'Ndrangheta, controllavano il porto di Gioia Tauro. 13 imprenditori in manette
<em class="author">di GIUSEPPE BALDESSARRO</em>Operazione della Guardia di Finanza ha portato al sequestro di 23 aziende. Associazione a delinquere di stampo mafioso l'accusa per gli arrestati
GIOIA TAURO - Società di import-export e di trasporto merce in tutta Italia, con basi in Calabria, Veneto e Lombardia. Imprenditori dal volto pulito che poi si sono rivelati essere affiliati ai clan. Le cosche della 'ndrangheta, avevano trasformato l'area di Gioia Tauro in un vero e proprio "Porto franco". Nella piana, a ridosso di uno degli approdi più importanti d'Europa, a fare il bello e il cattivo tempo c'erano i Pesce e i Molè. Stamattina la Guardia di Finanza ha fatto scattare le manette ai polsi di 13 imprenditori "mafiosi" a cui ha sequestrato 23 aziende (del valore di 56 milioni di euro) legate alle "famiglie" della 'ndrangheta.
La Dda Reggio Calabria, non a caso ha chiamato l'operazione "Porto franco", proprio questo era infatti il modus operandi dei clan calabresi in quell'area. Le cosche avevano trovato il modo di essere presenti sia dentro che fuori dal porto aggirando i controlli doganali ed eludendo il fisco. …
La Dda Reggio Calabria, non a caso ha chiamato l'operazione "Porto franco", proprio questo era infatti il modus operandi dei clan calabresi in quell'area. Le cosche avevano trovato il modo di essere presenti sia dentro che fuori dal porto aggirando i controlli doganali ed eludendo il fisco. …
GIOIA TAURO - Società di import-export e di trasporto merce in tutta Italia, con basi in Calabria, Veneto e Lombardia. Imprenditori dal volto pulito che poi si sono rivelati essere affiliati ai clan. Le cosche della 'ndrangheta, avevano trasformato l'area di Gioia Tauro in un vero e proprio "Porto franco". Nella piana, a ridosso di uno degli approdi più importanti d'Europa, a fare il bello e il cattivo tempo c'erano i Pesce e i Molè. Stamattina la Guardia di Finanza ha fatto scattare le manette ai polsi di 13 imprenditori "mafiosi" a cui ha sequestrato 23 aziende (del valore di 56 milioni di euro) legate alle "famiglie" della 'ndrangheta.
La Dda Reggio Calabria, non a caso ha chiamato l'operazione "Porto franco", proprio questo era infatti il modus operandi dei clan calabresi in quell'area. Le cosche avevano trovato il modo di essere presenti sia dentro che fuori dal porto aggirando i controlli doganali ed eludendo il fisco. Secondo l'indagine firmata dai pm Alessandra Cerreti e Giulia Pantano, gli imprenditori arrestati non erano semplici prestanome, ma "estranei" ai clan. E ora, oltre all'accusa di riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, contrabbando e frode fiscale, dovranno rispondere all'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Si tratta, infatti, secondo quanto spiegato dal procuratore Federico Cafiero de Raho e dall'aggiunto Ottavio Sferlazza, del braccio economico ed imprenditoriale di due delle "famiglie" più potenti della piana di Gioia Tauro.
L'operazione dei finanzieri è scattata dopo alcune verifiche fiscali avviate nei confronti di imprese operanti nel settore dei trasporti e servizi connessi da e per il porto di Gioia Tauro. Durante i controlli sarebbero emersi elementi che portavano dritto alle cosche di 'ndrangheta che riuscivano attraverso le 23 aziende a riciclare milioni di euro e ad avere il controllo di parte dei traffici interni al porto. Il sistema di controllo delle operazioni di import-export e di trasporto merci per conto terzi realizzato era praticamente totale. Gli imprenditori finiti in manette per conto delle "famiglie" erano riusciti ad imporre agli altri imprenditori l'obbligo di contrattare esclusivamente con loro. Una volta accaparratosi il mercato con le loro aziende gli imprenditori erano diventati delle macchine da soldi.
Denaro, schermato con false fatturazioni sia in entrata che in uscita, che poi finiva nelle tasche dei Pesce e dei Molè. Non solo la 'ndragnheta aveva anche la possibilità di controllare un imponente giro di merce contraffatta in arrivo dalla Cina e, successivamente, immessa sul mercato italiano. Dagli approfondimenti investigativi è poi emerso che alcune aziende di trasporto riconducibili alla 'ndrangheta, nel Nord Italia (Verona), utilizzavano imprese cooperative da usare come compartimento stagno tra le società mafiose e i clienti finali. Nella sostanza le società dei clan una volta "esternalizzati" i propri lavoratori, facendoli solo formalmente assumere dalle cooperative, e ceduto fittiziamente in comodato d'uso i mezzi, avrebbero continuato a operare direttamente senza preoccuparsi, ad esempio, del pagamento degli oneri erariali che gravavano interamente sulle false cooperative. Di fatto si trattava di scatole vuote che cessavano l'attività dopo breve tempo e i cui rappresentanti erano prestanome nullatenenti.
La Dda Reggio Calabria, non a caso ha chiamato l'operazione "Porto franco", proprio questo era infatti il modus operandi dei clan calabresi in quell'area. Le cosche avevano trovato il modo di essere presenti sia dentro che fuori dal porto aggirando i controlli doganali ed eludendo il fisco. Secondo l'indagine firmata dai pm Alessandra Cerreti e Giulia Pantano, gli imprenditori arrestati non erano semplici prestanome, ma "estranei" ai clan. E ora, oltre all'accusa di riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, contrabbando e frode fiscale, dovranno rispondere all'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Si tratta, infatti, secondo quanto spiegato dal procuratore Federico Cafiero de Raho e dall'aggiunto Ottavio Sferlazza, del braccio economico ed imprenditoriale di due delle "famiglie" più potenti della piana di Gioia Tauro.
L'operazione dei finanzieri è scattata dopo alcune verifiche fiscali avviate nei confronti di imprese operanti nel settore dei trasporti e servizi connessi da e per il porto di Gioia Tauro. Durante i controlli sarebbero emersi elementi che portavano dritto alle cosche di 'ndrangheta che riuscivano attraverso le 23 aziende a riciclare milioni di euro e ad avere il controllo di parte dei traffici interni al porto. Il sistema di controllo delle operazioni di import-export e di trasporto merci per conto terzi realizzato era praticamente totale. Gli imprenditori finiti in manette per conto delle "famiglie" erano riusciti ad imporre agli altri imprenditori l'obbligo di contrattare esclusivamente con loro. Una volta accaparratosi il mercato con le loro aziende gli imprenditori erano diventati delle macchine da soldi.
Denaro, schermato con false fatturazioni sia in entrata che in uscita, che poi finiva nelle tasche dei Pesce e dei Molè. Non solo la 'ndragnheta aveva anche la possibilità di controllare un imponente giro di merce contraffatta in arrivo dalla Cina e, successivamente, immessa sul mercato italiano. Dagli approfondimenti investigativi è poi emerso che alcune aziende di trasporto riconducibili alla 'ndrangheta, nel Nord Italia (Verona), utilizzavano imprese cooperative da usare come compartimento stagno tra le società mafiose e i clienti finali. Nella sostanza le società dei clan una volta "esternalizzati" i propri lavoratori, facendoli solo formalmente assumere dalle cooperative, e ceduto fittiziamente in comodato d'uso i mezzi, avrebbero continuato a operare direttamente senza preoccuparsi, ad esempio, del pagamento degli oneri erariali che gravavano interamente sulle false cooperative. Di fatto si trattava di scatole vuote che cessavano l'attività dopo breve tempo e i cui rappresentanti erano prestanome nullatenenti.