MONTE SAN MICHELE - Dopo aver deposto in mattinata una corona di fiori all'altare della Patria a Roma in occasione del 100mo anniversario dell'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale, il 24 maggio 1915, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è messo subito in viaggio per raggiungere nel primo pomeriggio la zona sacra di Monte San Michele, in provincia di Gorizia, dove furono combattute aspre battaglie, cantate dal poeta Giuseppe Ungaretti, che il presidente ha citato nel suo discorso. Tra queste, la battaglia sul Piave, decisiva per le sorti tricolori nella Grande Guerra.
Il capo dello Stato è arrivato nell'area alle 15,30, in perfetto orario. Dopo essersi fermato per qualche istante davanti all'edicola votiva della Madonnina, ha raggiunto Cima Tre di Monte San Michele dove lo attendevano gli ambasciatori d'affari di Slovenia, Croazia, Austria e il plenipotenziario dell'Ungheria. Qui ha deposto una corona di fiori alla memoria dei caduti. Successivamente è ridisceso e ha compiuto una breve visita al museo della Grande Guerra. Quindi è stato accolto dalle autorità, tra cui il ministro della Difesa Roberta Pinotti, da soldati in uniforme dell'epoca, da una piccola folla plaudente e dal coro degli alpini di Monte Nero di Cividale. Subito dopo aver preso posto, il presidente ha osservato un minuto di silenzio in memoria dei caduti. Poi ha preso la parola.
"Cento anni fa, il 24 maggio del 1915, l'Italia entrava in guerra. Truppe non sempre preparate e armate in modo adeguato varcavano il confine. Vi era, nei vertici politici e militari, la convinzione che l'intervento sarebbe stato di breve durata: l'apertura di un nuovo fronte a Sud, era la previsione, avrebbe rapidamente costretto l'Austria Ungheria alla resa. Già il 21 giugno, giorno del primo attacco generale, la speranza di trasformare la guerra in una passeggiata a Lubiana si dimostrerà illusoria. Benché inferiori per numero, le truppe austro-ungariche resistevano tenacemente. Nei primi mesi di guerra l'esercito italiano perse la sua parte migliore: gli effettivi e i volontari, i più addestrati e i più motivati. Ben presto ci si dovette rendere conto che, anche sul fronte italiano, il conflitto avrebbe preso, come nel resto d'Europa, la forma di guerra di trincea".
La prima guerra mondiale "fu anche un grande fattore di modernizzazione, industriale, scientifica, sociale - ha ricordato Mattarella -. Ma mai crescita di modernità fu pagata a così caro prezzo. Da un punto di vista umanitario fu una carneficina a ogni assalto. E la vita di trincea non era un sollievo: fango, pioggia, parassiti, malattie e quelle attese lente e snervanti. 'Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie', scriveva Giuseppe Ungaretti dal fronte, dove era fantaccino, fissando in versi stupendi il senso di totale precarietà che regnava al fronte. Vi persero la vita 10 milioni di militari e un numero indefinito di civili, vi furono milioni di feriti e di mutilati. Ma in questo universo fatto di fango, di sofferenze, di stenti e di morte, migliaia e migliaia di soldati, dell'una e dell'altra parte, sopportarono prove incredibili, compirono atti di grande valore e di coraggio e gesti di toccante solidarietà. Siamo qui per rendere loro onore. La logica crudele della guerra non riuscì a piegare il senso di fratellanza, amicizia e umanità. L'odio per il nemico non prevalse sulla pietà".
Da un punto di vista economico, ha rilevato il capo dello Stato, il primo conflitto mondiale "distrusse economie fiorenti, produsse lutti e devastazioni, fame e miseria. Sul piano geopolitico le sue conseguenze, anzitutto, i trattati di pace troppo duri, costituirono i presupposti per nuovi e ancor più tragici eventi in Europa e nel mondo". Eppure, nei sopravvissuti della Grande Guerra "rimase scolpito, accanto alle insanabili ferite, il senso di aver partecipato a un evento di fondamentale importanza per la vita della nazione - è la riflessione del presidente italiano -. I soldati italiani, in maggioranza contadini, provenienti da storie e regioni diverse, scoprirono per la prima volta, nel senso del dovere, nella silenziosa rassegnazione, nella condizione di precarietà, l'appartenenza a un unico destino di popolo e di nazione. La coscienza nazionale, prima appannaggio ristretto di elite intellettuali, si allargava e si consolidava tra il fango delle trincee".
"Dopo quella guerra nulla fu uguale a prima - ha osservato Mattarella -. Il terribile conflitto, che flagellò l'Europa per quattro anni, disgregò imperi e depose regnanti. Abbatté antichi confini, fece nascere nuove nazioni, cambio radicalmente mentalità, sogni, consuetudini, linguaggi". Ma, cento anni dopo, i popoli che si scontrarono durante la prima guerra mondiale sul monte San Michele sono "legati da saldi vincoli di amicizia e di collaborazione e dal comune futuro europeo". Il capo dello Stato ha ringraziato gli ambasciatori e i rappresentanti "di nazioni e popoli i cui soldati, allora, combattevano e morivano sull'altro fronte: l'Austria, l'Ungheria, la Slovenia e la Croazia", che oggi sono sul Monte San Michele "per ricordare l'ingresso dell'Italia nel conflitto e la memoria dei combattenti e delle vittime di tutto il conflitto". "Questo - ha rimarcato Mattarella - è il significato dell'esposizione del tricolore in questa giornata" e la presenza dei rappresentanti di popoli che allora si combatterono "conferisce, a questa celebrazione, il suo senso più autentico, mettendo in evidenza l'aspirazione che ogni uomo nutre per la pace e per la fratellanza".
"Il conflitto fu una tragedia immane, che poteva esser evitata - è il giudizio del presidente -. I caduti di ogni nazione e di ogni tempo ci chiedono di agire con le armi della politica e del negoziato, per affermare la pace". Ma "la prima guerra mondiale è un campo sterminato di ricerca. Ci sono capitoli ancora da approfondire. Pensiamo alle sofferenze delle popolazioni del Friuli e di parte del Veneto durante l'occupazione dopo Caporetto. All'altra guerra, quella della minoranza italiana dell'Impero Austro-ungarico: 100 mila trentini e giuliani spediti a combattere contro i russi nelle lontane terre di Galizia. Alla giustizia sommaria. Alla decisione del governo italiano di non spedire aiuti e alimenti ai nostri soldati prigionieri nei campi nemici per non incoraggiare le diserzioni. Non dobbiamo avere paura della verità. Senza la verità, senza la ricerca storica, la memoria sarebbe destinata a impallidire. E le celebrazioni rischierebbero di diventare un vano esercizio retorico".
Il capo dello Stato è arrivato nell'area alle 15,30, in perfetto orario. Dopo essersi fermato per qualche istante davanti all'edicola votiva della Madonnina, ha raggiunto Cima Tre di Monte San Michele dove lo attendevano gli ambasciatori d'affari di Slovenia, Croazia, Austria e il plenipotenziario dell'Ungheria. Qui ha deposto una corona di fiori alla memoria dei caduti. Successivamente è ridisceso e ha compiuto una breve visita al museo della Grande Guerra. Quindi è stato accolto dalle autorità, tra cui il ministro della Difesa Roberta Pinotti, da soldati in uniforme dell'epoca, da una piccola folla plaudente e dal coro degli alpini di Monte Nero di Cividale. Subito dopo aver preso posto, il presidente ha osservato un minuto di silenzio in memoria dei caduti. Poi ha preso la parola.
"Cento anni fa, il 24 maggio del 1915, l'Italia entrava in guerra. Truppe non sempre preparate e armate in modo adeguato varcavano il confine. Vi era, nei vertici politici e militari, la convinzione che l'intervento sarebbe stato di breve durata: l'apertura di un nuovo fronte a Sud, era la previsione, avrebbe rapidamente costretto l'Austria Ungheria alla resa. Già il 21 giugno, giorno del primo attacco generale, la speranza di trasformare la guerra in una passeggiata a Lubiana si dimostrerà illusoria. Benché inferiori per numero, le truppe austro-ungariche resistevano tenacemente. Nei primi mesi di guerra l'esercito italiano perse la sua parte migliore: gli effettivi e i volontari, i più addestrati e i più motivati. Ben presto ci si dovette rendere conto che, anche sul fronte italiano, il conflitto avrebbe preso, come nel resto d'Europa, la forma di guerra di trincea".
La prima guerra mondiale "fu anche un grande fattore di modernizzazione, industriale, scientifica, sociale - ha ricordato Mattarella -. Ma mai crescita di modernità fu pagata a così caro prezzo. Da un punto di vista umanitario fu una carneficina a ogni assalto. E la vita di trincea non era un sollievo: fango, pioggia, parassiti, malattie e quelle attese lente e snervanti. 'Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie', scriveva Giuseppe Ungaretti dal fronte, dove era fantaccino, fissando in versi stupendi il senso di totale precarietà che regnava al fronte. Vi persero la vita 10 milioni di militari e un numero indefinito di civili, vi furono milioni di feriti e di mutilati. Ma in questo universo fatto di fango, di sofferenze, di stenti e di morte, migliaia e migliaia di soldati, dell'una e dell'altra parte, sopportarono prove incredibili, compirono atti di grande valore e di coraggio e gesti di toccante solidarietà. Siamo qui per rendere loro onore. La logica crudele della guerra non riuscì a piegare il senso di fratellanza, amicizia e umanità. L'odio per il nemico non prevalse sulla pietà".
Da un punto di vista economico, ha rilevato il capo dello Stato, il primo conflitto mondiale "distrusse economie fiorenti, produsse lutti e devastazioni, fame e miseria. Sul piano geopolitico le sue conseguenze, anzitutto, i trattati di pace troppo duri, costituirono i presupposti per nuovi e ancor più tragici eventi in Europa e nel mondo". Eppure, nei sopravvissuti della Grande Guerra "rimase scolpito, accanto alle insanabili ferite, il senso di aver partecipato a un evento di fondamentale importanza per la vita della nazione - è la riflessione del presidente italiano -. I soldati italiani, in maggioranza contadini, provenienti da storie e regioni diverse, scoprirono per la prima volta, nel senso del dovere, nella silenziosa rassegnazione, nella condizione di precarietà, l'appartenenza a un unico destino di popolo e di nazione. La coscienza nazionale, prima appannaggio ristretto di elite intellettuali, si allargava e si consolidava tra il fango delle trincee".
"Dopo quella guerra nulla fu uguale a prima - ha osservato Mattarella -. Il terribile conflitto, che flagellò l'Europa per quattro anni, disgregò imperi e depose regnanti. Abbatté antichi confini, fece nascere nuove nazioni, cambio radicalmente mentalità, sogni, consuetudini, linguaggi". Ma, cento anni dopo, i popoli che si scontrarono durante la prima guerra mondiale sul monte San Michele sono "legati da saldi vincoli di amicizia e di collaborazione e dal comune futuro europeo". Il capo dello Stato ha ringraziato gli ambasciatori e i rappresentanti "di nazioni e popoli i cui soldati, allora, combattevano e morivano sull'altro fronte: l'Austria, l'Ungheria, la Slovenia e la Croazia", che oggi sono sul Monte San Michele "per ricordare l'ingresso dell'Italia nel conflitto e la memoria dei combattenti e delle vittime di tutto il conflitto". "Questo - ha rimarcato Mattarella - è il significato dell'esposizione del tricolore in questa giornata" e la presenza dei rappresentanti di popoli che allora si combatterono "conferisce, a questa celebrazione, il suo senso più autentico, mettendo in evidenza l'aspirazione che ogni uomo nutre per la pace e per la fratellanza".
"Il conflitto fu una tragedia immane, che poteva esser evitata - è il giudizio del presidente -. I caduti di ogni nazione e di ogni tempo ci chiedono di agire con le armi della politica e del negoziato, per affermare la pace". Ma "la prima guerra mondiale è un campo sterminato di ricerca. Ci sono capitoli ancora da approfondire. Pensiamo alle sofferenze delle popolazioni del Friuli e di parte del Veneto durante l'occupazione dopo Caporetto. All'altra guerra, quella della minoranza italiana dell'Impero Austro-ungarico: 100 mila trentini e giuliani spediti a combattere contro i russi nelle lontane terre di Galizia. Alla giustizia sommaria. Alla decisione del governo italiano di non spedire aiuti e alimenti ai nostri soldati prigionieri nei campi nemici per non incoraggiare le diserzioni. Non dobbiamo avere paura della verità. Senza la verità, senza la ricerca storica, la memoria sarebbe destinata a impallidire. E le celebrazioni rischierebbero di diventare un vano esercizio retorico".