Cronaca

Sotto il fuoco dei no tav

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Rivoluzionari contro riformisti? Magari. Non lasciamoci trarre in inganno dalla triste parodia dei movimenti d'antan, inscenata a Roma dai commandos che hanno assaltato la sede del Pd.

Magari nel 2013, cioè in un tempo di acuta sofferenza sociale e di alleanze politiche contronatura, magari conservasse una sua per quanto tragica dignità quella contrapposizione fra sinistra antagonista e sinistra di governo. Entrambe sbriciolate, le due sinistre si aggrappano alla memoria del loro dissidio storico, coltivano il rancore l'una contro l'altra e al proprio interno. Come se brancolassero nel buio. Come se le alternative riformismo/rivoluzione, pubblico/privato, statalismo/mutualismo fossero riproponibili in una società che conta ormai a milioni i senza diritti, fino a rendere obsoleta la distinzione fra garantiti e non garantiti.

C'erano più agenti di polizia che manifestanti l'altra sera nel centro storico della capitale. La sinistra parlamentare aveva da poco espresso, vergognandosene, un voto di fiducia alla ministra Cancellieri. A Villa Madama il suo primo ministro riconfermava col presidente socialista francese il piano attuativo dell'Alta Velocità. In piazza si erano autoconvocati i No Tav, gli occupanti di case, i precari e i rifugiati politici con una parola d'ordine discutibile ma comprensibile: "Una sola grande opera: casa e reddito per tutti".

Dovrebbe stupirci che i manifestanti fossero così pochi, in un Paese che detassa la ricchezza immobiliare proprio quando aumentano a dismisura le famiglie rimaste senza alloggio; e con un governo che si dichiara impotente a reperire i fondi necessari per fornire sostegno a chi si trova privo di reddito. Come se non bastasse, dall'Unione Europea ci era appena pervenuto il sollecito a stringere ulteriormente la cinghia perché obbligati a dirottare somme ingenti al pagamento di interessi su un debito pubblico che tutti sanno inestinguibile.

Poco più di due anni fa, alla vigilia di una grande manifestazione trasversale contro il diktat finanziario che schiaccia gli indebitati e arricchisce un'élite ristretta, perfino Mario Draghi aveva riconosciuto che quei giovani avevano ragione. Poi, il 15 ottobre 2011, ricordiamo com'è finita: Roma messa a ferro e fuoco da manipoli di violenti che riuscirono a frantumare quel movimento. C'è chi sostiene che il governo tecnico di Monti sorretto da una maggioranza di larghe intese sia stato l'esito necessitato di quel fallimento: appariva velleitario immaginare un'alternativa democratica di sinistra, con finalità di giustizia sociale, alla caduta del berlusconismo.

Da allora le forme della protesta sociale si sono polverizzate e radicalizzate: migliaia di occupazioni di alloggi, vertenze dei precari, rivolte individuali contro l'Agenzia delle entrate, manifestazioni degli immigrati e dei richiedenti asilo. Ma nessuna organizzazione sindacale o politica è riuscita a dare loro rappresentanza incisiva. Di tanto in tanto, solo sparuti residui dell'estremismo novecentesco cercano di porsi alla loro testa con parole d'ordine anacronistiche come "assedio" e "sollevazione generale". La sinistra parlamentare si ritrova talmente confiscata nel sostegno a un governo in cui non può riconoscersi, da aver rinunciato a far suo perfino un piano organico di mutuo soccorso per contrastare la povertà dilagante. La campagna "Miseria ladra", con le sue dieci proposte concrete per mettere fuori legge la povertà, viene promossa dal Gruppo Abele di don Ciotti ma sostanzialmente ignorata dal Partito democratico.

Si manifesta così un'estraneità reciproca fra organizzatori del mutuo soccorso sociale, cioè del riformismo dal basso, e sinistra politica. Un vuoto nel quale cercano di incunearsi i violenti orfani di progetto politico che traducono l'impotenza in ideologia del rancore.

È una grottesca caricatura del 1977, dell'epoca cioè in cui un movimento di non garantiti cadde preda dell'estremismo armato che additava come nemico di classe il Pci di Berlinguer, fautore del compromesso storico con la Democrazia cristiana. Ma la differenza è sostanziale. Quando, nel febbraio del '77, Luciano Lama, segretario della Cgil, fu cacciato dall'università di Roma dove intendeva proporre a quei giovani le sue ragioni, egli davvero rappresentava un corpo sociale che oggi non c'è più. Lama impersonava una sinistra convinta di doversi fare carico degli interessi nazionali a costo di richiedere sacrifici senza contropartite al mondo del lavoro. Una sinistra doppiamente "responsabile" perché costretta a sopperire alle inadempienze di una borghesia retrograda.

Quella visione nazionale, per quanto nobile, fu sconfitta e non è replicabile. Ma per fortuna non è replicabile neppure il velleitarismo insurrezionale che le si contrapponeva. Non lasciamoci intrappolare dalle apparenze: ci vorranno umiltà e perseveranza perché la sinistra torni a dare voce a una società in cui ci si vergogna di essere poveri.