DOPO il sangue, i cornetti alla crema. Se davvero il macedone Donald Sabanov, 24 anni, e Karim Bari, di un anno più giovane, sono i killer dell'imprenditore pesarese Andrea Ferri, come ritengono i carabinieri che li hanno arrestati, significa che il male ha una gran fame. I due, secondo l'accusa, gli sparano a bruciapelo quattro colpi di pistola alla testa e uno alla schiena.
A mezzanotte e mezzo di lunedì scorso lo lasciano sul marciapiede in una pozza di sangue. Due ore dopo, alle 2.30, Donald posta sulla sua pagina Facebook tre fotografie scattate in una pasticceria di Morciano, poco distante dalla scena del crimine. Sorridono divertiti, con i cornetti caldi in bocca. "3 chili di paste del garden...", commentano, "hhhhhhh.... i bomberoni...". Come se fossero usciti da poco da una discoteca. Dopo l'arresto, qualcuno le ha rimosse dal suo profilo.
Lui, "Donald il barbaro" come lo chiamano gli amici per quei muscoli esagerati, lavora a uno dei quattro distributori di benzina gestiti da Ferri a Pesaro. Ieri aveva lo sguardo piantato a terra mentre usciva in manette dalla caserma. Per poco i colleghi che lavorano con lui alla stazione di servizio non lo hanno linciato. "Lasciatelo a noi quel figlio di puttana...", gridavano, prendendo a cazzotti la volante, sgommata via a sirene accese. Seguita da quella che trasportava Karim Bari, marocchino con cittadinanza italiana, centrocampista del Cesenatico. Tornata la calma, la folla ha fatto un lungo applauso ai carabinieri.
Chi conosce Ferri, non riesce ancora a credere che sia stato Donald a ucciderlo. Proprio lui, che era considerato un figlio e come tale era trattato. Fin da quando, sette anni fa si era presentato senza un euro chiedendo un lavoro. Lo aveva assunto subito a tempo indeterminato, 1.600 euro al mese più le mance. Capita raramente di questi tempi, capita ancora meno agli extracomunitari. Ferri, 51 anni, "un generoso di natura, sempre disponibile con tutti" lo ricordano gli amici, aveva fatto entrare questo ragazzotto palestrato e tatuato nella sua famiglia, lo aveva presentato alla moglie e ai due figli, lo portava in vacanza e al calcetto del lunedì. Gli prestava soldi, che però non bastavano mai: ultimamente Donald si era indebitato di nuovo. Gli confidava segreti. Uno di questi, il nascondiglio sull'automobile dove teneva le chiavi elettroniche per la cassaforte, gli è stato fatale.
Lunedì scorso, a mezzanotte e mezzo, Ferri esce dalla casa di un'amica nigeriana e si dirige verso il Suv parcheggiato lì sotto. Non fa in tempo a entrare, qualcuno gli scarica addosso il caricatore di una calibro 7.65. Il killer poi sale sull'auto e fa qualche centinaio di metri, il tempo necessario per trovare quello che cercava: la chiave del caveau del grande impianto di distribuzione e autolavaggio a Montecchio di Sant'Angelo. Siamo nel cuore del distretto del mobile, ci sono la Scavolini, la Merloni e centinaia di altre ditte di arredamento. L'imprenditore, a quanto dicono i suoi dipendenti, faceva bei soldi grazie al via vai di camion.
Le indagini vengono subito affidate agli uomini del colonnello Giuseppe Donnarumma, comandante provinciale dei Carabinieri di Pesaro. Tre giorni dopo l'omicidio un uomo con il casco viene ripreso dalle telecamere dell'impianto di Montecchio mentre entra nel caveau con la chiave elettronica. Ne esiste solo una copia, quella di Ferri. L'uomo ci aveva già provato subito dopo l'assassinio. Stavolta ci riesce, apre la cassaforte e se ne va con 20.000 euro. La camminata di quella sagoma è simile a quella di Donald. Gli investigatori lo vanno a cercare, ma al distributore non lo trovano, perché da un mese si era dato malato. Una bugia, dei testimoni hanno visto il 24 enne sparare al poligono di tiro della città. Due carabinieri in borghese lo incrociano sabato al funerale di Ferro. "Il mostro è tra noi", dice durante l'omelia Don Mario Amedeo, parroco di Soria. L'ironia della sorte.
Decidono di pedinare Donald, che ha un appuntamento con Karim poco lontano dalla chiesa. A casa del marocchino i carabinieri trovano una pistola calibro 7.65 come quella che ha ucciso Ferri e un caricatore pieno. È del 1950 e non è registrata. Sulla sua auto trovano dei pezzetti di vetro, forse quelli del lunotto del Suv di Ferri andato in frantumi con gli spari. I due amici vengono sentiti dai militari. Non confessano, ma si incartano con versioni contraddittorie sulla notte dell'omicidio. Che non combaciano, tranne per quella puntata alla pasticceria.
A mezzanotte e mezzo di lunedì scorso lo lasciano sul marciapiede in una pozza di sangue. Due ore dopo, alle 2.30, Donald posta sulla sua pagina Facebook tre fotografie scattate in una pasticceria di Morciano, poco distante dalla scena del crimine. Sorridono divertiti, con i cornetti caldi in bocca. "3 chili di paste del garden...", commentano, "hhhhhhh.... i bomberoni...". Come se fossero usciti da poco da una discoteca. Dopo l'arresto, qualcuno le ha rimosse dal suo profilo.
Lui, "Donald il barbaro" come lo chiamano gli amici per quei muscoli esagerati, lavora a uno dei quattro distributori di benzina gestiti da Ferri a Pesaro. Ieri aveva lo sguardo piantato a terra mentre usciva in manette dalla caserma. Per poco i colleghi che lavorano con lui alla stazione di servizio non lo hanno linciato. "Lasciatelo a noi quel figlio di puttana...", gridavano, prendendo a cazzotti la volante, sgommata via a sirene accese. Seguita da quella che trasportava Karim Bari, marocchino con cittadinanza italiana, centrocampista del Cesenatico. Tornata la calma, la folla ha fatto un lungo applauso ai carabinieri.
Chi conosce Ferri, non riesce ancora a credere che sia stato Donald a ucciderlo. Proprio lui, che era considerato un figlio e come tale era trattato. Fin da quando, sette anni fa si era presentato senza un euro chiedendo un lavoro. Lo aveva assunto subito a tempo indeterminato, 1.600 euro al mese più le mance. Capita raramente di questi tempi, capita ancora meno agli extracomunitari. Ferri, 51 anni, "un generoso di natura, sempre disponibile con tutti" lo ricordano gli amici, aveva fatto entrare questo ragazzotto palestrato e tatuato nella sua famiglia, lo aveva presentato alla moglie e ai due figli, lo portava in vacanza e al calcetto del lunedì. Gli prestava soldi, che però non bastavano mai: ultimamente Donald si era indebitato di nuovo. Gli confidava segreti. Uno di questi, il nascondiglio sull'automobile dove teneva le chiavi elettroniche per la cassaforte, gli è stato fatale.
Lunedì scorso, a mezzanotte e mezzo, Ferri esce dalla casa di un'amica nigeriana e si dirige verso il Suv parcheggiato lì sotto. Non fa in tempo a entrare, qualcuno gli scarica addosso il caricatore di una calibro 7.65. Il killer poi sale sull'auto e fa qualche centinaio di metri, il tempo necessario per trovare quello che cercava: la chiave del caveau del grande impianto di distribuzione e autolavaggio a Montecchio di Sant'Angelo. Siamo nel cuore del distretto del mobile, ci sono la Scavolini, la Merloni e centinaia di altre ditte di arredamento. L'imprenditore, a quanto dicono i suoi dipendenti, faceva bei soldi grazie al via vai di camion.
Le indagini vengono subito affidate agli uomini del colonnello Giuseppe Donnarumma, comandante provinciale dei Carabinieri di Pesaro. Tre giorni dopo l'omicidio un uomo con il casco viene ripreso dalle telecamere dell'impianto di Montecchio mentre entra nel caveau con la chiave elettronica. Ne esiste solo una copia, quella di Ferri. L'uomo ci aveva già provato subito dopo l'assassinio. Stavolta ci riesce, apre la cassaforte e se ne va con 20.000 euro. La camminata di quella sagoma è simile a quella di Donald. Gli investigatori lo vanno a cercare, ma al distributore non lo trovano, perché da un mese si era dato malato. Una bugia, dei testimoni hanno visto il 24 enne sparare al poligono di tiro della città. Due carabinieri in borghese lo incrociano sabato al funerale di Ferro. "Il mostro è tra noi", dice durante l'omelia Don Mario Amedeo, parroco di Soria. L'ironia della sorte.
Decidono di pedinare Donald, che ha un appuntamento con Karim poco lontano dalla chiesa. A casa del marocchino i carabinieri trovano una pistola calibro 7.65 come quella che ha ucciso Ferri e un caricatore pieno. È del 1950 e non è registrata. Sulla sua auto trovano dei pezzetti di vetro, forse quelli del lunotto del Suv di Ferri andato in frantumi con gli spari. I due amici vengono sentiti dai militari. Non confessano, ma si incartano con versioni contraddittorie sulla notte dell'omicidio. Che non combaciano, tranne per quella puntata alla pasticceria.