Operai in sciopero per il loro padrone, contro banche e 'ndrangheta
Giuseppe BaldessarroUn'azienda di Gioia Tauro che non si è mai piegata al pizzo, che esporta in tutto il mondo macchine agricole. Vogliamo farla morire? di GIUSEPPE BALDESSARRO
GIOIA TAURO (Reggio Calabria) - "Se chiude De Masi nessuno potrà più parlare di legalità. Nè in Calabria nè in Italia. Ed è tutta colpa delle banche usuraie". A difesa dell'imprenditore della Piana di Gioia Tauro c'erano tutti. Non ultimi i sindacati, compresi gli irriducibili della Fiom che stavolta non hanno dubbi: "E' una persona perbene, un industriale serio, che non chiede nulla a nessuno e che da lavoro buono in una terra difficile". Alcuni dei 160 operai del gruppo De Masi vanno in sciopero della fame. Digiuno ad oltranza mentre i loro compagni si astengono dal lavoro. E' una vertenza che hanno affrontato assieme ad un'impresa che ha alle spalle una lunga vicenda. Da una parte azienda antimafia che non si è mai piegata al pizzo, dall'altra capannoni nei quali si costruiscono "prodotti" di qualità. La De Masi progetta, brevetta e realizza macchine per l'agricoltura che …
GIOIA TAURO (Reggio Calabria) - "Se chiude De Masi nessuno potrà più parlare di legalità. Nè in Calabria nè in Italia. Ed è tutta colpa delle banche usuraie". A difesa dell'imprenditore della Piana di Gioia Tauro c'erano tutti. Non ultimi i sindacati, compresi gli irriducibili della Fiom che stavolta non hanno dubbi: "E' una persona perbene, un industriale serio, che non chiede nulla a nessuno e che da lavoro buono in una terra difficile". Alcuni dei 160 operai del gruppo De Masi vanno in sciopero della fame. Digiuno ad oltranza mentre i loro compagni si astengono dal lavoro. E' una vertenza che hanno affrontato assieme ad un'impresa che ha alle spalle una lunga vicenda. Da una parte azienda antimafia che non si è mai piegata al pizzo, dall'altra capannoni nei quali si costruiscono "prodotti" di qualità. La De Masi progetta, brevetta e realizza macchine per l'agricoltura che poi esporta in tutto il mondo. "Creature", le chiamano gli operai, che vengono acquistate in Tunisia, Iran, Portogallo, Grecia, Spagna, Messico e Israele, solo per citare alcuni acquirenti. Ora però l'azienda non riesce più ad andare avanti. "Impossibile stare sul mercato se non puoi aprire neppure un conto corrente", racconta Massimo Covello della Fiom regionale.
La vicenda di Nino De Masi e della sua famiglia inizia nel primi anni del 2000, quando l'imprenditore accede ai finanziamenti per lo sviluppo industriale e la nuova occupazione (legge 488). Incentivi per realizzare capannoni, comprare attrezzature e fare assunzioni. De Masi inizia a produrre le sue macchine anche grazie ai prestiti di Bnl, Unicredit e Mps. Fino a quando si accorge che gli interessi che gli vengono applicati sono un po' troppo alti. Chiede spiegazioni ufficialmente, ottenendo come risultato la chiusura di tutte le linee di credito. Ma non molla e, d'accordo con i suoi operai, denuncia gli istituti bancari per usura. Decine di udienze, dieci anni buoni di processi ma alla fine ottiene giustizia anche in Cassazione. I giudici non riescono ad individuare responsabilità personali, ma non hanno dubbi sui fatti e nel 2011 sentenziano: "La De Masi ha pagato tassi usurai che vanno dal 25 al 45%, per questo va anche risarcita". Fino a quel momento De Masi aveva lavorato comunque, ma solo per contanti. Gli acquirenti pagavano in anticipo e con quei soldi l'azienda acquistava le materie prime per realizzare le macchine e pagava i dipendenti. Niente conti correnti, niente pagamenti dilazionati o rate, niente prestiti. Solo denaro sonante.
Per anni si è andati avanti così. I De Masi, ha raccontato l'imprenditore "Sono andati avanti vendendo beni di famiglia e grazie agli operai che pazientemente hanno aspettato gli stipendi. Ma ora non è più possibile, o succede qualcosa o, alla scadenza degli ammortizzatori sociali in deroga, siamo costretti a chiudere". Contro la 'ndrangheta che da anni lo minaccia a suon di attentati lo Stato gli ha dato la scorta personale e l'Esercito presidia il suo stabilimento giorno e notte, "ma dalle banche - dice - non so più come difendermi".
Un perito di parte ha quantificato il risarcimento dovuto all'imprenditore calabrese in 215 milioni di euro, le banche gliene hanno offerto soltanto 3, ed il tavolo per trovare un accordo è inevitabilmente saltato. Ora non c'è più tempo, il 31 dicembre l'azienda chiude la sua attività principale, pur essendo produttiva ed avendo un mercato in espansione. "Abbiano contratti in sospeso per milioni - racconta - potrei assumere anche domattina decine di operai e dare lavoro, ma così è impossibile".
L'avvio dello sciopero della fame è stato annunciato dai segretari provinciali e regionali della Fiom Cgil, della Fim Cisl e della Uilm Uil che hanno chiesto l'intervento del Governo e del presidente della Giunta regionale calabrese per impedire i licenziamenti. Sulla stessa scia anche il referente di Libera della Piana di Gioia Tauro, don Pino Demasi, secondo il quale "la situazione in cui versa la "De Masi Costruzioni" rappresenta una vicenda simbolica di tutela dei diritti e di legalità".