E se capitasse a noi? Vedere un figlio o una figlia prigionieri di un amore sbagliato, osservarli sbandare, imboccare testardi una cattiva strada, respingere caparbi l’aiuto che salva, la corda per uscire dal pozzo, ancor peggio se lanciata dai genitori. Sgomento. Come quello che si prova davanti ai due adolescenti di Ancona, killer per “difendere” un amore malato, o nel ricordo di Erika e Omar, assassini in coppia ma la mente era lei, di fronte ai “fidanzati dell’acido” Martina e Alexander, e al loro intreccio di sesso e violenza. Sentimenti così estremi da diventare criminali. La prima reazione è dire no, i nostri ragazzi sono diversi, quellì là sono malati, ma la paura della “cattiva strada” è invece nascosta nel cuore di ogni genitore, l’ombra che si riaffaccia ad ogni caso di cronaca. Adulti che si chiedono «e adesso che faccio?», se la figlia si fidanza con il bullo, o se il figlio condivide la passione degli spinelli con la compagna di classe, se fanno i pazzi con la moto, o prendono l’ecstasy nelle discoteche, o magari più semplicemente fanno l’amore senza precauzioni.
C’è anche un’età in cui l’allarme scatta, lo sottolineano spesso i professori delle scuole secondarie, è intorno ai 12 anni, in seconda media, l’infanzia è alle spalle, la pubertà è alle porte. «Ricordo l’angoscia della madre di una ragazza di 13 anni che si era messa con il peggiore della scuola», racconta Ermanno Gesso, responsabile dello sportello di ascolto di un popoloso istituto comprensivo alle porte Napoli, nella cintura flagellata da dispersione scolastica e droga. «All’inizio la famiglia sbagliò tutto: vietavano a Giulia di uscire, di incontrarlo, credo che siano arrivati a chiuderla in casa...Del resto era comprensibile, visto che quel ragazzo è finito nella manovalanza della camorra di quartiere. Ma più i genitori la bloccavano, più Giulia scappava. Era sedotta, plagiata, incapace di pensare da sola. Un disastro». Insieme allo psicologo i genitori fanno una scelta estrema: dopo la bocciatura in terza media spediscono Giulia dagli zii negli Stati Uniti. «La lontananza ha fatto il miracolo: ha scelto di restare un anno negli States studiando da privatista. Quando è tornata era un’altra».
La “cattiva strada” però può essere semplicemente l’onnipotenza dell’adolescenza, per cui ogni limite imposto dagli adulti sembra un sopruso, per una generazione cresciuta convinta di non avere confini. Massimo Ammaniti, psicoanalista e grande esperto dell’età evolutiva, citando il neurobiologo americano Jay Giedd, paragona i teenager di oggi a degli individui che hanno «un’auto con un motore potentissimo ma non sanno guidarla ». «L’adolescenza è sempre esistita, ma oggi bisogna ammettere che i giovanissimi hanno comportamenti oppositivi che possono far paura, e senza nemmeno più la differenza tra maschi e femmine. Nello stesso tempo sono cambiati le madri e i padri, spesso diventati genitori tardi, e assai riluttanti nel mettere confini, più amici e complici dei figli che educatori ». In questo terreno, se un ragazzino deraglia, l’unica tecnica per riportarlo sui binari, è quella della “contrattazione”. «Sì, il termine è questo, in senso sindacale. Noi abbiamo visto che di fronte ad un amore sbagliato o ad una cattiva compagnia, la repressione pura serve a poco. Anzi, nel caso di una storia tra giovanissimi, la resistenza agli adulti si trasforma in un cemento sentimentale, coalizzarsi nella rabbia e nella complicità diventa, paradossalente, una forma di passione». Sentimento che nelle sue forme estreme, (Erika e Omar a Novi Ligure nel 2001, Antonio Tagliata e la sua ragazza pochi giorni fa ad Ancona) può diventare omicida verso chiunque si opponga alla sua realizzazione.
«I genitori — dice Ammaniti — devono fare di tutto perché il canale con i figli resti aperto, mettere delle regole ma trattare, e attuare quello che si chiama monitoring, ossia un controllo costante ma non invasivo ». Insomma, è meglio cedere un po’ su un’uscita notturna, ma sperare che lei o lui poi ci racconti che cosa è successo, piuttosto che vietare la discoteca perché lì, si sa, tutti “calano” pasticche. Ma Ammaniti ammonisce anche gli adulti, a cui ha appena dedicato il libro “La famiglia adolescente” (Laterza). «Oggi sono gli stessi genitori ad essere troppo ragazzini, troppo preoccupati di se stessi e della propria realizzazione per essere autorevoli verso i figli... ». Annalaura è una mamma di Verona che ha raccontato, anche lei in uno sportello di ascolto scolastico, la storia di suo figlio Nicola. «A 15 anni è come impazzito. Ha conosciuto Angela, che di anni ne aveva 18, e con lei ha scoperto l’amore. Anzi il sesso. Nicola è bello, sembra più grande, ed è gentile. Era pieno di amici, faceva sport. Piano piano il rapporto con Angela invece è diventato totalizzante: non uscivano più, stavano sempre in casa di lei, che praticamente viveva da sola, fumavano hashish, Nicola ha iniziato a fare montagne di assenze a scuola, si è riempito di tatuaggi, e quando provavo a parlarci mi aggrediva».
Angela, fa capire Annalaura, è come se avesse “schiavizzato” Nicola in una prigione d’amore, sempre più malsano e molesto. «Lei era sbandata, senza famiglia, il peggio che potesse capitare a mio figlio. Ero disperata. Nicola era il sole della mia vita e adesso lo vedevo spegnersi. Ho chiesto aiuto. E ho capito che se volevo salvare Nicola, dovevo in qualche modo salvare anche Angela». Supportata da due psicologi Annalaura decide di “accettare” Angela. Riapre ad entrambi le porte della sua casa. Sopporta disordine, nuvole di fumo, e i due ragazzi che platealmente saltano la scuola restando a dormire. Ma tra i tre torna il dialogo. Annalaura invita a casa i compagni di Nicola, impone almeno per lui il ritorno in classe. «Rientrare nel suo mondo è come se lo avesse svegliato, di conseguenza anche Angela si è dovuta adeguare, e si è trovata un piccolo lavoro. Stanno ancora insieme, ma entrambi sono tornati nei binari della normalità. Per me è stato un successo».
Ed è su questo che si sofferma Laura Volpini, psicologa giuridica e docente alla Sapienza di Roma, autrice di diversi studi sulla criminalità giovanile. «La capacità di comunicare è tutto, la repressione non fa altro che alzare nuove barriere. L’importante è lasciare un canale aperto con gli adolescenti, anche se ci sono comportamenti che non ci piacciono, ma sapendo così che in caso di bisogno si sentiranno sicuri di poterci chiedere aiuto». Anche Laura Volpini, come già Ammaniti, torna sul monitoring. «Di fronte ad un figlio che sbanda è importante proporre soluzioni alternative, attivare la rete dei genitori dei compagni di scuola, portare modelli positivi. Ma sono gli adulti, per primi, a dover essere d’esempio». È l’educazione invisibile, così la definisce Volpini, che consiste nell’esercizio continuo di ascoltare i propri ragazzi, così da captarne i segnali di disagio. «Se pensiamo ad Erika e Omar, a Pietro Maso, alla ferocia che può covare in vite apparentemente normali, è umano avere paura...Ma sono invece casi estremi. La normalità è fatta di giovanissimi che sbagliano cercando la propria identità, ma in fondo non cercano altro che l’ascolto del mondo adulto».