Umberto Veronesi è fondatore e presidente della Fondazione che porta il suo nome e che anche quest'anno eroga i Grant per la ricerca in campo biomedico: ovvero 165 borse di studio rivolte a giovani ricercatori che operano nella medicina di precisione, la genomica, la prevenzione.
Professore, quali risultati si sono raggiunti in questi settori?
"La genomica è l'alfabeto imprescindibile ormai in ogni ambito della ricerca biomedica, la medicina di precisione è l'orizzonte cui tutti guardiamo e la prevenzione è la premessa da cui dipendono la salute di noi tutti e la tenuta del nostro sistema sanitario. Sono strumenti e insieme obiettivi trasversali. Non sono temi futuristici, stanno accadendo adesso. Oggi non è più utopia pensare una medicina di precisione mirata a modellare la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie sulle caratteristiche del singolo o di un gruppo. Contro i tumori, ad esempio, da tempo sappiamo che patologie anche con lo stesso nome sono però diverse le une dalle altre per effetto della combinazione fra stili di vita, ambiente e genetica. Da vent'anni abbiamo farmaci mirati su un dato bersaglio molecolare, che quindi funzionano solo per una parte dei malati. Oggi possiamo ridurre le cure inutili e scegliere solo quelle davvero adatte a quella persona, a quella malattia".
Un bilancio di questi dodici anni della Fondazione?
"Quest'anno le borse erogate sono state 165, giovani ricercatori che provengono da 21 Paesi e lavorano in 30 città, l'età media è poco più di 30 anni. La selezione è stata rigorosa e non facile, dato l'alto livello delle candidature presentate. Mi pare una bella fotografia di che cos'è la ricerca e di cosa dovrebbe essere questo Paese. E mi dà particolare soddisfazione vedere che la Fondazione sta contribuendo non solo a mettere in luce il lavoro di chi fa ricerca ma anche a riconoscere il valore civile e culturale della scienza, per tutti e per ciascuno".
I Grant sono una ricetta per far rimanere i giovani ricercatori in Italia. Basta questo?
"Ovviamente il sostegno economico è necessario, e non basta erogare una borsa, ma è necessario anche che l'importo della borsa sia dignitoso. Avere uno stipendio che permetta di vivere è importante, ma non credo che ai giovani basti, e come Fondazione siamo consapevoli di dover dare loro qualcosa di più della paga a fine mese: vogliono un futuro, una prospettiva. In un Paese in cui gli investimenti in ricerca sono inferiori alla media europea occorre un rinnovamento complesso, una nuova alleanza fra istituzioni, università, imprese e cittadini affinché scuola, formazione e ricerca vengano riconosciute per quello che sono, una risorsa strategica centrale e imprescindibile per il futuro di tutti".
Qualche giorno fa il ministro Giannini ha parlato della necessità di creare sinergie tra pubblico e privato sul tema della ricerca. Concorda?
"Certamente, sono d'accordo. I privati dovrebbero collaborare con gli scienziati per creare delle Newco che sfruttino le più recenti conoscenze nel campo di attività scientifica, soprattutto nell'ambito di quel che viene identificato con l'acronimo "grin": genetica, robotica, informatica e nanoscienze".
Che cosa pensa della proposta di un'agenzia nazionale per la ricerca, auspicata dalla senatrice a vita Elena Cattaneo?
"Se ne parla da tempo. Dobbiamo però ricordare che esiste già un ente che è il Consiglio nazionale delle ricerche, di cui l'agenzia dovrebbe essere un'emanazione. Sarebbe molto utile invece attuarla nel mondo della ricerca medica, che ora è divisa fra ministero della Salute e Miur (Università e ricerca), con qualche difficoltà di comunicazione e a volte qualche incomprensione".
Human Technopole, il centro di ricerca sulla genomica che sorgerà in area Expo, promette di essere un polo internazionale all'avanguardia. Come lo vede?
"Credo che sarà una grande opportunità per questo Paese, un volano per la crescita in ambito scientifico e civile. Siamo fra le prime nazioni industrializzate al mondo, ma da decenni soffriamo della mancanza di progetti di respiro internazionale e di portata innovativa. La rivoluzione attuata dalla conoscenza del genoma umano ha imposto al movimento scientifico internazionale nuovi ritmi e standard operativi. I costi per la ricerca e per la produzione di nuovi farmaci sono spesso esorbitanti, dobbiamo acquisire e trattare immense moli di dati, far lavorare insieme genetisti, statistici, medici, fisici, nutrizionisti e confrontarci con altri grandi centri ricerca".
Professore, quali risultati si sono raggiunti in questi settori?
"La genomica è l'alfabeto imprescindibile ormai in ogni ambito della ricerca biomedica, la medicina di precisione è l'orizzonte cui tutti guardiamo e la prevenzione è la premessa da cui dipendono la salute di noi tutti e la tenuta del nostro sistema sanitario. Sono strumenti e insieme obiettivi trasversali. Non sono temi futuristici, stanno accadendo adesso. Oggi non è più utopia pensare una medicina di precisione mirata a modellare la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie sulle caratteristiche del singolo o di un gruppo. Contro i tumori, ad esempio, da tempo sappiamo che patologie anche con lo stesso nome sono però diverse le une dalle altre per effetto della combinazione fra stili di vita, ambiente e genetica. Da vent'anni abbiamo farmaci mirati su un dato bersaglio molecolare, che quindi funzionano solo per una parte dei malati. Oggi possiamo ridurre le cure inutili e scegliere solo quelle davvero adatte a quella persona, a quella malattia".
Un bilancio di questi dodici anni della Fondazione?
"Quest'anno le borse erogate sono state 165, giovani ricercatori che provengono da 21 Paesi e lavorano in 30 città, l'età media è poco più di 30 anni. La selezione è stata rigorosa e non facile, dato l'alto livello delle candidature presentate. Mi pare una bella fotografia di che cos'è la ricerca e di cosa dovrebbe essere questo Paese. E mi dà particolare soddisfazione vedere che la Fondazione sta contribuendo non solo a mettere in luce il lavoro di chi fa ricerca ma anche a riconoscere il valore civile e culturale della scienza, per tutti e per ciascuno".
I Grant sono una ricetta per far rimanere i giovani ricercatori in Italia. Basta questo?
"Ovviamente il sostegno economico è necessario, e non basta erogare una borsa, ma è necessario anche che l'importo della borsa sia dignitoso. Avere uno stipendio che permetta di vivere è importante, ma non credo che ai giovani basti, e come Fondazione siamo consapevoli di dover dare loro qualcosa di più della paga a fine mese: vogliono un futuro, una prospettiva. In un Paese in cui gli investimenti in ricerca sono inferiori alla media europea occorre un rinnovamento complesso, una nuova alleanza fra istituzioni, università, imprese e cittadini affinché scuola, formazione e ricerca vengano riconosciute per quello che sono, una risorsa strategica centrale e imprescindibile per il futuro di tutti".
Qualche giorno fa il ministro Giannini ha parlato della necessità di creare sinergie tra pubblico e privato sul tema della ricerca. Concorda?
"Certamente, sono d'accordo. I privati dovrebbero collaborare con gli scienziati per creare delle Newco che sfruttino le più recenti conoscenze nel campo di attività scientifica, soprattutto nell'ambito di quel che viene identificato con l'acronimo "grin": genetica, robotica, informatica e nanoscienze".
Che cosa pensa della proposta di un'agenzia nazionale per la ricerca, auspicata dalla senatrice a vita Elena Cattaneo?
"Se ne parla da tempo. Dobbiamo però ricordare che esiste già un ente che è il Consiglio nazionale delle ricerche, di cui l'agenzia dovrebbe essere un'emanazione. Sarebbe molto utile invece attuarla nel mondo della ricerca medica, che ora è divisa fra ministero della Salute e Miur (Università e ricerca), con qualche difficoltà di comunicazione e a volte qualche incomprensione".
Human Technopole, il centro di ricerca sulla genomica che sorgerà in area Expo, promette di essere un polo internazionale all'avanguardia. Come lo vede?
"Credo che sarà una grande opportunità per questo Paese, un volano per la crescita in ambito scientifico e civile. Siamo fra le prime nazioni industrializzate al mondo, ma da decenni soffriamo della mancanza di progetti di respiro internazionale e di portata innovativa. La rivoluzione attuata dalla conoscenza del genoma umano ha imposto al movimento scientifico internazionale nuovi ritmi e standard operativi. I costi per la ricerca e per la produzione di nuovi farmaci sono spesso esorbitanti, dobbiamo acquisire e trattare immense moli di dati, far lavorare insieme genetisti, statistici, medici, fisici, nutrizionisti e confrontarci con altri grandi centri ricerca".