ROMA - "Saranno diciannove mesi impegnativi,ci viene chiesto uno sforzo straordinario. Saranno giorni in cui dovremo essere capaci di prevedere anche l'imprevedibile, garantendo a tutti la libertà e la sicurezza propri di un Paese democratico". Sono giorni intensi per Marco Minniti, sottosegretario con delega ai servizi segreti. A Milano apre ufficialmente l'Expo, c'è poi l'Ostensione della Sacra Sindone a Torino. A Roma è già in fase di organizzazione il Giubileo. Tre grandi appuntamenti che richiameranno milioni di persone e autorità da ogni angolo del mondo. Tre palcoscenici unici su cui "l'Italia si gioca una partita internazionale fondamentale".
Milano, per alcuni mesi, ospiterà l'evento più complesso da gestire. L'Expo "è una straordinaria opportunità". Sarà "il luogo della grandi sfide, nel quale i paesi più ricchi e quelli più poveri proveranno a ridurre il gap che esiste tra loro ragionando sui temi dell'alimentazione e dell'ambiente. Ospiteremo delegazioni provenienti dall'intero pianeta ed è ovvio che abbiamo il dovere di garantire che il confronto e i lavori avvengano in assoluta sicurezza". Un palcoscenico appetibile per chi è in cerca di visibilità e propaganda. Su questo fronte l'asse del rischio si divide in due diversi tronconi. Il primo è quello della minaccia terroristica, il secondo è quello della protesta movimentista. Ovviamente, spiega Minniti "le due cose non vanno messe sullo stesso piano". "I movimenti hanno il sacrosanto diritto di manifestare il loro dissenso ed è un diritto che va garantito. Ma deve essere altrettanto chiaro che quello stesso diritto finisce quando inizia il diritto alla sicurezza degli altri cittadini. Insomma si protesti pure, ma non sarà tollerabile alcuna deriva violenta. Tra l'altro la violenza è la negazione stessa della natura movimentista ed è dunque interesse di tutti che il dissenso sia chiaro, ma che sia anche contenuto nelle sue modalità di espressione".
Questione diversa è quella del terrorismo jihadista. L'intelligence italiana sa bene che Expo, così come gli altri eventi rappresentino un possibile obiettivo e sa anche che in questo senso l'unica arma possibile è quella della prevenzione. Il sottosegretario garantisce: "Stiamo facendo un lavoro accurato, consapevoli che non si tratta di una minaccia di tipo classico. L'Is non è strutturata in maniera tradizionale con una cabina di regia da cui partono gli ordini. Si tratta di una minaccia di tipo molecolare, con singoli o piccoli gruppi che si muovono autonomamente e che si auto innescano colpendo all'improvviso". E' una guerra che si compatte sulla base di un lavoro di analisi puntuale e attraverso la scambio di informazioni in tempo reale. In questo senso la Casa (Comitato di analisi strategico antiterrorismo) sta dando i suoi frutti. E' un tavolo permanente a cui siedono gli specialisti di tutte le forze di polizia e dei servizi, chiamati a condividere ogni dettaglio e in contatto con i sistemi di sicurezza del resto mondo. Sono analisti che studiano il web, che leggono rapporti e informative, che tentano di intercettare ogni segnale in arrivo dai territori dove sono attive cellule con il compito specifico di raccogliere dati sensibili. Minniti spiega: "Avere radici ben piantate in diversi contesti è l'unico modo per percepire segnali importanti e fare prevenzione". Poi c'è la partita dei confini da controllare. A combattere dalla parte dell'Is ci sono 64 italiani e almeno 4 mila europei: "E' il terrorismo di ritorno. Gente su cui lavoriamo da tempo, ma che va monitorata costantemente negli eventuali spostamenti. E' un lavoro immane, ma che stiamo facendo anche con l'aiuto di altri Paesi".
Prevedere l'imprevedibile non è operazione semplice. E, fermo restando il lavoro dei servizi di sicurezza, la carta vincente potrebbe essere l'opinione pubblica. Aggiunge Minniti: "Il terrorismo islamico pensa che il ventre molle delle democrazie sia rappresentato dall'opinione pubblica. Per questo viene utilizzata l'arma della propaganda violenta, le video esecuzioni, gli annunci e le minacce sulla rete web. Tentano di creare fobie. Io penso invece che l'opinione pubblica sia la vera forza delle democrazie. Le persone possono contribuire a rendere il Paese in cui vivono più sicuro semplicemente comportandosi in maniera responsabile nella loro vita quotidiana".
Milano, per alcuni mesi, ospiterà l'evento più complesso da gestire. L'Expo "è una straordinaria opportunità". Sarà "il luogo della grandi sfide, nel quale i paesi più ricchi e quelli più poveri proveranno a ridurre il gap che esiste tra loro ragionando sui temi dell'alimentazione e dell'ambiente. Ospiteremo delegazioni provenienti dall'intero pianeta ed è ovvio che abbiamo il dovere di garantire che il confronto e i lavori avvengano in assoluta sicurezza". Un palcoscenico appetibile per chi è in cerca di visibilità e propaganda. Su questo fronte l'asse del rischio si divide in due diversi tronconi. Il primo è quello della minaccia terroristica, il secondo è quello della protesta movimentista. Ovviamente, spiega Minniti "le due cose non vanno messe sullo stesso piano". "I movimenti hanno il sacrosanto diritto di manifestare il loro dissenso ed è un diritto che va garantito. Ma deve essere altrettanto chiaro che quello stesso diritto finisce quando inizia il diritto alla sicurezza degli altri cittadini. Insomma si protesti pure, ma non sarà tollerabile alcuna deriva violenta. Tra l'altro la violenza è la negazione stessa della natura movimentista ed è dunque interesse di tutti che il dissenso sia chiaro, ma che sia anche contenuto nelle sue modalità di espressione".
Questione diversa è quella del terrorismo jihadista. L'intelligence italiana sa bene che Expo, così come gli altri eventi rappresentino un possibile obiettivo e sa anche che in questo senso l'unica arma possibile è quella della prevenzione. Il sottosegretario garantisce: "Stiamo facendo un lavoro accurato, consapevoli che non si tratta di una minaccia di tipo classico. L'Is non è strutturata in maniera tradizionale con una cabina di regia da cui partono gli ordini. Si tratta di una minaccia di tipo molecolare, con singoli o piccoli gruppi che si muovono autonomamente e che si auto innescano colpendo all'improvviso". E' una guerra che si compatte sulla base di un lavoro di analisi puntuale e attraverso la scambio di informazioni in tempo reale. In questo senso la Casa (Comitato di analisi strategico antiterrorismo) sta dando i suoi frutti. E' un tavolo permanente a cui siedono gli specialisti di tutte le forze di polizia e dei servizi, chiamati a condividere ogni dettaglio e in contatto con i sistemi di sicurezza del resto mondo. Sono analisti che studiano il web, che leggono rapporti e informative, che tentano di intercettare ogni segnale in arrivo dai territori dove sono attive cellule con il compito specifico di raccogliere dati sensibili. Minniti spiega: "Avere radici ben piantate in diversi contesti è l'unico modo per percepire segnali importanti e fare prevenzione". Poi c'è la partita dei confini da controllare. A combattere dalla parte dell'Is ci sono 64 italiani e almeno 4 mila europei: "E' il terrorismo di ritorno. Gente su cui lavoriamo da tempo, ma che va monitorata costantemente negli eventuali spostamenti. E' un lavoro immane, ma che stiamo facendo anche con l'aiuto di altri Paesi".
Prevedere l'imprevedibile non è operazione semplice. E, fermo restando il lavoro dei servizi di sicurezza, la carta vincente potrebbe essere l'opinione pubblica. Aggiunge Minniti: "Il terrorismo islamico pensa che il ventre molle delle democrazie sia rappresentato dall'opinione pubblica. Per questo viene utilizzata l'arma della propaganda violenta, le video esecuzioni, gli annunci e le minacce sulla rete web. Tentano di creare fobie. Io penso invece che l'opinione pubblica sia la vera forza delle democrazie. Le persone possono contribuire a rendere il Paese in cui vivono più sicuro semplicemente comportandosi in maniera responsabile nella loro vita quotidiana".