Cronaca

Reggio Calabria, il pizzo al Museo dei Bronzi

Oltre 180 mila euro di mazzetta estorti alla Cobar per realizzare i lavori della struttura. Cinque persone arrestate

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REGGIO CALABRIA - Si sono presentati davanti al museo la mattina presto, e appena il primo operaio si è messo a scaricare i materiali per montare l'impalcatura sono entrati in azione. Lo hanno preso per il bavero lasciandogli il messaggio dei boss: "Digli al direttore dei lavori che a noi dei bronzi non ce ne fotte niente, a noi ci deve pagare perché abbiamo famiglie di carcerati da mantenere".

Oltre 180 mila euro di mazzetta, tanto ha dovuto sborsare la Cobar per realizzare i lavori del Museo nazionale della Magna Grecia. Quattro rate, solo contante, consegnate agli emissari del clan De Stefano. Moneta sonante, in cambio della tranquillità sui cantieri, che l'azienda avrebbe tirato fuori senza battere ciglio. Con titolari e direttori dei lavori terrorizzati da quegli uomini che in nome e per conto della famiglia più potente di Reggio hanno preteso e ottenuto il prezzo del "disturbo".

Stamattina carabinieri e polizia hanno fermato alcuni dei protagonisti della vicenda su ordine della Dda di Reggio Calabria (il provvedimento è firmato dal Procuratore Federico Cafiero de Raho e dai pm Stefano Musolino, Giuseppe Lombardo e Rosario Ferracane). Cinque uomini che a diverso titolo la mattina del 10 ottobre 2008 furono protagonisti del raid di Piazza De Nava, sede del museo, e di quelli che seguirono per le intimidazioni e per riscuotere le tangenti.

In manette all'alba sono finiti Giovanni Maria De Stefano, detto "Il Principe", e quattro suoi uomini (Fabio Salvatore Arecchi, Francesco Votano, Vincenzo Morabito e Arturo Assumma) ma l'indagine sarebbe molto più ampia.

Secondo quanto accertato dagli inquirenti in una prima occasione la ditta avrebbe versato una prima rata da 15-20 mila euro, la seconda 45 - 50 mila, la terza 50 mila e l'ultima tra le 50 e le 60 mila. A raccontare i dettagli dell'estorsione il pentito Enrico De Rosa. Un personaggio con le mani in pasta in diversi settori tra cui quello immobiliare, che ha spiegato come i De Stefano mai avrebbero rinunciato a intascare i soldi di un appalto del valore di 20 milioni di euro. Lavori che andavano fatti in tempi record visto che il Museo doveva ospitare i Bronzi di Riace, una circostanza che avrebbe messo tranquilli i clan consapevoli del fatto che su quell'opera nessuno voleva rogne.

Con un ruolo di primo piano nell'operazione le forze dell'ordine hanno bloccato Giovanni De Stefano, rampollo della famiglia e figlio di Giorgio De Stefano. Il "Principe", come lo chiamano nell'ambiente, libero del settembre 2009, è stato per alcuni anni il reggente del clan. Una "capo militare" e scalpitante, dicono gli inquirenti, che ha avuto spazio in virtù del fatto che quasi tutti i boss della famiglia erano detenuti.