Calabria, i furbetti della truffa on line: 27 arresti
di ALESSIA CANDITO
Smantellata dalla guardia di finanza una banda che è riuscita a "bucare" la sicurezza di diversi istituti di credito. L'operazione ha fruttato centinaia di migliaia di euro. I criminali erano riusciti ad avere la complicità di personale interno delle banche e di tecnici informatici. Per tutti l'accusa di associazione a delinquere, riciclaggio e truffa
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Un gioco delle tre carte on line costato oltre un milione di euro a 12 ignari correntisti della IngDirect. Così potrebbe essere definito il sistema messo a punto dalla banda di truffatori con base nella Locride, disarticolata oggi dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria con l'operazione Piscatores. Accusati a vario titolo di associazione a delinquere, truffa, riciclaggio, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso o sistemi informatici o telematici, falsità in scrittura privata , sostituzione di persona, possesso e fabbricazione di documenti di identificazione falsi, in 16 sono finiti in carcere, 3 ai domiciliari, mentre in 8 sono stati denunciati a piede libero, ma con obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Per gli inquirenti sono tutti componenti o fiancheggiatori della banda, che ha bucato i sistemi di protezione del noto istituto di credito per accedere e svuotare i conti di 12 danarosi correntisti, ritrovatisi completamente al verde nel giro di massimo trentasei ore.
I PERICOLI DELL'HOME BANKING - "Questa - spiega il procuratore aggiunto Paci - è un'indagine prototipo che mostra in maniera plastica come le organizzazioni criminali utilizzino il mondo del banking on line per accumulare profitti illeciti". Un obiettivo raggiunto dalla banda di truffatori grazie all'agire coordinato di diversi soggetti che intervenivano nelle diverse fasi della truffa. Le vittime venivano agganciate con la classiche tecniche di phishing, cioè l'invio di messaggi di posta elettronica, simili in tutto e per tutto a quelli inviati dall'istituto di credito. Proponendo offerte e servizi particolarmente vantaggiosi, i truffatori riuscivano ad estorcere alla vittima generalità complete, documenti e codici di accesso, utilizzati sia per accedere e svuotare il conto della vittima, sia per creare una sorta di "conto clone" su cui trasferire il denaro. "Erano in tutto e per tutto analoghi a quello della vittima, con tanto di documenti e numero di cellulare - afferma il procuratore Paci - per rendere difficile individuare il trasferimento di denaro".
BLINDATURE INUTILI - In più, aggiunge il tenente colonnello William Vinci, la banda "era riuscita anche a trovare il modo di aggirare le procedure di sicurezza. Una parte dell'organizzazione si dedicava infatti ad acquisire il numero di telefono della vittima, quindi simulando di esserne il titolare, contattava il gestore per modificare, sostituire o sospendere l'utenza. Il nuovo numero di telefono veniva dunque comunicato alla IngDirect, che lì provvedeva a inviare tutte le comunicazioni riguardanti le operazioni effettuate sul conto". Un meccanismo perfetto, che ha impedito alle vittime di accorgersi del furto in corso, se non a conto svuotato e denaro perduto in mille rivoli.
Reggio Calabria: 27 arresti per truffe online, sottratto oltre 1 milione di euro
TRENTASEI ORE - Nel giro di massimo trentasei ore infatti, tutto il denaro trasferito sul conto clone veniva prelevato da una serie di complici, che provvedevano a prelevare anche mille euro alla volta, per far sparire il più in fretta possibile ogni traccia del denaro sottratto. "Siamo di fronte a una vera e propria organizzazione, non piramidale ma in cui - aggiunge Vinci - ognuno ha compiti e ruoli precisi. Abbiamo un dealer di un centro Tim, un tecnico elettronico che ufficialmente ripara centraline elettriche delle auto, ma era il vero e proprio hacker dell'organizzazione, diversi personaggi incaricati delle operazioni di smarfing, cioè i versamenti tutti sotto soglia con cui si svuotavano i conti, e infine i tanti che erano incaricati di prelevare i contanti tramite bancomat".
A MOLFETTA LA PRIMA DENUNCIA - A far partire le indagini, cui la IngDirect ha pienamente collaborato, permettendo anche ai finanzieri di accedere ai propri sistemi di sicurezza, è stata una donna di Molfetta, Giovanna De candia, che ha denunciato la sottrazione di 90mila euro dal proprio conto, attraverso operazioni che lei stessa - unica titolare del conto - non aveva mai utilizzato. Qualche mese dopo, una vicenda del tutto analoga veniva denunciata da una correntista delle filiali bolognesi della IngDirect, che ha visto sparire dal suo conto ben 420mila euro. Coincidenze non casuali, hanno capito gli investigatori, che per rintracciare gli autori del furto hanno seguito le tracce lasciate dall'ip - l'indirizzo che viene assegnato a un qualsiasi dispositivo si colleghi ad una rete informatica - fino ad arrivare ad un gruppo di soggetti della Locride, da quel momento intercettati e monitorati. Ascoltando le loro conversazioni, ma soprattutto tracciando la loro attività telematica, investigatori ed inquirenti sono stati in grado di individuare la banda.
SI CONTINUA A INDAGARE - Ma l'indagine non è ancora finita. E non solo perché all'attenzione della procura di Reggio Calabria ci sono circa trecento denunce in tutto simili a quelle finite al centro dell'indagine. "L'attività che abbiamo fatto è lungi dall'essere conclusa - afferma il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, Alessandro Barbera - adesso bisognerà capire se ci siano altri soggetti coinvolti e quali fossero i reali obiettivi delle operazioni di riciclaggio". Quello che investigatori e inquirenti vogliono capire è se ci fosse una talpa interna all'istituto di credito in grado di segnalare le vittime alla banda, ma soprattutto se e in che misura i truffatori fossero in contatto con le 'ndrine della Locride. Sebbene nell'organigramma dell'organizzazione appaiano personaggi ritenuti vicini o contigui ai clan della zona, al momento non ci sono contestazioni di mafia. "Sappiamo che la 'ndrangheta da tempo si dedica anche ad attività in passato considerate non tradizionali, come l'usura - conclude in procuratore capo Federico Cafiero de Raho - di fronte ad un'operazione di riciclaggio di questo genere siamo obbligati ad andare fino in fondo".
Tutto avveniva rigorosamente on line, ma i proventi delle loro truffe erano reali e concreti. C'era una banda di ventisette persone in grado di "bucare" i sistemi di protezione di diversi istituti di credito, dietro le truffe denunciate nel corso dell'ultimo anno da diversi correntisti delle banche della Locride, in provincia di Reggio Calabria. Lo hanno scoperto gli uomini della guardia di finanza, che questa mattina hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di ventisette persone, accusate di aver a vario titolo e con vari ruoli collaborato ad una serie di truffe on line, fruttate centinaia di migliaia di euro.
"Da un certo punto di vista - dice il procuratore capo della Dda reggina, Federico Cafiero de Raho- sorprende che un territorio come quello della provincia di Reggio Calabria, che conosciamo per altre tipologie di reati e di associazioni criminali, ospiti anche soggetti dediti alle truffe, ma c'è anche questo". Sebbene alcuni dei ventisette oggi colpiti da misura cautelare siano ritenuti vicini o contigui ad alcuni clan della Locride, non c'è la 'ndrangheta dietro una delle maggiori truffe on line individuate fino ad oggi in Calabria, che ha alleggerito di fondi e risparmi accumulati correntisti di diversi noti istituti di credito.
Il metodo era sempre lo stesso. Grazie alla complicità di personale interno alle banche o alla perizia di alcuni tecnici informatici, la banda riusciva ad accedere a codici e pin web di alcuni conti correnti, autorizzati ad operare anche on line. Comodamente seduti dietro i loro computer, i truffatori potevano accedere ai risparmi altrui, autorizzando transazioni e bonifici, di importi anche ingenti, ordinandone l'accredito su conti correnti creati ad hoc, intestati a persone inesistenti, ma in realtà riconducibili ai membri della banda. Tali conti venivano poi rapidamente svuotati, senza lasciare - almeno secondo il piano messo a punto dalla banda - alcuna traccia che potesse ricondurre a chi aveva realmente ordinato la transazione. Nei sistemi di home banking, rimaneva solo la registrazione di un'inusuale, ma formalmente regolare, operazione del titolare del conto.
"Si tratta di attività criminali che vengono esercitate sul territorio in maniera diversa da quella che siamo abituati a vedere - continua il procuratore Cafiero de Raho - ma che comunque sono finalizzate all'arricchimento illecito. La specificità della truffa, in questo caso è data dalla capacità della banda di recuperare i codici di accesso di diversi istituti di credito che operano anche on line, ordinare operazioni di trasferimento di ingenti somme di denaro dai conti riferibili a quelle banche e incassare i proventi di tali truffe".
Un modus operandi riferibile a una banda ben precisa, individuata nel tempo anche grazie alle indagini della Finanza che ha braccato on line e off line i truffatori, fino a ricostruire l'intero organigramma dell'organizzazione, di cui tutti i ventisette a vario titolo facevano parte. E che oggi devono rispondere a vario titolo di una serie di reati che vanno dall'associazione a delinquere a una serie pressoché infinita di episodi di truffa, riciclaggio, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso o sistemi informatici o telematici, falsità in scrittura privata , sostituzione di persona, possesso e fabbricazione di documenti di identificazione falsi.