I CONSULENTI del Tribunale dei minori hanno deciso che Martina Levato e Alexander Boettcher potranno presto vedere insieme il figlio. Pare che ormai, in attesa che il giudice si pronunci in primavera sul futuro del bambino, sia così che si debba procedere.
Studiare i comportamenti del "nucleo familiare naturale"; osservare come i genitori interagiscono con il figlio; capire le reazioni del bimbo. Il tutto in nome del suo "benessere". Nonostante al momento della nascita il piccolo fosse stato immediatamente allontanato dalla madre proprio in nome di questo "benessere". Nonostante pochi giorni dopo fosse stato concesso a Martina di incontrare il figlio solo in presenza del personale socio-sanitario e per pochi istanti, sempre in nome del "benessere" del bambino. Nonostante fino ad alcuni giorni fa, ancora una volta in nome del suo "benessere", non fosse stato concesso alcun incontro prolungato o al di fuori dal carcere con i genitori.
Ma quante lingue parla la giustizia? Dov'è veramente il "benessere" di questo bimbo? C'è qualcuno che, mentre periti e giudici decidono tutto e il contrario di tutto, sta veramente pensando a lui? Certo, la situazione è oggettivamente complessa. Proprio venerdì, a Milano, il pm ha chiesto per Martina Levato vent'anni di carcere, ossia la pena più severa possibile per le aggressioni all'acido commesse nel 2014 con la complicità di Alexander.
E poi c'è l'incertezza della decisione che prenderà il Tribunale dei minori sull'adottabilità o meno del bambino. Ma il bimbo, appunto, che cosa c'entra in tutto questo? Da quando è nato, non ha scelto nulla, non ha fatto nulla, non ha chiesto nulla. Da quando è nato, è solo oggetto di polemiche, di contese e di decisioni contrastanti. Si fa e si disfa. Si decide una cosa e si torna indietro. Come se fosse semplice e banale ricominciare sempre tutto da capo. Anche se non è vero niente.
Non sarebbe semplice e banale per un adulto - che in teoria capisce che le cose non vanno sempre per il verso giusto - figuriamoci per un bambino di pochi mesi che non ha avuto ancora la possibilità di sperimentare la continuità degli affetti e dell'amore. Chi glielo spiegherà un giorno a questo bimbo che c'era chi pensava che sarebbe stato meglio separarlo immediatamente dalla madre per evitare che si creassero legami affettivi, prima che qualcun altro decidesse l'esatto contrario? Chi gli racconterà che i periti hanno in seguito deciso di studiare le dinamiche familiari e che, se poi lui si è affezionato alla madre ma i comportamenti del "nucleo familiare" non sono idonei, dovrà dimenticarsela?
Perché alla fine è sempre così che si concludono drammi di questo tipo: ci rimette il più fragile, ed è lui che paga il prezzo delle incertezze e delle contraddizioni degli adulti. Ci rimette il più debole, ed è lui che un giorno dovrà fare i conti con gli strappi di una vita in cui tutto, fin dall'inizio, è accaduto indipendentemente da lui.
Studiare i comportamenti del "nucleo familiare naturale"; osservare come i genitori interagiscono con il figlio; capire le reazioni del bimbo. Il tutto in nome del suo "benessere". Nonostante al momento della nascita il piccolo fosse stato immediatamente allontanato dalla madre proprio in nome di questo "benessere". Nonostante pochi giorni dopo fosse stato concesso a Martina di incontrare il figlio solo in presenza del personale socio-sanitario e per pochi istanti, sempre in nome del "benessere" del bambino. Nonostante fino ad alcuni giorni fa, ancora una volta in nome del suo "benessere", non fosse stato concesso alcun incontro prolungato o al di fuori dal carcere con i genitori.
Ma quante lingue parla la giustizia? Dov'è veramente il "benessere" di questo bimbo? C'è qualcuno che, mentre periti e giudici decidono tutto e il contrario di tutto, sta veramente pensando a lui? Certo, la situazione è oggettivamente complessa. Proprio venerdì, a Milano, il pm ha chiesto per Martina Levato vent'anni di carcere, ossia la pena più severa possibile per le aggressioni all'acido commesse nel 2014 con la complicità di Alexander.
E poi c'è l'incertezza della decisione che prenderà il Tribunale dei minori sull'adottabilità o meno del bambino. Ma il bimbo, appunto, che cosa c'entra in tutto questo? Da quando è nato, non ha scelto nulla, non ha fatto nulla, non ha chiesto nulla. Da quando è nato, è solo oggetto di polemiche, di contese e di decisioni contrastanti. Si fa e si disfa. Si decide una cosa e si torna indietro. Come se fosse semplice e banale ricominciare sempre tutto da capo. Anche se non è vero niente.
Non sarebbe semplice e banale per un adulto - che in teoria capisce che le cose non vanno sempre per il verso giusto - figuriamoci per un bambino di pochi mesi che non ha avuto ancora la possibilità di sperimentare la continuità degli affetti e dell'amore. Chi glielo spiegherà un giorno a questo bimbo che c'era chi pensava che sarebbe stato meglio separarlo immediatamente dalla madre per evitare che si creassero legami affettivi, prima che qualcun altro decidesse l'esatto contrario? Chi gli racconterà che i periti hanno in seguito deciso di studiare le dinamiche familiari e che, se poi lui si è affezionato alla madre ma i comportamenti del "nucleo familiare" non sono idonei, dovrà dimenticarsela?
Perché alla fine è sempre così che si concludono drammi di questo tipo: ci rimette il più fragile, ed è lui che paga il prezzo delle incertezze e delle contraddizioni degli adulti. Ci rimette il più debole, ed è lui che un giorno dovrà fare i conti con gli strappi di una vita in cui tutto, fin dall'inizio, è accaduto indipendentemente da lui.