IN ITALIA non esiste la normalità perché tutto è emergenza, e non esiste l'ordinaria gestione politica delle cose perché si è sempre in campagna elettorale. Cosa comporta questo? Da un lato che si affrontano dibattiti importanti solo sull'onda dell'indignazione, e dall'altro che la politica, sull'onda di quella stessa indignazione, è portata a intervenire, a fare dichiarazioni e, nella peggiore delle ipotesi, a mettere mano al complesso delle nostre leggi per modificarle sull'onda di necessità.
Necessità che certo esistono, ma che andrebbero affrontate con serietà, competenza e non per racimolare consenso. Dopo aver saputo che il processo all'Eternit si è concluso sostanzialmente con un nulla di fatto, nonostante le due condanne per disastro ambientale a 16 e 18 anni in primo e secondo grado per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny (colpevole di sapere dei danni dell'amianto e di tacere), ho pensato che l'Italia è una Repubblica fondata sull'istituto della prescrizione. Eppure, se si vuole parlare di prescrizione, bisogna farlo nel tentativo costruttivo di individuare una soluzione accettabile, che concili diritto ed esigenza di giustizia. Non possiamo parlare di prescrizione, dei danni che produce e di quanto sia iniqua, se non teniamo conto che la maggior parte delle prescrizioni arriva già durante le indagini. Solo una percentuale minore avviene durante la celebrazione del processo.
Ciò significa che la prescrizione che ha riguardato il caso Eternit è parte di quella percentuale minore. Questa premessa è utile perché se vogliamo avviare un dibattito serio sulla prescrizione dobbiamo comprendere come sia possibile che da istituto di garanzia per l'imputato si sia trasformata in un modo per bloccare i processi, per rendere inoffensiva la giustizia. Scopriremmo che la prescrizione non è una causa, ma un sintomo. Scopriremmo che le cause dobbiamo cercarle altrove. Noi immaginiamo o ci troviamo a valutare sempre e soltanto casi in cui la prescrizione giunge sostanzialmente a bloccare il giudizio nei riguardi di soggetti che riteniamo colpevoli: è inevitabile che in alcuni casi di maggiore rilievo l'opinione pubblica si schieri, poiché anche questa è una manifestazione del controllo sociale. Ma la prescrizione tutela il presunto innocente da una durata infinita del processo e quindi dalla possibilità di poter rimanere per un lasso di tempo insostenibile, ostaggio, preda o vittima di un sistema che ha il dovere di dire in tempi brevi se un reato lo hai commesso oppure no. Di valutare la tua condotta, assolverti o condannarti.
La prescrizione tutela inoltre un altro principio fondamentale, il principio di economia processuale: un accertamento non può durare in eterno perché i costi per la società sarebbero insostenibili. Contrariamente a quanto si è portati a credere, il processo penale assolve una funzione di garanzia per l'imputato. Le indagini hanno una funzione di tutela della collettività, ma quando le indagini finiscono e viene formalizzata l'accusa, inizia una fase nuova, che è posta a garanzia dell'imputato. Quindi un discorso sulla prescrizione che abbia senso non può concentrarsi solo sul giudizio ma deve tenere presente anche la durata delle indagini. In questi anni sulle prescrizioni si è data tutta la responsabilità agli Uffici di Procura, ma sarebbe troppo facile e assolutorio per i responsabili del disastro. Responsabile è un sistema, e mi riferisco al sistema giudiziario, che non funziona, ma non da oggi, non funziona da anni. Un sistema che è al collasso ma al quale nessuno ha mai messo mano in maniera coerente. Inutile elencare tutte le leggi idiote, assurde, inique, che nel corso degli anni hanno ingolfato gli ingranaggi (due esempi su tutti: la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi), leggi che rispondevano solo a esigenze elettorali e non certo a rendere più efficiente e giusta la macchina giudiziaria. Leggi che dimostrano come in Italia esista un eccesso di pervasività del diritto penale nella realtà. Come se tutto davvero si potesse risolvere attraverso i processi.
Voglio fare un esempio per spiegare che cosa intendo. Se uno facesse una statistica di tutti i processi per corruzione celebrati e in corso in Italia, del loro clamore mediatico e poi valutasse quanta parte del profitto di quei reati venga realmente recuperata, si renderebbe conto del fatto che alla fine questi processi costituiscono solo un costo insostenibile per la collettività: quanti patteggiamenti vengono sentenziati senza nessuna restituzione di denaro? L'evasore, il corruttore, il corrotto mettono in conto come rischio d'impresa il carcere, soprattutto se riescono a mettere in salvo il maltolto o parte di esso. Ma quanto sono costate le indagini? E in caso di condanna, chi ha sottratto milioni di euro, chi viene indagato, processato e condannato, se non restituisce nulla, cos'è se non unicamente un costo per lo Stato? Si potrebbe obiettare: ma allora dobbiamo accettare l'impunità? No, semplicemente bisogna fare in modo che una condanna abbia una reale efficacia deterrente, perché altrimenti potremo avere cicliche Tangentopoli senza che il livello di corruzione torni in un ambito fisiologico. È evidente che in Italia la logica è quella di risolvere tutto con il diritto penale, ma non è pensabile che un pubblico ministero abbia sulla sua scrivania fascicoli relativi a gravi delitti e poi altre centinaia relativi al reato di guida senza patente. Questo è lo scotto che paga la giustizia di un Paese che vive in eterna emergenza e in eterna campagna elettorale.
Il premier Matteo Renzi, parlando del processo Eternit, critica l'istituto della prescrizione ma afferma: "Non entro nel merito della sentenza", perché, dice, le sentenze non si criticano, terrorizzato di somigliare troppo al polo berlusconiano. La sua prudenza è fuori luogo perché in questo caso non c'è nessuna sentenza da criticare: la Cassazione non ha assolto, ha solo applicato la legge. Ciò detto, non sono d'accordo con Renzi e non sono d'accordo con chiunque dica che le sentenze vadano accettate e non criticate. Non si deve morire di giustizia o di ingiustizia, come è successo a Enzo Tortora, per poter dire "d'accordo, le sentenze si possono commentare e anche nel caso criticare". Perché non criticare una sentenza vuol dire non individuare mai le responsabilità, abdicare al ruolo stesso di controllo che ogni cittadino deve esercitare sull'amministrazione della giustizia, dato che le sentenze sono emesse in nome del popolo italiano, quindi anche nel mio nome e nel vostro. Perché non criticare la sentenza Cucchi? Capisco le questioni di diritto, ma parlarne potrebbe - e dovrebbe - aprire un fronte importante, quello della necessità dell'introduzione del reato di tortura. Ma finora quanti hanno sollevato la questione?
Il dibattito sterile sulla opportunità di criticare o meno le sentenze è il lascito peggiore di Berlusconi, di colui che per venti anni ha minacciato la magistratura e la sua indipendenza. Ma quando il dibattito, in assenza di emergenze, sia chiaro, ci concentra sulle ferie dei magistrati, su chi vuole toccarle e chi non vuole che si tocchino, è evidente che ci si azzufferà per un po', per poi non risolvere nulla: la solita "ammuina". Intanto sfido chiunque ad ascoltare la sigla di Portobello senza sentire un nodo alla gola. Senza provare vergogna per essere parte di uno Stato in cui di giustizia si muore. Allora basta con le logiche emergenziali, l'Italia ha bisogno di governanti seri, che facciano leggi giuste con i tempi necessari, che le facciano nell'interesse della collettività e non facciano dichiarazione in vista delle regionali in Emilia-Romagna o dichiarazioni di intenti per le elezioni politiche di quando sarà. E che soprattutto la smettano di avere una linea politica che sembra un'infinita sequela di lanci d'agenzia. Ora il governo promette una riforma della giustizia, ora che l'indignazione popolare è massima. Ma quanti giorni passeranno prima che arrivi la prossima emergenza e questa nuova promessa sia dimenticata per lasciare spazio a una nuova?
Necessità che certo esistono, ma che andrebbero affrontate con serietà, competenza e non per racimolare consenso. Dopo aver saputo che il processo all'Eternit si è concluso sostanzialmente con un nulla di fatto, nonostante le due condanne per disastro ambientale a 16 e 18 anni in primo e secondo grado per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny (colpevole di sapere dei danni dell'amianto e di tacere), ho pensato che l'Italia è una Repubblica fondata sull'istituto della prescrizione. Eppure, se si vuole parlare di prescrizione, bisogna farlo nel tentativo costruttivo di individuare una soluzione accettabile, che concili diritto ed esigenza di giustizia. Non possiamo parlare di prescrizione, dei danni che produce e di quanto sia iniqua, se non teniamo conto che la maggior parte delle prescrizioni arriva già durante le indagini. Solo una percentuale minore avviene durante la celebrazione del processo.
Ciò significa che la prescrizione che ha riguardato il caso Eternit è parte di quella percentuale minore. Questa premessa è utile perché se vogliamo avviare un dibattito serio sulla prescrizione dobbiamo comprendere come sia possibile che da istituto di garanzia per l'imputato si sia trasformata in un modo per bloccare i processi, per rendere inoffensiva la giustizia. Scopriremmo che la prescrizione non è una causa, ma un sintomo. Scopriremmo che le cause dobbiamo cercarle altrove. Noi immaginiamo o ci troviamo a valutare sempre e soltanto casi in cui la prescrizione giunge sostanzialmente a bloccare il giudizio nei riguardi di soggetti che riteniamo colpevoli: è inevitabile che in alcuni casi di maggiore rilievo l'opinione pubblica si schieri, poiché anche questa è una manifestazione del controllo sociale. Ma la prescrizione tutela il presunto innocente da una durata infinita del processo e quindi dalla possibilità di poter rimanere per un lasso di tempo insostenibile, ostaggio, preda o vittima di un sistema che ha il dovere di dire in tempi brevi se un reato lo hai commesso oppure no. Di valutare la tua condotta, assolverti o condannarti.
La prescrizione tutela inoltre un altro principio fondamentale, il principio di economia processuale: un accertamento non può durare in eterno perché i costi per la società sarebbero insostenibili. Contrariamente a quanto si è portati a credere, il processo penale assolve una funzione di garanzia per l'imputato. Le indagini hanno una funzione di tutela della collettività, ma quando le indagini finiscono e viene formalizzata l'accusa, inizia una fase nuova, che è posta a garanzia dell'imputato. Quindi un discorso sulla prescrizione che abbia senso non può concentrarsi solo sul giudizio ma deve tenere presente anche la durata delle indagini. In questi anni sulle prescrizioni si è data tutta la responsabilità agli Uffici di Procura, ma sarebbe troppo facile e assolutorio per i responsabili del disastro. Responsabile è un sistema, e mi riferisco al sistema giudiziario, che non funziona, ma non da oggi, non funziona da anni. Un sistema che è al collasso ma al quale nessuno ha mai messo mano in maniera coerente. Inutile elencare tutte le leggi idiote, assurde, inique, che nel corso degli anni hanno ingolfato gli ingranaggi (due esempi su tutti: la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi), leggi che rispondevano solo a esigenze elettorali e non certo a rendere più efficiente e giusta la macchina giudiziaria. Leggi che dimostrano come in Italia esista un eccesso di pervasività del diritto penale nella realtà. Come se tutto davvero si potesse risolvere attraverso i processi.
Voglio fare un esempio per spiegare che cosa intendo. Se uno facesse una statistica di tutti i processi per corruzione celebrati e in corso in Italia, del loro clamore mediatico e poi valutasse quanta parte del profitto di quei reati venga realmente recuperata, si renderebbe conto del fatto che alla fine questi processi costituiscono solo un costo insostenibile per la collettività: quanti patteggiamenti vengono sentenziati senza nessuna restituzione di denaro? L'evasore, il corruttore, il corrotto mettono in conto come rischio d'impresa il carcere, soprattutto se riescono a mettere in salvo il maltolto o parte di esso. Ma quanto sono costate le indagini? E in caso di condanna, chi ha sottratto milioni di euro, chi viene indagato, processato e condannato, se non restituisce nulla, cos'è se non unicamente un costo per lo Stato? Si potrebbe obiettare: ma allora dobbiamo accettare l'impunità? No, semplicemente bisogna fare in modo che una condanna abbia una reale efficacia deterrente, perché altrimenti potremo avere cicliche Tangentopoli senza che il livello di corruzione torni in un ambito fisiologico. È evidente che in Italia la logica è quella di risolvere tutto con il diritto penale, ma non è pensabile che un pubblico ministero abbia sulla sua scrivania fascicoli relativi a gravi delitti e poi altre centinaia relativi al reato di guida senza patente. Questo è lo scotto che paga la giustizia di un Paese che vive in eterna emergenza e in eterna campagna elettorale.
Il premier Matteo Renzi, parlando del processo Eternit, critica l'istituto della prescrizione ma afferma: "Non entro nel merito della sentenza", perché, dice, le sentenze non si criticano, terrorizzato di somigliare troppo al polo berlusconiano. La sua prudenza è fuori luogo perché in questo caso non c'è nessuna sentenza da criticare: la Cassazione non ha assolto, ha solo applicato la legge. Ciò detto, non sono d'accordo con Renzi e non sono d'accordo con chiunque dica che le sentenze vadano accettate e non criticate. Non si deve morire di giustizia o di ingiustizia, come è successo a Enzo Tortora, per poter dire "d'accordo, le sentenze si possono commentare e anche nel caso criticare". Perché non criticare una sentenza vuol dire non individuare mai le responsabilità, abdicare al ruolo stesso di controllo che ogni cittadino deve esercitare sull'amministrazione della giustizia, dato che le sentenze sono emesse in nome del popolo italiano, quindi anche nel mio nome e nel vostro. Perché non criticare la sentenza Cucchi? Capisco le questioni di diritto, ma parlarne potrebbe - e dovrebbe - aprire un fronte importante, quello della necessità dell'introduzione del reato di tortura. Ma finora quanti hanno sollevato la questione?
Il dibattito sterile sulla opportunità di criticare o meno le sentenze è il lascito peggiore di Berlusconi, di colui che per venti anni ha minacciato la magistratura e la sua indipendenza. Ma quando il dibattito, in assenza di emergenze, sia chiaro, ci concentra sulle ferie dei magistrati, su chi vuole toccarle e chi non vuole che si tocchino, è evidente che ci si azzufferà per un po', per poi non risolvere nulla: la solita "ammuina". Intanto sfido chiunque ad ascoltare la sigla di Portobello senza sentire un nodo alla gola. Senza provare vergogna per essere parte di uno Stato in cui di giustizia si muore. Allora basta con le logiche emergenziali, l'Italia ha bisogno di governanti seri, che facciano leggi giuste con i tempi necessari, che le facciano nell'interesse della collettività e non facciano dichiarazione in vista delle regionali in Emilia-Romagna o dichiarazioni di intenti per le elezioni politiche di quando sarà. E che soprattutto la smettano di avere una linea politica che sembra un'infinita sequela di lanci d'agenzia. Ora il governo promette una riforma della giustizia, ora che l'indignazione popolare è massima. Ma quanti giorni passeranno prima che arrivi la prossima emergenza e questa nuova promessa sia dimenticata per lasciare spazio a una nuova?