Cronaca

Omicidio Rea, ridotta da 30 a 20 anni la pena per Parolisi. "Ma Melania ha avuto giustizia"

Il luogo dove fu ritrovato il corpo senza vita di Melania Rea (ansa)
La Corte d'Assise d'Appello di Perugia rimodula la condanna dell'ex caporal maggiore dopo l'esclusione in Cassazione dell'aggravante crudeltà. Accolta la richiesta del sostituto procuratore generale di non concedere anche le attenuanti generiche. Sulle quali aveva invece puntato la difesa per arrivare a un "doppio sconto". Parolisi assente, in aula padre e fratello della vittima. "Lui in galera, ricominciamo una nuova vita'"
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PERUGIA - La Corte d'Assise d'Appello di Perugia ha portato da 30 a 20 anni di reclusione la pena che Salvatore Parolisi dovrà scontare per aver assassinato la moglie Melania Rea. Un ricalcolo reso necessario dal pronunciamento della Cassazione dello scorso 10 febbraio, quando la suprema corte, pur confermando la colpevolezza dell'imputato, aveva escluso l'aggravante della crudeltà. Definitiva, per Parolisi, anche la perdita della patria potestà, che comunque non era stata appellata all'Aquila durante il secondo grado del procedimento: la figlioletta Vittoria resta con i nonni materni.

I giudici perugini - presidente della corte Maria Rita Belardi, a latere Massimo Ricciarelli -. hanno accolto in pieno la richiesta del sostituto procuratore generale Giancarlo Costagliola (lo stesso del processo per l'omicidio di Meredith Kercher, ndr): la riduzione da 30 a 20 anni di reclusione, accompagnata dalla sollecitazione del sostituto pg a non concedere a Parolisi le attenuanti generiche. La difesa dell'ex caporal maggiore, affidata ai legali Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, aveva invece avanzato alla Corte d'Assise d'Appello la richiesta di un "doppio sconto", puntando proprio sul riconoscimento delle attenuanti generiche dopo l'esclusione della crudeltà. Secondo i difensori dell'ex caporalmaggiore, c'erano "tutti gli elementi per concedergli le attenuanti generiche, come il fatto che sia un giovane, incensurato e militare irreprensibile". Un giudizio, quest'ultimo, evidentemente non condiviso dalla corte perugina, che non ha assecondato la richiesta del team difensivo di Parolisi.

Melania Rea, 29 anni, fu uccisa il 18 aprile del 2011 con 35 coltellate. Quel giorno scomparve sul Colle San Marco di Ascoli Piceno, dove era andata per trascorrere qualche ora all'aria aperta insieme al marito, militare del 235mo Reggimento Piceno, e alla loro bambina che allora aveva 18 mesi. Grazie a una telefonata anonima, il suo corpo, trafitto da 35 coltellate e con una siringa ancora conficcata, fu ritrovato due giorni nel boschetto delle Casermette, a Ripe di Civitella del Tronto, in provincia di Teramo, a circa 18 chilometri di distanza da Colle San Marco.
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A Perugia, assente in aula Parolisi, detenuto a Teramo. Presenti, come sempre, il padre e il fratello della vittima, Gennaro e Michele Rea, accompagnati dal loro legale di parte civile, Mauro Gionni. "Melania ha avuto giustizia, ma purtroppo nessuno ce la ridarà" il primo commento di Michele all'ultimo verdetto, mentre papà Gennaro guarda al domani: "E' duro ricominciare, ma lo faremo con la consapevolezza che l'assassino resterà per un po' di anni in carcere. Potremo ricominciare, anche se lo dico tra virgolette, una nuova vita. Siamo un po' più sereni, ma la nostra battaglia non è finita qui". Alla domanda dei giornalisti sui rapporti tra Parolisi e la figlia, Vittoria, Michele Rea ha sottolineato che "è il papà che vuole rivedere la figlia, ma non credo che lei voglia rivedere il papà. Noi dimentichiamo che è stato lui a privare questa bambina della mamma e del papà".

Per l'avvocato Gionna, "tutto come previsto, Parolisi ha preso il massimo della pena possibile, dopo l'esclusione della crudeltà. Decisione (della Cassazione) che rispettiamo - ha sottolineato il legale della famiglia Rea - ricordando però che è in evidente contrasto con il senso comune ritenere non ci sia stata crudeltà nel caso dell'omicidio di Melania". Uccisa, si ricorda, da 35 coltellate. Per questo Michele Rea ancora oggi ribadisce: "Già uccidere in una maniera così è crudele, ma non bisogna dimenticare che Melania sapeva che in quei momenti veniva uccisa in presenza della figlia. Credo si possa definire crudeltà anche questa". L'avvocato Gionna ha quindi parlato di Parolisi. "Per anni - ricorda il legale - si è detto bugiardo, traditore ma non assassino. Ora si può dire Parolisi bugiardo, traditore e assassino, ormai è definitivamente accertato".

Delusione nei legali di Parolisi, Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, per non aver ottenuto il riconoscimento delle attenuanti generiche con relativo e ulteriore sconto di pena. "Valuteremo le motivazioni della Corte e faremo le nostre scelte. Sicuramente c'è la strada di Strasburgo, però è ancora presto. Adesso dobbiamo valutare per quali motivi la Corte non ha ritenuto Parolisi meritevole delle attenuanti generiche. Avrebbe spostato comunque poco. C'è stata, invece, la riduzione che ci aspettavamo per quanto riguarda l'aggravante della crudeltà".

L'avvocato Biscotti ha ricordato come "quello della Corte di Assise di Appello di Perugia è stato un calcolo sostanzialmente obbligato, con l'esclusione dell'aggravante della crudeltà". Quanto all'impatto che la notizia dello sconto di pena può avere sull'opinione pubblica, Biscotti ha sottolineato come per lui, facendo l'avvocato, "le regole del processo e il codice sono il vangelo. Posso capire che chi ascolta queste storie possa avvertire un certo tipo di disagio, ma voglio sempre ricordare che comunque questo è stato un processo pieno di ombre e pieno di dubbi. Dubbi che rimangono ancora. A Parolisi, quando andremo a trovarlo in carcere, diremo che la battaglia processuale non finisce qui. Una battaglia iniziata uno contro tutti e che continuerà a Strasburgo".
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L'ex caporal maggiore, unico imputato per l'omicidio della moglie, fu condannato in primo grado all'ergastolo, con isolamento diurno, il 26 ottobre 2012. Nelle motivazioni, il giudice scrisse di "un rapporto sessuale negato" come motivo scatenante della furia omicida di Parolisi. Il 30 settembre 2013 la sentenza di secondo grado: dal massimo della pena si passa ai 30 anni inflitti dalla Corte d'Assise d'Appello dell'Aquila, che nelle motivazioni riportò gli "indizi attendendibili e convincenti" che inchiodavano Parolisi quale autore di un delitto "d'impeto". Quindi, il ricorso presentato dei legali Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, insieme al penalista Titta Madia, e il nuovo verdetto della Corte di Cassazione del febbraio scorso, che porta all'esclusione dell'aggravante della crudeltà e alla conseguente necessità di un ricalcolo della pena.

Nelle oltre 100 pagine di motivazioni della sentenza, la prima sezione penale della Cassazione aveva riconosciuto Parolisi come unico responsabile del delitto, maturato in una "esplosione di ira ricollegabile a un litigio tra i due coniugi". Le ragioni fondanti del litigio, aggiungeva la Suprema Corte nelle motivazioni, "si apprezzano nella conclamata infedeltà coniugale" di Parolisi. Il "fatto delittuoso", sottolineavano i supremi giudici, "si inserisce nel contesto di una giornata 'apparentemente normale', i due coniugi erano attesi di lì a poco a casa di amici", la figlia "era con loro" e "non è risultato alcun particolare contatto, nella fascia oraria immediatamente precedente, con ulteriori soggetti o terzi tale da far ipotizzare ulteriori e anomali appuntamenti". La ricostruzione operata dagli inquirenti "colloca" Parolisi "sul luogo del delitto" e "costruisce il delitto stesso in termini di 'occasionalità" ossia legato al "dolo d'impeto" e non alla "premeditazione". Quanto all'annullamento della crudeltà, pur davanti a un delitto particolarmente efferato, per i giudici "la mera reiterazione dei colpi", anche se "consistente", non può essere ritenuta "fonte di aggravamento di pena".