gli azionisti di Banco Bpm e Banca Generali. Le offerte pubbliche di scambio lanciate da Mps per acquisire i due istituti sono infatti contestate da Crédit Agricole, primo socio di Banco Bpm con circa il 29% del capitale, che ha già dichiarato di non voler aderire. Anche i proxy advisor Iss e Glass Lewis hanno raccomandato agli azionisti di Mps di non supportare entrambe le offerte (le due Opas su Bpm e Generali per contrastare l’Opas di Intesa), suggerendo invece di approvare la fusione con Mediobanca. Secondo Milano Finanza, i soci contrari al piano di Mps superano già un terzo del capitale, una quota sufficiente a bloccarlo. Inoltre, 14 grandi fondi presenti nell’azionariato di entrambe le banche, titolari di circa l’8% di Mps, hanno votato a favore dell’aumento di capitale di Intesa Sanpaolo funzionale alla sua Opas su Mps; Il Tesoro non parteciperà invece all’assemblea. Resta infine da considerare Generali, di cui Mediobanca detiene circa il 13%. Di fronte alle grandi sfide che attendono l’Europa esiste la possibilità di creare un campione assoluto italiano con l’operazione promossa da Intesa.