Migranti, la corsa contro il tempo dei soccorritori
Francesco Viviano
Reportage dalla centrale operativa della Guardia Costiera a Roma. Le richieste di aiuto che arrivano dai barconi in difficoltà e lo sforzo incessante per far arrivare navi militari o mercantili sul posto. Migliaia di vite umane salvate, ma anche tante tragedie. Il contrammiraglio Carlone: "Molti, purtroppo, scompaiono nel fondo del mare"
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ROMA - "May Day, May Day, aiutateci, stiamo affondando, siamo quattrocento-cinquecento, molte donne e bambini. Vi preghiamo, aiutateci...". Sono voci che giungono dal nord della Libia, da carrette di legno fradicio carichi di disperati che imbarcano acqua e affondano lentamente. Voci che giorno e notte giungono direttamente alla centrale operativa di Roma del comando generale della Guardia Costiera. Sono gli stessi scafisti a fornire il numero. Lì marinai e ufficiali controllano schermi e radar per cercare di inviare sul posto navi militari, mercantili, per soccorrerli. "Dove siete? Quanti siete? Dateci la vostra posizione così inviamo dei soccorsi", rispondono dalla sala operativa della Guardia Costiera che nel frattempo allerta tutte le imbarcazioni che si trovano nella zona per cercare quella più vicina da inviare sul luogo di chi ha chiesto aiuto.
Un lavoro incessante, continuo, 24 ore su 24, non soltanto di chi sta di guardia nella sala operativa ma anche di tutti quei comandanti di navi militari, italiane e straniere, di mercantili che battono bandiere di tutto il mondo che improvvisamente cambiano rotta per dirigersi verso quei barconi che stanno affondando, per salvare bambini, donne, uomini che dopo un'odissea vissuta tra deserti e prigioni libiche riescono a imbarcarsi sulle navi dei trafficanti di esseri umani per raggiungere l'Italia, l'Europa. "Ma molti, purtroppo, non sappiamo quanti, non ce la fanno, scompaiono nel fondo del mare e nella maggioranza dei casi si tratta dei barconi che partono dall'Egitto, da dove la traversata è più lunga rispetto a quella dalla Libia e molto spesso non ci chiamano e quindi non sappiamo dove sono e quanti sono", dice il controammiraglio Nicola Carlone, il "regista" della sala operativa della Guardia Costiera che mentre sta soccorrendo quelli che affondano già pensa al giorno dopo, per non lasciare sguarnita quella grande area del Mediterraneo affollata di altra barconi che partono dall'Egitto o dalla Libia.
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"Questi barconi affondano molto presto perché si tratta di imbarcazioni che sono state per molti mesi, forse anche qualche anno, ferme nei porti o sulle spiagge e che vengono "requisite" dagli scafisti per i loro traffici. Fasciame già secco che all'impatto del mare comincia subito a imbarcare acqua provocando i naufragi". E mentre parla alla sala operativa arrivano altre richieste di soccorso, chiamate di elicotteri della Marina Militare, delle altre navi della Nato che perlustrano il Mediterraneo per motivi diversi (ad esempio i conflitti in Libia) e, soprattutto delle centinaia di mercantili che navigano in quelle zone. "Le navi mercantili - aggiunge il contrammiraglio Carlone - sono il nostro jolly, è grazie a loro che riusciamo a salvare migliaia e migliaia di persone, navi che trasportano cemento ed altre merci dirette in nord Africa e che, davanti ad una nostra segnalazione, deviano dalla loro rotta per andare a soccorrere quelle migliaia di persone che sarebbero destinate a morire".
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Dall'inizio dell'anno le navi mercantili hanno soccorso e salvato oltre 10 mila persone, nel 2015 oltre 50 mila. Cifre impressionanti che stanno a testimoniare che la legge del mare, al di là degli interessi economici, viene rispettata anche dai mercantili che perdono giorni e giorni di navigazione per soccorrere e trasferire nei porti di tutta Italia le persone che hanno soccorso, con costi economici degli armatori e sacrifici dei marinai che spesso, perché non attrezzati per il soccorso a mare, lasciano centinaia di cadaveri alla deriva perché non possono prenderli a bordo per motivi sanitari.