Radicalità e pragmatismo nella lezione americana
di Stefano FolliIl voto negli Stati Uniti ha riproposto la suggestione di un programma radicale per avere ragione dell’avversario di destra. Questo perché i risultati delle elezioni di midterm non solo hanno sconfitto il trumpismo, ma hanno offerto agli europei — e quindi anche agli italiani — l’idea o la speranza che un’alternativa sia vicina. Purché si cammini nel solco tracciato oltreoceano, a cominciare dalla solida difesa delle categorie sociali più deboli, le più colpite dall’inflazione e dall’aumento dei prezzi dell’energia.
Qui c’è un primo punto da chiarire. Alcuni osservatori vedono nei dati di martedì 3 novembre la prova che il successo del Partito Democratico nasce proprio dall’aver condiviso un certo grado di radicalismo, rovesciando la lezione tradizionale: quella per cui si vince abbracciando i ceti moderati. Fino a Biden si era sempre fatto così. Ora potrebbe essere cambiato qualcosa, se si parla di Ocasio-Cortez come di una possibile candidata alla vicepresidenza o persino alla presi…
Il voto negli Stati Uniti ha riproposto la suggestione di un programma radicale per avere ragione dell’avversario di destra. Questo perché i risultati delle elezioni di midterm non solo hanno sconfitto il trumpismo, ma hanno offerto agli europei — e quindi anche agli italiani — l’idea o la speranza che un’alternativa sia vicina. Purché si cammini nel solco tracciato oltreoceano, a cominciare dalla solida difesa delle categorie sociali più deboli, le più colpite dall’inflazione e dall’aumento dei prezzi dell’energia.
Qui c’è un primo punto da chiarire. Alcuni osservatori vedono nei dati di martedì 3 novembre la prova che il successo del Partito Democratico nasce proprio dall’aver condiviso un certo grado di radicalismo, rovesciando la lezione tradizionale: quella per cui si vince abbracciando i ceti moderati. Fino a Biden si era sempre fatto così. Ora potrebbe essere cambiato qualcosa, se si parla di Ocasio-Cortez come di una possibile candidata alla vicepresidenza o persino alla presidenza, comunque in tandem con uno dei giovani leoni che hanno strapazzato Trump.
Altri analisti condividono una prospettiva diversa. Secondo loro, gli americani hanno battuto un presidente molto divisivo evitando di contrapporre all’estremismo Maga un altro genere di massimalismo. Esistono, è vero, candidati radicali che hanno vinto. E qualcuno sta già trasformando il volto politico dell’America, ad esempio il primo senatore musulmano e tutt’altro che moderato: El-Sayed del Michigan. Ma nel complesso questi osservatori affermano che i democratici non sono venuti meno alla loro cifra pragmatica. E proprio tale aspetto sarebbe l’arma letale con cui hanno sbaragliato l’uomo della Casa Bianca.
Forse è presto per stabilire oggi dove sta andando il partito di F.D. Roosevelt, Kennedy e Obama. Ossia quale sarà la miscela tra spinte radicali e attitudini moderate che alla fine prevarrà, domani come in passato. Tuttavia non ci sono dubbi che i grandi partiti in Usa sono soprattutto comitati elettorali. La sintesi è necessaria, ma dipende dal candidato alla presidenza, dal suo carisma, dalla capacità di lanciare un messaggio universale e creare un blocco sociale.
In Italia tutto è abbastanza diverso. E ovviamente il Pd — che ha un’occasione storica per guidare l’opposizione verso una possibile vittoria nel ’27 — non può limitarsi ad affermare: «Facciamo come in America». E difatti quasi nessuno lo dice, anche se qualcuno lo pensa.
Nell’intervista a questo giornale, raccolta da Giovanna Vitale, la segretaria Elly Schlein ha detto tra l’altro: «Bisogna avere il coraggio della radicalità perché è radicale la domanda di giustizia che sale dal Paese. (…) Radicalità da coniugare con il pragmatismo che ti consente una soluzione concreta». Schlein dà l’impressione di raccogliere meglio di Conte il vento che arriva dagli Stati Uniti. Ma la sintesi tra diverse posizioni è di là da venire, almeno sui nodi decisivi della politica estera e di difesa.
È qui che i cosiddetti riformisti sostengono una linea ancora in attesa di risposta. Il vertice del Pd dice «troveremo un’intesa», tuttavia Conteha già rilanciato, come in un’eterna partita di poker: «Basta buttare soldi nelle armi». Lo dice anche la segretaria del Pd, ma forse con minore foga.
Certo, la politica estera italiana ed europea dipenderà dalle scelte americane in Ucraina e Medio Oriente. Compreso il ritorno dell’isolazionismo incarnato da J.D. Vance. Peraltro nel “campo largo” l’accordo ancora manca. Quando prenderà forma sarà in buona misura ispirato, c’è da crederlo, alle posizioni dei 5S. Radicalità, dunque. Ma il pragmatismo resta essenziale per non isolarsi dalla comunità occidentale. Trump o non Trump.