Cronaca

Ultim'ora

Reggio Emilia, aggredisce in strada una donna con un cacciavite e investe due soccorritori

'Ndrangheta, confiscati oltre 150 milioni a un boss deceduto

Rocco Musolino era morto un mese fa a 88 anni, con la fedina penale pulita. I magistrati: "La sua autorità mafiosa era tale da non richiedere manifestazioni concrete e dimostrabili". Tra i beni confiscati 338 immobili, compendi societari e finanziari

2 minuti di lettura
REGGIO CALABRIA - Quando qualcuno scriveva che era un "boss" della 'ndrangheta, don Rocco Musolino non si scomponeva. Solo mandava a dire attraverso i suoi legali di non scrivere sciocchezze perché lui, in vita sua, neppure una multa aveva mai preso. Aveva ragione. Quello che inquirenti e magistrati indicano come uno dei mafiosi più influenti e potenti dell'Aspromonte di processi ne aveva avuti molti, ma di condanne passate in giudicato nessuna. Mai. Don Rocco Musolino è morto il mese scorso a 88 anni. Se ne è andato nella sua casa di Santo Stefano d'Aspromonte, con la fedina penale linda come quella di un neonato. Le sue ricchezze però non se le godranno gli eredi. Quelle almeno torneranno allo Stato. Oggi infatti la magistratura (a seguito di un'indagine di Dia e Carabinieri) ha ottenuto la confisca di un patrimonio immenso, terreni, appartamenti, ville, quote societarie e conti correnti per un valore di oltre 150 milioni di euro. Nell'elenco illustrato dal procuratore Federico Cafiero De Raho c'è mezza montagna, boschi immensi. Formalmente era un imprenditore don Rocco Musolino. Le sue aziende lavoravano nel settore boschivo. Ed erano aziende floride anche alla luce del fatto che operavano in condizioni di monopolio assoluto. Gli alberi in Aspromonte o li tagliava lui o nessun altro. In 88 anni di vita aveva costruito un impero. Era passato indenne dalla prima e dalla seconda guerra di mafia. Nel 2008, mentre si trovava in macchina con il suo autista, un killer gli aveva sparato contro due fucilate che lo avevano ferito solo di striscio. Una storia finita nell'oblio, inghiottita dal silenzio che circonda quasi tutti i personaggi di primo piano delle famiglie di 'ndrangheta. Dopo quell'episodio gli inquirenti si aspettavano lo scoppio di una guerra di mafia. Invece nulla, ad eccezione di un singolo episodio registrato dalle microspie dei Carabinieri del nucleo investigativo di Reggio Calabria. Qualche giorno dopo don Rocco incontrò don Mico Alvaro, potente capomafia della piana di Gioia Tauro per dirgli solo una frase: "Io non voglio sapere chi è stato, mi basta che lo sappia tu". Amen.

Non a caso, scrivono i magistrati "L'autorità mafiosa di Musolino è stata tale da non richiedere manifestazioni concrete e dimostrabili di mafiosità, nel senso che bastava pronunciare il nome di Rocco Musolino perché gli altri mafiosi si facessero da parte, segno del rispetto per il ruolo di rilievo ricoperto". Sul suo conto sanno molto anche i pentiti, che lo indicavano come un personaggio di estrema importanza nell'ambito della cosca Serraino. Filippo Barreca, uno degli storici collaboratori di giustizia reggini, di lui dice che "era un capo carismatico ed era personaggio che aveva rapporto con il mondo istituzionale, in poche parole era un grosso massone che... per quello che mi risulta ... era il personaggio chiave del mondo politico ed istituzionale... cioè si rivolgevano a lui per... come dire... l'aggiustamento dei processi". Secondo Barreca, il re della montagna "insieme a Ciccio Serraino e Ciccantoni "brachetta" Gioffrè costituivano una triade importantissima all'interno di tutta la 'ndrangheta calabrese, e dei tre, il Musolino aveva un ruolo di ulteriore supremazia grazie ai suoi collegamenti politico-massonici".

Don Rocco era insomma una potenza anche grazie ai suoi legami con le istituzioni. Frequentava giudici, politici, notai ed era "rispettato" praticamente da tutte le grandi famiglie dei tre mandamenti reggini. Un uomo potente e ricco. Tanto che nell'elenco dei beni confiscati risultano 101 fabbricati tra appartamenti, villette, autorimesse, magazzini e locali commerciali; 218 appezzamenti di terreno agricoli, per un'estensione complessiva di oltre 800 ettari; conti correnti, polizze assicurative e depositi titoli (oltre sette milioni di euro). Ricco di beni e soldi, ma soprattutto di segreti. I primi sono tornati allo Stato, i secondi se li è portati nella tomba.