Cronaca

"Noi, genitori migranti dei figli del naufragio"

A Malta identificate le famiglie: ora è corsa per il ricongiungimento. I riconoscimenti grazie agli scatti di Repubblica nel centro siciliano per i minori. Ora tocca al ministro Kyenge

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LA VALLETTA  - I figli perduti nella notte del Canale di Sicilia li portano incollati ai loro corpi in una busta di plastica che nascondono sotto i vestiti e che ha resistito al naufragio. Hanno le foto, hanno le fotocopie dei documenti. È l'unico "tesoro" di sei genitori che da 17 giorni cercano notizie dei loro bambini.

"Sapete qualcosa dei nostri figli? Sono vivi o morti? Ecco, sono i nostri figli, è una foto che abbiamo fatto tutti insieme nella nostra casa di Damasco, prima di partire".

Piangono, implorano, Ahamd Ali Chahibi, 33 anni, e sua moglie Najat Ibrahim Nassav, 23 anni, mentre il nostro sguardo si fissa su quei piccoli volti che conosciamo bene. Perché i bambini che Ahamd e Najat cercano sono Yara, Youssuf e Yassam, i due gemellini di tre anni e il piccolo di dieci mesi che, insieme ad altri tre piccoli siriani, sono sani e salvi nella casa per minori Walden di Menfi. Sono loro, senza alcun dubbio. I genitori mostrano la fotocopia del loro passaporto con su stampate le foto di quelle due inconfondibili testoline ricce.

"Sono tutti vivi, stanno bene, eccoli qui...". Mostriamo loro la foto dei bambini in braccio agli operatori dell'istituto Walden. Ed è un'esplosione incontenibile di emozione e di gioia. Ahamd e Najat piangono, ridono, si abbracciano, ci abbracciano. Ma un attimo dopo tornano seri: "Ci sono altri genitori che erano con noi sul peschereccio naufragato e cercano i loro figli, qui nessuno ci dice niente. Aiutate anche loro, vi prego".
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La notizia che Yara, Yossuf e Yassam sono vivi si sparge subito nel centro di accoglienza di "Alfaa" che ospita un centinaio di superstiti di quel naufragio. In tanti sperano che i cronisti possano fare quello che fino ad ora le autorità non hanno fatto: fargli ritrovare i loro figli. E il miracolo avviene nel cortile della moschea di Paula.

Anche gli altri tre bambini hanno ancora una famiglia: sono qui anche Aisha e Kazem, i giovanissimi genitori di Maram, 18 mesi, e sono qui anche due uomini disperati che ritrovano il sorriso, perché Hatim Shaban e Mohamed Alhasi, nel naufragio dell'11 ottobre, hanno perso le mogli e altri tre figli ma oggi ritrovano Karim, sette anni, e Mamud, tre. Non ci sono più orfani all'istituto Walden, non ci sono più bambini senza nome e senza storia.

E la vera storia di quell'incredibile salvataggio che ha portato i sei piccoli superstiti su una sponda diversa del Mediterraneo da quella dove sono finiti i loro genitori la racconta Kazem, il papà della piccola Maram. È stato lui a salvare tutti e sei i bambini che erano finiti in acqua. "Galleggiavano dentro i salvagente, gridavano cercando il papà e la mamma che non vedevano più. Li ho presi ad uno ad uno, li ho tirati fuori dall'acqua e issati sulla zattera che ci avevano lanciato dall'elicottero. Mia moglie teneva Maram tra le braccia quando è arrivata la nave militare. Ho provato a fare salire anche lei, ma non l'hanno voluta, hanno preso soltanto i bambini e sono andati via dicendoci: "State tranquilli, anche voi ora sarete portati a Lampedusa". E invece la mattina dopo ci siamo ritrovati a Malta senza i bambini. E da allora nessuno ci ha mai più dato notizie loro".

Nell'ufficio dell'imam della moschea ci sono anche due giovanissimi vedovi. I papà di Karim e Mamud hanno perso entrambi la moglie e altri due figli di 4 e 5 anni. E adesso, con le lacrime che inondano i loro tristissimi occhi, non nascondono la fretta di poter riabbracciare quel che resta delle loro famiglie distrutte e lanciano un disperato appello al governo italiano. "Perché ci tengono ancora qui? Perché non ci consentono di andare in Italia a vedere i nostri figli? Facciano pure tutti i controlli che vogliono, l'esame del Dna, ma non si possono lasciare dei genitori ad aspettare ancora. Facciamo appello alla coscienza di chi governa in Italia. Anche loro sono padri e madri. Pensino ai nostri figli che ci credono tutti morti, mentre invece almeno un padre ce l'hanno. Questa è una tortura, vi prego, aiutateci", dice Hatim Shaban, il papà di Karim.

Il suo è un racconto da brivido: "Quando la barca è affondata siamo finiti tutti in mare, avevamo tutti il salvagente, ma quello che indossava Hassan era troppo grande e lui è scivolato fuori dal giubbotto. Io tenevo Aida, ho tentato di prendere anche Hassan, era finito tra le mie gambe e ho tentato di tirarlo su. Ma non ce l'ho fatta, mia moglie era già scomparsa, mi sono ritrovato accanto solo Karim e il piccolo Mohamed. Ma poi sulla motovedetta non ho più trovato Karim".
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Si tiene la testa tra le mani Mohamed Alhaji, 33 anni, elettricista e studente di Giurisprudenza, il papà di Mamud. Anche lui ha perso la moglie e due figli: "Quando la barca si è rovesciata eravamo a prua, anche noi avevamo il salvagente, ma mia moglie si è attaccata ad un corrimano e non voleva staccarsi. L'ho strattonata, l'ho pregata di buttarsi in mare con noi, ma lei era terrorizzata ed è finita in fondo al mare insieme agli altri due bambini. Ora voglio solo Mamud".

Per riabbracciare subito i loro figli sono disposti a tutto, anche a rimettersi su un altro maledetto barcone se le autorità italiane e maltesi non li aiuteranno. Tutto è nelle mani della direzione generale dell'immigrazione che fa capo al ministro Cécile Kyenge. È a questo ufficio che il testo unico per l'immigrazione demanda la responsabilità del ricongiungimento dei minori non accompagnati con le loro famiglie.