il Venerdì: i misteri di Leonardo Sciascia
Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: "Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato". L’aria, l’acqua, le strade: "Scricchiolava vetrino sotto i piedi". Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica. Il secondo elemento di cui è fatta Regalpetra è il piombo. Quando Sciascia nacque (1921) Racalmuto era il Far West: "Una lite per confini o trazzere fa presto a passare dal perito catastale a quello balistico". Poi c’era la mafia. E infine, ricorda il biografo di Sciascia, Matteo Collura, "le campagne erano un brulicare di doppiette", per via della caccia. Lo stesso Sciascia era stato uno sniper: "Con un fuciletto ad aria compressa, a dieci metri, colpivo la capocchia di uno spillo". L’inchiostro, infine. "Ne ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto". Ed è l’inchiostro della scrittura ad aver trasformato la Racalmuto reale in Regalpetra la fantastica, ad aver trasmutato il piombo in zolfo, e poi lo zolfo in oro. Sul grande autore siciliano, in copertina su il Venerdì, credevamo di sapere tutto. Ma, mentre escono i suoi scritti perduti, abbiamo scoperto verità scomode su mafia e antimafia, editori, ambizioni. E sulla morte
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