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Amore e Acciaio, la doppia storia di Terni: "operai di San Valentino" all'ultima sfida

Non solo l'antica fabbrica e la più lunga "serrata" italiana, la città umbra è anche la patria del Santo degli innamorati. Il 14 febbraio è divenuta festa da business globale milionario, che però non porta denaro nelle case dei lavoratori che temono la chiusura della fonderia
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L'amore e l'acciaio. Le rose e il pane. Il sentimento divenuto business mondiale e gli altiforni spenti, con il lavoro perso o conservato a stento tra barricate e umiliazioni. Il merchandising degli innamorati che in questi giorni sboccia su internet e televisione e le immagini degli operai curvi sotto i manganelli che qualche speciale tv sulla crisi elegge a simbolo della stagione nazionale. Due volti, la stessa città. Ma niente dicotomie retoriche, niente artifici. La Terni che non si piega, la Terni della fonderia e quella di San Valentino, la piccola Manchester - come la chiamò Mussolini - si muove sul palcoscenico delle cronache come i beckettiani Vladimiro e Estragone di "Aspettando Godot", stralunati mondi distinti, senza nesso, in perenne attesa di non si sa che cosa.

In realtà, per ridare slancio ad un'epoca che pare volgere al tramonto ci vorrebbe soltanto un segnale, un segnale chiaro: la ripartenza a pieno fuoco della produzione di acciaio. E…
L'amore e l'acciaio. Le rose e il pane. Il sentimento divenuto business mondiale e gli altiforni spenti, con il lavoro perso o conservato a stento tra barricate e umiliazioni. Il merchandising degli innamorati che in questi giorni sboccia su internet e televisione e le immagini degli operai curvi sotto i manganelli che qualche speciale tv sulla crisi elegge a simbolo della stagione nazionale. Due volti, la stessa città. Ma niente dicotomie retoriche, niente artifici. La Terni che non si piega, la Terni della fonderia e quella di San Valentino, la piccola Manchester - come la chiamò Mussolini - si muove sul palcoscenico delle cronache come i beckettiani Vladimiro e Estragone di "Aspettando Godot", stralunati mondi distinti, senza nesso, in perenne attesa di non si sa che cosa.

In realtà, per ridare slancio ad un'epoca che pare volgere al tramonto ci vorrebbe soltanto un segnale, un segnale chiaro: la ripartenza a pieno fuoco della produzione di acciaio. E per la città umbra che non sembra umbra - nel senso canonico: non è Orvieto o Spello, Gubbio o Assisi - per la città che vive in simbiosi con la sua fabbrica ultracentenaria sarebbe l'optimum. Invece, proprio nei giorni in cui si torna a parlare di Terni per il suo Santo patrono, il Santo vicino agli innamorati che qui ebbe i natali, il filo sottotraccia che attraversa l'intero capoluogo del fiume Nera, il primo affluente del Tevere, è percorso dalla malinconica previsione che il colpo finale a quello che fino a qualche anno era considerato uno dei migliori acciai del mondo è in realtà soltanto rinviato, che la pax governo-Thyssen-sindacati ha una data di scadenza. Ed è così forte questo sentire comune, questa precarietà-stabilizzata, che se prima della guerra dei quaranta giorni - quaranta giorni senza entrare in fabbrica, la più dura vertenza italiana - gli operai considerati in esubero erano poco più di cinquecento, ora, a negoziato faticosamente ultimato, con i cancelli riaperti, sono quasi quattrocento i dipendenti che hanno volontariamente scelto lo scivolo offerto dai manager, proprio perché convinti che la chiusura della grande acciaieria voluta nel 1883 da Benedetto Brin è soltanto rinviata.

Allora, altro che Santo patrono. Purtroppo con la festa degli innamorati Terni non mangia. Sì, ci sono le comitive di fedeli e turisti in visita alla basilica che conserva le reliquie del vescovo-martire del cristianesimo, ucciso dai romani nel terzo secolo d. C. e a cui la Chiesa ha assegnato la ricorrenza del 14 febbraio cancellando dal calendario una pagana festa della fertilità; c'è lo skyline della città che ritorna in qualche spot per una celebrazione da consumo più statunitense che nostrana, ci sono i cioccolatini, i gadget, le chincaglierie; ma è tutto qua. Troppo poco.

Poco in una città con scarse certezze, che con l'avvento delle tecnologie ha visto tramontare anche il primato della produzione di cartoline - Terni ne confezionava il 90 per cento del mercato italiano - e dove è in discussione persino l'attribuzione del luogo di nascita di quello che dovrebbe essere il suo più illustre concittadino, lo storico romano Tacito. In città hanno assegnato all'autore degli Annali la via principale, il Corso, ma gli studiosi non sono ancora riusciti a sciogliere il dilemma sulle sue origini. C'è chi dice che sia venuto al mondo in Gallia, chi nella conca umbra, appunto, a cento chilometri dall'Urbe le cui vicende avrebbe poi documentato. Ma il dubbio resta.

Anche di questo i ternani, abituati ad uno stile di vita operaio, alle giornate scandite per anni dalle sirene dello stabilimento che chiamavano i diversi turni di lavoro, non se ne fanno certo un cruccio. A conoscerli bene, sebbene certo con le debite proporzioni rispetto alla sacra difesa del posto di lavoro, c'è un'altra A, dopo l'Acciaio e l'Amore, a cui terrebbero non poco. Quella della prima serie calcistica. E in tema di febbre da pallone, il paragone con Manchester non trascolora affatto.

Anche i ternani hanno avuto in passato il loro Alex Ferguson, il loro guru da stadio. Erano i primi anni Settanta e sulla panchina rossoverde sedeva Corrado Viciani, passato alla storia per aver brevettato il "gioco corto", una trama calcistica articolata su una fitta rete di passaggi che imbambolava gli avversari, una sorta di titi-kaka ante Guardiola. Di fatto i rossoverdi della Ternana stravinsero il torneo di serie B e approdarono, prima squadra nella storia della regione, nel massimo campionato. Una grande lettera maiuscola "A", alta diciotto metri, campeggiava in quei giorni nella piazza centrale della città. Anch'essa piazza Tacito, appunto.

Durò poco. I ternani si affrettarono ad ammainare il loro totem. Era il campionato 1972-'73 e arrivò subito la retrocessione. Ma durò poco anche la delusione per la repentina caduta: fortunatamente l'anno dopo la squadra risalì.

L'altalena della gloria calcistica sembrava tuttavia non volersi arrestare e le "fere" - come chiamano a Terni i giocatori - discesero un'altra volta, e subito, ancora in B. Per non riaffacciarsi più nella massima divisione, anzi sprofondando talvolta molto più in basso, tra crisi societarie e di gioco.

Ecco perché i ternani, grandi sostenitori della loro squadra, hanno sempre l'amaro in bocca quando parlano di calcio. Per passione, slancio, dedizione si sentono da serie A. Ma la formazione che gioca allo stadio Libero Liberati, ora da centroclassifica in B, non riesce da quarant'anni a rendere loro soddisfazione.

Pazienza. Oggi quel che conta è che a scendere in piazza, nei giorni della protesta cittadina contro il licenziamento degli operai, ci fossero in prima fila anche gli stessi giocatori della Ternana. Una loro assenza sarebbe stata sì percepita come una retrocessione. Se non peggio. E questo perché chi conosce Terni e la sua acciaieria sa bene quanto sia forte il legame tra la fabbrica e la città. Al punto da diventare quasi una sola entità, una città-fabbrica.

Un legame solido, intrecciato certo sulla tessitura di un mix socio-economico. Ma non solo. Dietro tanta comunione c'è la storia. Ci sono drammi e tragedie che spesso, incomprensibilmente, vengono oggi ignorati. Gli operai che abbiamo visto manifestare nei giorni aspri della protesta d'autunno sono i figli e i nipoti di altri operai, operai che hanno vissuto una diversa epoca nella "Terni" - così è stato a lungo chiamato il complesso industriale, a dimostrazione della sovrapposizione semantica -un'epoca di bombardamenti e di morti.

Erano gli anni del Secondo conflitto mondiale e l'acciaieria e la fabbrica d'armi di Terni costruivano le componenti per i più importanti strumenti da combattimento. Nel 1940 i capannoni di viale Brin sfornavano 65 tonnellate di acciaio bellico l'anno. Inevitabile, dunque, che con l'evolversi della guerra il polo industriale e l'intera città diventassero bersaglio sia dei bombardamenti alleati che della successiva rappresaglia tedesca.

Centotto incursioni in neanche dieci mesi, oltre duemila morti durante l'intero conflitto, appena il diciassette per cento degli edifici cittadini rimasti alla fine intatti.

La giornata che resta indelebile nella memoria del ternani fu l'11 agosto del 1943.  Gli aerei alleati sganciarono ordigni a più riprese sulla città, senza risparmiare i quartieri lontani dall'acciaieria. Morirono 350 persone, quasi tutti civili. Terni venne distrutta per l'80 per cento. Pochi altri centri in Italia registrarono un bilancio così tragico a fine conflitto.
Quando, il 13 giugno 1944, gli inglesi entrarono in città, il loro comandante, il generale Harold Alexander, volle incontrare il vescovo, Felice Bonomini. Gli chiese di far suonare le campane del duomo. Il monsignore, ricordandogli le tante vittime e l'immane distruzione, rifiutò.

Nel Dopoguerra la ricostruzione fu affidata a due firme importanti dell'architettura, Mario Ridolfi e Volfgang Frankl. Alcuni palazzi hanno fatto scuola, al punto che, in anni passati, gli studenti della facoltà viennese di Architettura erano soliti trattenersi nella città umbra per lunghi periodi di studio.

L'acciaieria, tra alti e bassi, riprese la sua attività. Ma la produzione siderurgica subì un netto calo. Nel 1953 fu altro momento nero, che in molti oggi paragonano alle drammatiche giornate dello scorso autunno. Anche allora era autunno. Ottobre. La direzione della fabbrica decise il licenziamento di duemila operai. Duemila su seimila occupati. L'anno prima ne erano stati mandati via già mille. I lavoratori presidiarono per giorni i cancelli. La polizia di Scelba caricò. E anche quello fu un trauma per la città.

Il capo infermiere di allora in acciaieria, Natalino Donati, portava sua figlia in viale Brin, all'ingresso della fabbrica, e le diceva: "Per un lavoratore non c'è niente di peggio che una serrata".

Gli amici e colleghi di lavoro di Natalino, che in passato come lui avevano sempre rifiutato l'iscrizione al partito fascista, si chiamavano Libero, Trento, Robespierre. Nomi che meglio di tanti proclami rappresentavano la tradizione e la vocazione anarchico-socialista della città umbra. Uno spirito che secoli di oppressiva dominazione dello stato pontificio avevano contribuito a diffondere.

E oggi? Seppure annacquato dopo tanti anni, quello spirito in parte resiste. E lo si è visto nei momenti più tesi della contesa operai-Thyssen. Nella passione di piazza, nella determinazione, nella rara arrendevolezza anche in giornate in cui l'impegno del governo sembrava proteso al miglior risultato.

All'ingresso della città, ai bordi delle strade che introducono al centro abitato, sotto il cartello "Terni", compare immancabile la scritta "Città di San Valentino". Un fiore all'occhiello, un biglietto da visita. O forse la speranza propagandistica che, come si dice, l'amore alla fine trionferà su tutto. Ma occhio, se l'adagio di Celentano contenesse un fondo di verità, se il chi non lavora non fa l'amore minacciasse qualche irrazionale corrispondenza, allora sarebbe un bel cortocircuito. E quindi meglio cambiare canzone.