Mezzanotte, in una casa di Lampedusa. Gli ospiti d'onore sono due, Tami e Falus. Eritrei, naufraghi, indagati per clandestinità e prigionieri. Il loro maledetto 2013 se n'è andato con un cenone in famiglia. L'ultimo giorno dell'anno, sull'ultima isola in fondo all'Italia, ci siamo ritrovati con gli ultimi sopravvissuti delle traversate del Mediterraneo. Brindisi in casa Cappello-Aiello, via Nino Bixio numero 9, le prime palazzine di Lampedusa quasi attaccate alla pista dell'aeroporto.
"Auguri Tami", gli dice il nonno. "Baci Falus", gli dice lo zio. "Auguri auguri e baci baci", ripetono loro che sono stravolti fra luci, botti, abbracci, presepi e alberi di Natale. Ripescati all'alba del 3 ottobre nell'insenatura della Tabaccara e al tramonto dell'11 ottobre al largo di Malta si siedono tre mesi dopo in mezzo a una tavolata di parenti, tutti insieme ventisette. Festeggiano di essere ancora vivi con tre generazioni di lampedusani. Lui è Tami, lungo e smilzo, soldato disertore di 23 anni, che ha abbandonato il suo villaggio per raggiungere l'Europa. Lei è Falus, 18 anni, minuta, riccia, le unghie smaltate di verde, l'unica donna fra i sedici ancora rinchiusi nel "centro di primo soccorso e accoglienza" dell'isola in attesa di interrogatorio giudiziario. Lui l'hanno tirato su a mezzo miglio dalla costa - 366 cadaveri e 110 superstiti - su un peschereccio, lei l'hanno salvata nel Canale di Sicilia - 268 cadaveri e 212 superstiti - i soldati della Marina militare.
Sera del 31 dicembre, tutti e due sono "in libera uscita" ed entrano in una cucina piena di ogni ben di dio, salutati da una piccola folla che si è riunita anche per loro. Tutti stretti uno accanto all'altro, presidi e cuochi, gente di mare, impiegati, pensionati, bambini. E al centro Tami e Falus, gli invitati speciali.
Padroni di casa Elisabetta Cappello, insegnante di lettere alla scuola media di Lampedusa e suo marito Franco Aiello, tipografo. Piatti color oro e bicchieri rossi, candele, cineprese per immortalare l'evento, vini e spumanti. Poi si comincia a mangiare. Insalata di polipo e insalata russa, verdure grigliate, bruschette, fusilli e gamberetti, fritture di pesce, torte di ricotta. Il ragazzo racconta che non ha mai passato un Capodanno così, la ragazza è per la prima volta felice di stare a "Lambadoza", come chiamano l'isola i neri che attraversano il Mediterraneo. È finito con una gran mangiata il giorno di San Silvestro per loro due, dopo aver passato la mattina fra le sbarre del "centro" e una passeggiata fino al municipio per raccattare scarpe nei magazzini comunali. Il sindaco Giusi Nicolini che li invita nella sua stanza. Li guarda e si emoziona: "C'è un'Italia che non si riconosce più nelle norme che si è data, spero che quelle norme cambieranno presto". Tami e Falus sono lì dentro da quasi cento giorni e cento notti, come tutti gli altri. Nel "centro" ne sono rimasti 16. Non c'è più Khalid, il ragazzo siriano autore del video sui migranti denudati per il "lavaggio antiscabbia". Alla vigilia del nuovo anno, ha preso il traghetto per Porto Empedocle ed è sparito.
Sembra un'isola come tante altre questa Lampedusa nelle ore che la trascinano dal 2013 al 2014, strade vuote, i pescherecci all'ancora, le motovedette della Guardia Costiera e della Finanza tutte in porto, il molo della morte - quello dove a ogni naufragio scaricano i corpi nei sacchi neri - deserto. L'ultimo recupero in mare aperto è di 15 giorni fa, 16 dicembre, a 70 miglia. Negli ultimi due mesi - informano i bollettini della Marina - sono "state tratte in salvo 5.092 persone" fra Lampedusa e le altre coste siciliane. Nel 2013 ne sono sbarcati 40.244 di migranti sul confine sud dell'Italia, 5.273 le donne, 7.928 i minori. Bambini e ragazzi per la maggior parte siriani, dieci volte di più che nel 2012. Alla fine dell'anno si fanno tutti i conti, anche quelli dei morti: 700 nel mare di Lampedusa. Ufficiali, certificati. E degli indagati per quel folle reato che è l'immigrazione clandestina: 16.011 fascicoli aperti dalla procura di Agrigento nel 2013, negli ultimi quattro anni 27.887 sott'inchiesta solo per avere toccato il suolo italiano. Fra di loro anche Tami e Falus.
Sembra un'isola come tante altre Lampedusa se non si ricordano questi numeri e se non si passa mai dal piccolo porto dove sono ammucchiati i barconi, una chiglia sopra l'altra, legni incastrati, avanzi di cibo e cani randagi. Sembra un'isola normale con la sua via principale ancora tappezzata di manifesti colorati in onore del Pontefice che ha fatto la sua prima visita da Papa l'8 luglio proprio qui, "Grazie Francesco, Lampedusa ti ama". E intanto vende nei suoi negozietti tutto quello che può con il suo volto, tazze, calendari, quadretti, magliette. Sembra un'isola come tante anche se da tre mesi vive qui anche Luise Tassin, studentessa parigina che aspetta il sindaco Nicolini per la sua tesi sui centri di accoglienza in Italia e in Francia, che là si chiamano Centre de rétention administrative ma che sono prigioni anche quelle.
Sembra un'isola come le altre, anche se l'impiegato comunale Bartolomeo Maggiore da cinque anni cerca di adottare un paio di quei ragazzi neri che approdano davanti al suo giardino ma la legge non glielo permette. È la Lampedusa che finisce poco o non finisce mai nelle cronache, quella dei pescatori che tirano su reti piene di uomini e di bambini, la terra di mezzo. La Lampedusa di Elisabetta Cappello e di Franco Aiello che verso l'una del nuovo anno accompagnano Tami e Falus, fino al centro del paese. Poi loro, i ragazzi eritrei, chiedono di scendere dall'auto. Non vogliono farsi vedere dai poliziotti che fanno la guardia nel "centro". Dicono che entreranno là dentro infilandosi nella rete, da un buco. Salutano e spariscono nel buio di "Lambadoza".
"Auguri Tami", gli dice il nonno. "Baci Falus", gli dice lo zio. "Auguri auguri e baci baci", ripetono loro che sono stravolti fra luci, botti, abbracci, presepi e alberi di Natale. Ripescati all'alba del 3 ottobre nell'insenatura della Tabaccara e al tramonto dell'11 ottobre al largo di Malta si siedono tre mesi dopo in mezzo a una tavolata di parenti, tutti insieme ventisette. Festeggiano di essere ancora vivi con tre generazioni di lampedusani. Lui è Tami, lungo e smilzo, soldato disertore di 23 anni, che ha abbandonato il suo villaggio per raggiungere l'Europa. Lei è Falus, 18 anni, minuta, riccia, le unghie smaltate di verde, l'unica donna fra i sedici ancora rinchiusi nel "centro di primo soccorso e accoglienza" dell'isola in attesa di interrogatorio giudiziario. Lui l'hanno tirato su a mezzo miglio dalla costa - 366 cadaveri e 110 superstiti - su un peschereccio, lei l'hanno salvata nel Canale di Sicilia - 268 cadaveri e 212 superstiti - i soldati della Marina militare.
Sera del 31 dicembre, tutti e due sono "in libera uscita" ed entrano in una cucina piena di ogni ben di dio, salutati da una piccola folla che si è riunita anche per loro. Tutti stretti uno accanto all'altro, presidi e cuochi, gente di mare, impiegati, pensionati, bambini. E al centro Tami e Falus, gli invitati speciali.
Padroni di casa Elisabetta Cappello, insegnante di lettere alla scuola media di Lampedusa e suo marito Franco Aiello, tipografo. Piatti color oro e bicchieri rossi, candele, cineprese per immortalare l'evento, vini e spumanti. Poi si comincia a mangiare. Insalata di polipo e insalata russa, verdure grigliate, bruschette, fusilli e gamberetti, fritture di pesce, torte di ricotta. Il ragazzo racconta che non ha mai passato un Capodanno così, la ragazza è per la prima volta felice di stare a "Lambadoza", come chiamano l'isola i neri che attraversano il Mediterraneo. È finito con una gran mangiata il giorno di San Silvestro per loro due, dopo aver passato la mattina fra le sbarre del "centro" e una passeggiata fino al municipio per raccattare scarpe nei magazzini comunali. Il sindaco Giusi Nicolini che li invita nella sua stanza. Li guarda e si emoziona: "C'è un'Italia che non si riconosce più nelle norme che si è data, spero che quelle norme cambieranno presto". Tami e Falus sono lì dentro da quasi cento giorni e cento notti, come tutti gli altri. Nel "centro" ne sono rimasti 16. Non c'è più Khalid, il ragazzo siriano autore del video sui migranti denudati per il "lavaggio antiscabbia". Alla vigilia del nuovo anno, ha preso il traghetto per Porto Empedocle ed è sparito.
Sembra un'isola come tante altre questa Lampedusa nelle ore che la trascinano dal 2013 al 2014, strade vuote, i pescherecci all'ancora, le motovedette della Guardia Costiera e della Finanza tutte in porto, il molo della morte - quello dove a ogni naufragio scaricano i corpi nei sacchi neri - deserto. L'ultimo recupero in mare aperto è di 15 giorni fa, 16 dicembre, a 70 miglia. Negli ultimi due mesi - informano i bollettini della Marina - sono "state tratte in salvo 5.092 persone" fra Lampedusa e le altre coste siciliane. Nel 2013 ne sono sbarcati 40.244 di migranti sul confine sud dell'Italia, 5.273 le donne, 7.928 i minori. Bambini e ragazzi per la maggior parte siriani, dieci volte di più che nel 2012. Alla fine dell'anno si fanno tutti i conti, anche quelli dei morti: 700 nel mare di Lampedusa. Ufficiali, certificati. E degli indagati per quel folle reato che è l'immigrazione clandestina: 16.011 fascicoli aperti dalla procura di Agrigento nel 2013, negli ultimi quattro anni 27.887 sott'inchiesta solo per avere toccato il suolo italiano. Fra di loro anche Tami e Falus.
Sembra un'isola come tante altre Lampedusa se non si ricordano questi numeri e se non si passa mai dal piccolo porto dove sono ammucchiati i barconi, una chiglia sopra l'altra, legni incastrati, avanzi di cibo e cani randagi. Sembra un'isola normale con la sua via principale ancora tappezzata di manifesti colorati in onore del Pontefice che ha fatto la sua prima visita da Papa l'8 luglio proprio qui, "Grazie Francesco, Lampedusa ti ama". E intanto vende nei suoi negozietti tutto quello che può con il suo volto, tazze, calendari, quadretti, magliette. Sembra un'isola come tante anche se da tre mesi vive qui anche Luise Tassin, studentessa parigina che aspetta il sindaco Nicolini per la sua tesi sui centri di accoglienza in Italia e in Francia, che là si chiamano Centre de rétention administrative ma che sono prigioni anche quelle.
Sembra un'isola come le altre, anche se l'impiegato comunale Bartolomeo Maggiore da cinque anni cerca di adottare un paio di quei ragazzi neri che approdano davanti al suo giardino ma la legge non glielo permette. È la Lampedusa che finisce poco o non finisce mai nelle cronache, quella dei pescatori che tirano su reti piene di uomini e di bambini, la terra di mezzo. La Lampedusa di Elisabetta Cappello e di Franco Aiello che verso l'una del nuovo anno accompagnano Tami e Falus, fino al centro del paese. Poi loro, i ragazzi eritrei, chiedono di scendere dall'auto. Non vogliono farsi vedere dai poliziotti che fanno la guardia nel "centro". Dicono che entreranno là dentro infilandosi nella rete, da un buco. Salutano e spariscono nel buio di "Lambadoza".