Cronaca

L'appello di Gianfranca: "Ho la sclerosi, permettete a mio marito di starmi vicino"

La storia di Gianfranca Chessa, da dieci anni costretta su una carrozzina, costretta ad occuparsi da sola di suo figlio di 3 anni. Suo marito è stato trasferito a Roma per lavoro dal ministero della Difesa, anche se la legge dovrebbe proteggerla. Ogni tentativo di ottenere il trasferimento è stato finora inutile
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SORSO (Sassari) - "Si ride, che ci vuoi fare, non posso piangere sempre. Devo farlo. Per mio marito e per mio figlio". Ha gli occhi lucidi e la voce un po' incrinata, ma sorride. Gianfranca Chessa si fa forza e dà forza. Martedì suo marito è partito, è stato trasferito a Roma per lavoro. Ed è stato costretto a lasciare lei sola, in sedie a rotelle, a occuparsi di Michele, il loro bimbo che oggi compie 3 anni.

La legge 104 del 92 (il pdf) tutela i diritti dei disabili da oltre 20 anni, è considerata all'avanguardia e invidiata in tutta Europa, ma non riesce a proteggere Gianfranca. Lei lotta tutti giorni contro la sclerosi multipla, ma non basta. Ora deve combattere anche per mantenere unita la sua famiglia. Suo marito Giuseppe Asole è stato trasferito nella capitale e nonostante le numerose richieste, non riesce a tornare a Sorso, il paese a pochi chilometri da Sassari dove ha comprato casa con sua moglie.
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"Mi hanno diagnosticato la malattia nel 1997, quando vivevo in Inghilterra", racconta Gianfranca. "La malattia è degenerata in fretta, già nel 2004 ho cominciato ad aver bisogno della carrozzina". Ma questo non intacca la sua gioia di vivere. Nel 2009 torna in Sardegna in vacanza - in quell'isola dalla quale, quasi ventenne e senza famiglia, era voluta scappare - e trova inaspettatamente l'amore. È un giovane militare, lavora alla caserma di Macomer, in provincia di Nuoro, e Gianfranca decide di lasciare Newcastle e tornare nella sua terra natale per Giuseppe. "Dopo undici mesi eravamo già marito e moglie. E poco più di un anno dopo mamma e papà del piccolo Michele, la cosa più bella che mi sia potuta capitare".

Giuseppe racconta poi che ha avuto dei problemi con un superiore. Un caso delicato, e a causa dello stress viene messo a riposo per qualche mese. Lui, racconta ancora, ha fatto rilievi al comandante su due colleghi. E poco dopo "la commissione sanitaria ha deciso di non rendermi più idoneo al servizio militare. Fortunatamente non ho perso il lavoro e sono stato trasformato in un impiegato civile del ministero della Difesa. Ma questo ha comportato il mio trasferimento a Roma".

Gianfranca è disabile e invalida al 100% e Giuseppe, secondo la 104 è il suo accompagnatore. "Come posso assistere mia moglie e mio figlio se mi mandano a lavorare oltre il Tirreno?", mormora. Trasferirsi tutti è impossibile: c'è il mutuo da pagare e non abbastanza soldi per un nuovo affitto, e soprattutto ci sono le cure di Gianfranca. "Sono seguita costantemente dal mio medico, vado spesso all'ospedale per controlli e terapia. Conoscono la mia situazione, fanno il meglio per me. Non posso rinunciare alle mie cure e ricominciare tutto daccapo".

Giuseppe aveva fatto presente il problema al momento del passaggio da militare a civile, ma senza successo. Ha anche già fatto due domande di trasferimento per la Sardegna, ma la prima è stata rifiutata. Ora, seguito dall'avvocato Giorgio Carta, aspetta l'esito della seconda. "Secondo la legge 104 chi assiste un disabile grave deve lavorare 'ove possibile' in una sede che gli consenta di accudirlo. Sulla locuzione 'ove possibile' si gioca la sorte di tanti disabili, perché, secondo i giudici, sono da considerare prioritarie le esigenze organiche dell'Amministrazione. Qui si parla di un lavoro ministeriale, con sedi e posizioni su tutto il territorio nazionale e quello che chiediamo al ministero della Difesa non è un privilegio, ma un atto di comprensione umana che lo porti a conciliare le esigenze pubbliche con quelle di questa sfortunata coppia. Possibile che il giovane non trovi alcuna utile collocazione in Sardegna? Attendiamo ora l'esito della nuova domanda", commenta l'avvocato. Intanto, dagli uffici della Direzione generale per il personale civile del ministero della Difesa interpellati da Repubblica.it, non abbiamo ottenuto nessuna risposta sul perché del rifiuto al trasferimento.

Il caso di Gianfranca è più unico che raro. "Fortunatamente - spiega Giulia Flamingo, consulente legale dell'Associazione italiana sclerosi multipla non siamo a conoscenza di casi simili. Esiste inoltre una sentenza (il pdf) in cui la Cassazione, rifacendosi alla convenzione Onu del 2006 sui diritti delle persone con disabilità, dichiara illegittimo il trasferimento del lavoratore che assiste un familiare portatore di handicap anche non grave, a meno che l'azienda non fornisca un motivo tale da giustificare la perdita di cure da parte del soggetto debole".

Gianfranca e Giuseppe non smettono di sperare. Lui è preoccupato a lasciare sua moglie sola a casa, con la vicina di 80 anni come unico punto di riferimento, ma non può fare altrimenti. "Sono forte, mi arrangerò da sola. Anche perché non ho nessuno a cui chiedere. L'unica cosa che mi rattrista davvero è che Michele venerdì spegnerà tre candeline senza il suo papà", dice Gianfranca. E conclude: "Io non so chi sono queste persone e perché lo fanno. So solo che mi stanno togliendo un diritto. Il diritto di essere curata e di vivere insieme alla mia famiglia. Unita".