Il giudice e il giornalista:
così lavorava D'Avanzo
Due anni fa moriva Giuseppe D'Avanzo. In questi anni, i giovani hanno parlato molto di lui e del suo "metodo": analisi delle prove e dei documenti, verifiche multiple, approfondimento. Hanno cercato nella sua storia professionale il motivo per tentare ancora una volta la pratica di un mestiere antico e trascurato: il giornalismo di inchiesta e "controllore" del potere. Vittorio Zambardino, che ha lavorato per 23 anni nel Gruppo Espresso e che ne fu grande amico, prova a raccontare in un e-book un giornalista speciale. Qui pubblichiamo la storia del suo arresto nel 1985 in seguito a uno scoop, quando era collaboratore di Repubblica.
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Le fonti si proteggono, era religione professionale, e non c'era toga di magistrato che potesse fargli cambiare idea. Il suo primo scoop, i pezzi del dicembre 1985 sull'attentato con una bomba fatta esplodere sul rapido 904 Napoli-Milano (avvenuto un anno prima), gli frutta l'arresto per rivelazione di segreto istr…
Due anni fa moriva Giuseppe D'Avanzo. In questi anni, i giovani hanno parlato molto di lui e del suo "metodo": analisi delle prove e dei documenti, verifiche multiple, approfondimento. Hanno cercato nella sua storia professionale il motivo per tentare ancora una volta la pratica di un mestiere antico e trascurato: il giornalismo di inchiesta e "controllore" del potere. Vittorio Zambardino, che ha lavorato per 23 anni nel Gruppo Espresso e che ne fu grande amico, prova a raccontare in un e-book un giornalista speciale. Qui pubblichiamo la storia del suo arresto nel 1985 in seguito a uno scoop, quando era collaboratore di Repubblica.
L'E-BOOK IN VENDITA
Le fonti si proteggono, era religione professionale, e non c'era toga di magistrato che potesse fargli cambiare idea. Il suo primo scoop, i pezzi del dicembre 1985 sull'attentato con una bomba fatta esplodere sul rapido 904 Napoli-Milano (avvenuto un anno prima), gli frutta l'arresto per rivelazione di segreto istruttorio, per opera del magistrato fiorentino Piero Luigi Vigna. P. passa il Natale e le altre feste nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta. A poche celle di distanza c'era uno dei personaggi che sarebbero poi stati condannati per quella e altre vicende. "Non era tranquillizzante stare così vicini".
Il magistrato insiste, vuole sapere chi ha passato quelle informazioni e non crede alla versione del suo metodo: che sì le informazioni sono venute da una fonte ma poi sono state verificate e incrociate con altre informazioni, originate da altre fonti. Dato non trascurabile: il magistrato ha davanti un giornalista "ragazzino" di trentadue anni, non un lupo consumato della giudiziaria. Vigna vuole sapere chi sono quelle fonti, vuole vedere gli appunti di P. che però sono - e ci restarono per tutta la vicenda - nei cassetti della scrivania di P.
E c'era un'altra difficoltà. P. in quel momento era solo un collaboratore di "Repubblica". Aveva quindi un altro problema sul lato dei "suoi". La credibilità o meglio la fiducia in lui del giornale, fiducia nel fatto che le cose stessero esattamente come diceva lui. Solo che le prove che le cose stessero proprio a quel modo non potevano arrivare alla direzione se lui rimaneva in carcere. Per fortuna ci furono i messaggeri giusti, più di uno tra le persone a conoscenza dei fatti, fra questi una grande giornalista, oggi scomparsa, che ha fatto storia di questo Paese prima che del giornalismo. Una persona che in qualche modo si convinse della bontà di quel lavoro e riportò quel suo convincimento "a Roma".
A questo proposito, quando ci si è rivisti nel luglio 2012 nella sala Fandango di Roma per ricordare il primo anniversario della sua morte, Eugenio Scalfari ha rivelato di essere stato lui a sciogliere la tensione con il magistrato, rivelando le fonti di P.
Io ho una versione diversa. Validata negli anni tra noi amici, e nei colloqui, pochissimi sul punto, con lui. È una versione della quale possono testimoniare sia D. che M., le due compagne di vita storiche. È questa: nei lunghi e duri interrogatori di Vigna, si creò un rapporto di comprensione e stima, di "comune visione" tra il magistrato e P., in cui quest'ultimo aveva capito che l'arresto era dovuto all'idea che il magistrato si era fatto riguardo a un pericolo che l'indagine venisse sabotata. La mia convinzione, e non solo mia, è che P. seppe convincere il magistrato che il suo metodo era buono e che non c'erano state, almeno da parte sua, ingenuità professionali dovute a fame di scoop. Insomma, convinse Vigna di non essersi fatto "dirigere dalla fonte". Ma non gliela rivelò.
Ovviamente fra gli amici s'ironizzò molto su questa capacità di "capirsi fra uomini" che P. sapeva creare. Fu a lungo preso in giro a proposito della sua "sindrome di Stoccolma". Non gradiva, e chiariva un po' stizzito che non era così che erano andate le cose. Ma questa capacità di intendersi con l'interlocutore senza mollare sulla deontologia è stata strategica nella sua professione, e tornerà ancora in questo racconto.