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Apriamo le porte ai futuri cittadini

Roma, 30 ottobre: studenti in piazza (franceschi)

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L’integrazione è la sfida vera. Non è con qualche decreto flussi in più che possiamo cavarcela. Solo affrontando questo tema in una cornice strategica che ne faccia il centro delle politiche pubbliche saremo all’altezza del nostro dovere
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La differenza fra l’Italia e il mondo è che mentre dei problemi gli altri discutono noi ne chiacchieriamo. Specie se il problema è serio. Meglio girarci attorno, parlando di “ben altro”, cioè del nulla. La retorica al grado zero può anche divertire, ma quando il tema è esistenziale la fuga dalla realtà, partita in commedia, rischia di finire in tragedia. Ogni riferimento al movimento non solo giovanile di protesta che il nostro governo, un magistrato inventivo e buona parte dei media hanno intestato alla mente criminale di Youssef Siher è voluto.

Qui il benaltrismo dei complottisti si è superato, inzuppando nello stesso giro di frase vetrine sfasciate, ritorno del terrorismo e guerra ibrida. Tutto fuorché il punto: i ragazzi protestano perché temono che il loro futuro sia compromesso. E hanno ragione. Due volte: perché è vero e perché non è affatto incurabile se da oggi lo affrontiamo.

La differenza fra l’Italia e il mondo è che mentre dei problemi gli altri discutono noi ne chiacchieriamo. Specie se il problema è serio. Meglio girarci attorno, parlando di “ben altro”, cioè del nulla. La retorica al grado zero può anche divertire, ma quando il tema è esistenziale la fuga dalla realtà, partita in commedia, rischia di finire in tragedia. Ogni riferimento al movimento non solo giovanile di protesta che il nostro governo, un magistrato inventivo e buona parte dei media hanno intestato alla mente criminale di Youssef Siher è voluto.

Qui il benaltrismo dei complottisti si è superato, inzuppando nello stesso giro di frase vetrine sfasciate, ritorno del terrorismo e guerra ibrida. Tutto fuorché il punto: i ragazzi protestano perché temono che il loro futuro sia compromesso. E hanno ragione. Due volte: perché è vero e perché non è affatto incurabile se da oggi lo affrontiamo.

Il vero dramma del nostro Paese è che nascono sempre meno italiani e che questo processo è irreversibile causa costante riduzione del bacino di donne in età feconda. Nel 2025 sono nati appena 355mila nuovi italiani, la metà circa di quanti ne venivano al mondo durante le guerre mondiali. E ciò nel contesto di un drastico calo della popolazione — novità assoluta nell’Italia unita — avviato nel 2014 e in rapido avvitamento.

Eravamo 58,9 milioni lo scorso anno, saremo 54,7 nel 2050 — come se ci sparissero insieme Roma e Milano — dei quali solo 15,5 giovani fino a 34 anni e addirittura 3,9 più che 85enni (oggi sono 2,4 milioni). La nostra età mediana, valutata sui 49,2 anni, inferiore solo a quella di monegaschi (56,9) e giapponesi (50,2), è destinata a presto superare la soglia del mezzo secolo. Per uno Stato super-indebitato (oltre 3.200 miliardi) questa demografia promette secca riduzione dei servizi sociali.

Palermo, 30 ottobre (agf)

Questo quadro, illustrato e discusso alla Scuola di Limes dal direttore del Censis Massimiliano Valerii, insieme a Giuseppe De Ruvo, sarebbe l’alfa e l’omega di ogni dibattito pubblico in ogni Paese che avesse cura di sé. Speriamo che la pubblicazione del sessantesimo rapporto sulla nostra situazione sociale curato dal centro studi fondato da Giuseppe De Rita, il prossimo 4 dicembre, sia occasione per affrontare di petto questo tema esistenziale.

Ne dubitiamo. Se non discutiamo a fondo del tracollo demografico e del rovesciamento della piramide dell’età è perché l’unica cura efficace sarebbe importare i figli che non facciamo, anche per non costringere quelli che facciamo a cercar fortuna e stipendi decenti all’estero. Per motivi non perfettamente razionali, il tema è tabù, non solo in Italia. Sarà che per secoli siamo stati il centro del mondo, ma l’idea che ne stiamo diventando periferia, finora ma non per sempre privilegiata, non ci entra in testa.

Le proteste di queste settimane in Italia come nei principali Paesi europei sono un primo segnale della malattia strutturale determinata dalla crisi demografica. Sommata a quella debitoria significa addio alla pace sociale. Dunque alla ragione sociale dello Stato.

Una deriva anarchica e violenta può essere scongiurata, o almeno limitata, solo dall’apertura regolamentata delle frontiere, specie a giovani stranieri qualificati. Paradosso vuole che il governo almeno a parole più nazionalista del dopoguerra sia anche quello che, evitando di parlarne troppo, è stato il più liberale nel socchiudere le porte dell’Italia alle persone di cui abbiamo bisogno per far girare l’economia e tenere insieme la società.

Persone, non solo braccia. L’integrazione è la sfida vera. Non è con qualche decreto flussi in più che possiamo cavarcela. Solo affrontando questo tema in una cornice strategica che ne faccia il centro delle politiche pubbliche saremo all’altezza del nostro dovere.

Anche perché l’alternativa è palese: se non freniamo l’emigrazione giovanile, allarghiamo gli ingressi regolari e trattiamo chi ci raggiunge come futuro cittadino saranno i Paesi del Sud del mondo a penetrarci e trattarci come loro conviene. L’Italia non è un dato di natura. Dobbiamo volerla. Nel mondo com’è e sarà, non come vorremmo fosse.

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