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Manovra, il declino del welfare

Roma, 28 ottobre: Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini in conferenza stampa sulla manovra (ansa)

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Tutto congiura contro la spesa sociale. E a favore del suo rapido abbattimento. Possibile che proprio noi europei siamo così solerti a rottamarla nella discarica della Storia?
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Il welfare sta finendo. È il “danno collaterale” della fase. Le guerre e le politiche di riarmo, il dominio del kombinat militare-industriale-digitale e il primato del turbo-capitalismo neoliberista, l’onda montante dei debiti pubblici e l’orda arrembante delle destre: tutto congiura contro la spesa sociale, e a favore del suo rapido abbattimento.

La rabbia delle piazze e la rivolta delle Regioni, che contestano il pannicello caldo del governo Meloni sulla sanità, è solo l’ultimo colpo di tosse di un corpo malato. Riflette un fenomeno più vasto e profondo, che interroga questa preziosa ma esausta parte di mondo: possibile che proprio noi europei, che col Piano Beveridge fummo capaci di ricostruire sulle macerie della Seconda guerra mondiale un sistema solidale di assistenza pubblica “dalla culla alla bara”, siamo oggi così solerti a rottamarlo nella discarica della Storia?

La risposta è semplice: nato come patto sociale e costituzionale tra capitale e lavoro, il welfare declina insi…

Il welfare sta finendo. È il “danno collaterale” della fase. Le guerre e le politiche di riarmo, il dominio del kombinat militare-industriale-digitale e il primato del turbo-capitalismo neoliberista, l’onda montante dei debiti pubblici e l’orda arrembante delle destre: tutto congiura contro la spesa sociale, e a favore del suo rapido abbattimento.

La rabbia delle piazze e la rivolta delle Regioni, che contestano il pannicello caldo del governo Meloni sulla sanità, è solo l’ultimo colpo di tosse di un corpo malato. Riflette un fenomeno più vasto e profondo, che interroga questa preziosa ma esausta parte di mondo: possibile che proprio noi europei, che col Piano Beveridge fummo capaci di ricostruire sulle macerie della Seconda guerra mondiale un sistema solidale di assistenza pubblica “dalla culla alla bara”, siamo oggi così solerti a rottamarlo nella discarica della Storia?

La risposta è semplice: nato come patto sociale e costituzionale tra capitale e lavoro, il welfare declina insieme alle democrazie liberali che lo pensarono e lo attuarono dal 1945 in poi. La ritirata è generale: come in Italia, lo Stato Sociale svapora anche nei Paesi fondatori dell’Unione governati da forze “moderate”.

In Germania — colpita dalla crisi della manifattura e alle prese con un piano-monstre di riarmo da 900 miliardi in dieci anni — la legge di bilancio del cancelliere Merz ha innalzato il tetto di reddito su cui si calcolano i contributi sanitari e ha aumentato l’aliquota pensionistica dell’1,3%. In Francia — insidiata da un deficit oltre il 5% e da uno spread in tensione — la finanziaria di Lecornu ha ingrossato le spese per la difesa da 57 a 63,4 miliardi, mentre non ha esitato a dimezzare le risorse per l’Assurance maladie, a deindicizzare le pensioni sopra ai 1.260 euro al mese e a congelare le Allocations familiales (i nostri assegni familiari).

Allora non c’è da stupirsi se nel Belpaese l’ultima manovra economica della Sorella d’Italia prima delle elezioni (26 miliardi, la più misera e mediocre degli ultimi 20 anni) non dà una sola risposta al disagio che ribolle nella società e ignora l’allarme rosso appena rilanciato dal presidente Mattarella sull’inflazione che «erode i salari e il tenore di vita degli italiani». Per rispetto di chi è povero, non si possono disdegnare 500 euro di risparmi Irpef, o 600 euro in meno di cedolare secca. Ma al capitolo “salute” vanno solo 2,4 miliardi: metà di quanto chiedeva Schillaci e meno di un terzo di quanto reclamavano gli enti locali.

Sappiamo che le risorse disponibili sono pochissime (anche se la penuria è frutto degli errori di Palazzo Chigi e Mef, che hanno fallito l’obiettivo di deficit/Pil al 3%). Ma sappiamo bene che la maggior flessibilità a Bruxelles è stata chiesta solo per gli investimenti sulla Difesa (oltre che sulla transizione green). E sappiamo ancora meglio che, per cercare di non perdere consensi in vista del voto, la premier ha sparso pochi spiccioli a troppi beneficiari.

Un soldino su congedi parentali e bonus mamme, un altro sulle dentiere degli anziani, un altro ancora su aumenti di stipendio e affitti dei giovani (i pochi fortunati, che hanno un lavoro stabile e non sono costretti ad abitare con i genitori). Per il resto: nuovo giro di flat tax agli autonomi (con tanti saluti ai dipendenti, spremuti come kulaki a parità di reddito), nuovo papocchio previdenziale sulla «flessibilità in uscita» (con buona pace di quelli che aspettano ancora «l’abolizione della Fornero» promessa 15 anni fa da Salvini).

E infine, poiché in questa Italietta la situazione è sempre grave ma non seria, la pezza a colori per automobilisti biliosi e fantasiosi: oltre all’abolizione del bollo, all’automobilista che arriva a stento a fine mese è concesso di presentarsi alla Motorizzazione, dove al modico prezzo di 600 euro si fa scrivere “V1VAG1ORG1A” sulla targa e se ne torna a casa felice e contento. Col governo grillo-leghista sperimentammo il decreto che aboliva la povertà: con quello sovranista ci tocca la legge che abolisce l’utilità.

Ma la “manovra senza qualità” brilla soprattutto per la sua cifra tendenzialmente a-sociale (estremo paradosso per l’Underdog di Colle Oppio, nata e cresciuta nella destra missina e “di popolo”). Più ancora delle quattro “edizioni” precedenti, quest’ultima è imperniata su un sistema “ibrido”, nel quale il welfare pubblico universalistico finanziato dalla fiscalità generale regredisce non solo per ragioni di ristrettezza economica, ma anche per motivi di ispirazione ideologica (la stessa che nel 2022 ha spinto Meloni ad abolire subito il reddito di cittadinanza, perché suggerisce il divano e non favorisce il dinamismo sociale).

Due esempi concreti. Il primo esempio è il libretto previdenziale per i neonati: lo Stato versa un contributo di un centinaio di euro l’anno fino ai 18 anni, quando il maggiorenne può prelevare i suoi 1.800 euro (e a stento ci pagherà una rata dell’università), oppure li può tenere fermi fino a 65 anni, versando anche contributi aggiuntivi. La gestione competerebbe alla Cdp, ma l’Ania si dice pronta a fare la sua parte. Lo schema è sempre lo stesso: il pubblico retrocede, il privato avanza.

Il secondo esempio è il voucher sanitario dedicato agli over 75 per le visite specialistiche «non coperte dal Servizio sanitario nazionale»: il bonus per l’anziano è di appena 300 euro l’anno, il costo per lo Stato è di 1,6 miliardi, il vero affare lo fanno gli studi medici e le cliniche. Di fatto, è l’ennesimo trasferimento netto di risorse dal pubblico al privato.

Il processo è in atto ovunque, le assicurazioni e le mutue si mangiano già una fetta da 15 miliardi di una torta che ne vale oltre 150: ma con i patrioti al comando l’accelerazione è esponenziale. Non lo dice il becero bolscevico Acerbo, lo denuncia la Corte dei conti: «Da anni si manifesta in modo lento ma costante il passaggio da un Ssn incentrato sulla tutela del diritto costituzionalmente garantito, a tanti diversi sistemi sanitari sempre più basati sulle regole del libero mercato».

Che le destre perseguano un disegno di progressiva destrutturazione del welfare, oltre che evidente, è persino legittimo. A condizione che parlino chiaro ai cittadini-elettori, chiamati sempre di più a contribuire di tasca propria ai servizi che un tempo erogava lo Stato.

Per motivi uguali e contrari, in un’epoca di disuguaglianze insostenibili, è ancora più logico che le sinistre combattano un’altra battaglia per limitare ogni formula “ibrida” e puntellare il pilastro pubblico dello Stato Sociale. Per farlo, tuttavia, hanno un dovere etico-politico, ancora più cogente in campagna elettorale: spiegare come si finanzia il già lunghissimo elenco di proposte buttate lì dal campo largo, che vanno dal salario minimo agli aumenti in busta paga per i neoassunti, dagli sconti in bolletta ai trasporti gratuiti per gli studenti.

Bisogna evitare che nella prossima legislatura i bei sogni keynesiani si trasformino in fretta nei soliti incubi panglossiani. Il welfare è stato forse la più grande conquista dell’Europa novecentesca. Salvarlo è ancora possibile, ma impone oneri politici e costi economici. Conviene pagarli: è una scelta di civiltà.

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