ROMA - La mattanza dell'Holey Artisan Bakery, le sue modalità, le biografie dei suoi carnefici, le prime informazioni raccolte dal team della nostra Intelligence arrivato ieri mattina a Dacca, consegnano a Palazzo Chigi due certezze. Che nulla sia cambiato nel "risk assessment", nella prognosi di rischio, che riguarda il nostro Paese - "Non siamo più esposti oggi di quanto non lo fossimo la scorsa settimana e non esiste allo stato alcuna circostanza di fatto che autorizzi a concludere che fosse l'Italia in quanto tale l'obiettivo della strage" - ma che tutto debba e possa rapidamente cambiare per contenere l'escalation con cui l'Is ha segnato questo Ramadan di sangue. La Guerra della Propaganda. Quella che si combatte nella dimensione digitale. Che, nella notte di Dacca, è stata dispiegata con scolastica crudeltà, che ha già cambiato la "narrazione" del Terrore e che per questo ora interpella, insieme ai Governi, i grandi Provider, i padroni della Rete.
Una guerra, per dirla con una qualificata fonte di Governo, "in cui il racconto dell'azione è ormai importante quanto l'azione" e su cui "si gioca la possibilità di contenere la metastasi di Daesh prima che sia troppo tardi. Prima che, proprio attraverso la Rete, assuma quelle caratteristiche di mondializzazione che il Califfato persegue e che ci proietterebbero davvero in uno scenario catastrofico".
Non è un caso che, da venerdì notte, sul tavolo del Sottosegretario alla Sicurezza Nazionale, Marco Minniti, la nostra Intelligence abbia posto due evidenze. La prima sono le tre foto scattate all'interno dell'Holey durante la macelleria degli innocenti e postate on line alle 2.32 dall'agenzia dello Stato Islamico Amaq. La seconda è il lead di poche righe a corredo del manifesto, anche questo pubblicato in Rete con hashtag #Bangladesh #Dhaka, con cui il sedicente "Esercito dei figli del Califfato" annuncia altri lutti. "Voi, le vostre famiglie, i vostri amici, tutti voi siete nostri obiettivi. Vi uccideremo persino nei vostri sogni".
"Nella storia del '900 - dice una fonte di Palazzo Chigi - abbiamo conosciuto un periodo buio della ragione, un cortocircuito dell'umanità che ha portato all'Olocausto. Quella follia si è alimentata della propaganda. Che non a caso era l'ossessione del Terzo Reich. Oggi, ora, quelle immagini di un'umanità letteralmente sventrata, di corpi eviscerati, riversi nel loro sangue e nei loro liquidi biologici, quella minaccia di uccidere nei sogni, le une e le altre affidate alla Rete in tempo reale, ci dicono che siamo di fronte alla stessa sfida. In gioco sono il racconto del Terrore e la sua forza contagiosa. Per altro, non è la prima volta. Ma la terza, in un mese. Pensiamo al precedente della diretta streaming dell'assassino di Les Mureaux dall'appartamento della famiglia che aveva sterminato con il bimbo che aveva appena reso orfano, o alla strage di Orlando. Dobbiamo cercare insieme ai grandi Provider gli strumenti adatti per combattere insieme questo malware del Terrore con cui il Califfato ha deciso di trascinarci in una mondializzazione del conflitto. Non possiamo continuare a stare a guardare".
Un'urgenza da tempo posta all'attenzione di Palazzo Chigi da entrambe le nostre agenzie di Intelligence - Aise ed Aisi - e dalle implicazioni evidentemente delicate, sia sul piano delle libertà che su quello della raccolta di informazioni in chiave preventiva. E che, non a caso, da sempre ha trovato tiepidi Stati Uniti e Gran Bretagna, i colossi del "sigint", dello spionaggio elettronico e digitale, che proprio nella Rete hanno trovato e continuano a trovare parte significativa di informazioni non solo per condurre operazioni negli scenari di guerra "simmetrica" (il deserto siriano, piuttosto che quello iracheno o libico), ma anche per acquisire intelligence cruciale sui nuovi focolai di quella metastasi chiamata Daesh.
Ancora il 26 giugno scorso, infatti, il Comando Unificato per Guerra Elettronica Statunitense, spiegava al Congresso americano la sua contrarietà ad oscurare i server attivi a Raqqa e Mosul, perché "la presenza dello Stato Islamico on line rappresenta uno strumento per prevenirne i piani".
"È evidente - prosegue la fonte di Palazzo Chigi - che nessuno può immaginare di oscurare la Rete. Il mondo intero, non solo l'Occidente, non può perdere né libertà, né velocità. Ma una soluzione tecnica per rendere più difficile l'accesso e l'uso da parte del Califfato di quell'arma che ha dimostrato di saper utilizzare alla perfezione, va trovata. Altrimenti questa guerra non può essere vinta. Daesh va colpita lì dove coltiva la sua ossessione di sangue". Del resto, che Internet e l'uso dei social media siano un asset strategico del Califfato lo dimostra una circostanza. Nel 2014, dopo la conquista di Mosul, Al Baghdadi diede tre priorità. Lo svuotamento dei caveau delle banche, il controllo dei pozzi petroliferi e il ripristino della Rete per le comunicazioni dati on-line.
Una guerra, per dirla con una qualificata fonte di Governo, "in cui il racconto dell'azione è ormai importante quanto l'azione" e su cui "si gioca la possibilità di contenere la metastasi di Daesh prima che sia troppo tardi. Prima che, proprio attraverso la Rete, assuma quelle caratteristiche di mondializzazione che il Califfato persegue e che ci proietterebbero davvero in uno scenario catastrofico".
Non è un caso che, da venerdì notte, sul tavolo del Sottosegretario alla Sicurezza Nazionale, Marco Minniti, la nostra Intelligence abbia posto due evidenze. La prima sono le tre foto scattate all'interno dell'Holey durante la macelleria degli innocenti e postate on line alle 2.32 dall'agenzia dello Stato Islamico Amaq. La seconda è il lead di poche righe a corredo del manifesto, anche questo pubblicato in Rete con hashtag #Bangladesh #Dhaka, con cui il sedicente "Esercito dei figli del Califfato" annuncia altri lutti. "Voi, le vostre famiglie, i vostri amici, tutti voi siete nostri obiettivi. Vi uccideremo persino nei vostri sogni".
"Nella storia del '900 - dice una fonte di Palazzo Chigi - abbiamo conosciuto un periodo buio della ragione, un cortocircuito dell'umanità che ha portato all'Olocausto. Quella follia si è alimentata della propaganda. Che non a caso era l'ossessione del Terzo Reich. Oggi, ora, quelle immagini di un'umanità letteralmente sventrata, di corpi eviscerati, riversi nel loro sangue e nei loro liquidi biologici, quella minaccia di uccidere nei sogni, le une e le altre affidate alla Rete in tempo reale, ci dicono che siamo di fronte alla stessa sfida. In gioco sono il racconto del Terrore e la sua forza contagiosa. Per altro, non è la prima volta. Ma la terza, in un mese. Pensiamo al precedente della diretta streaming dell'assassino di Les Mureaux dall'appartamento della famiglia che aveva sterminato con il bimbo che aveva appena reso orfano, o alla strage di Orlando. Dobbiamo cercare insieme ai grandi Provider gli strumenti adatti per combattere insieme questo malware del Terrore con cui il Califfato ha deciso di trascinarci in una mondializzazione del conflitto. Non possiamo continuare a stare a guardare".
Un'urgenza da tempo posta all'attenzione di Palazzo Chigi da entrambe le nostre agenzie di Intelligence - Aise ed Aisi - e dalle implicazioni evidentemente delicate, sia sul piano delle libertà che su quello della raccolta di informazioni in chiave preventiva. E che, non a caso, da sempre ha trovato tiepidi Stati Uniti e Gran Bretagna, i colossi del "sigint", dello spionaggio elettronico e digitale, che proprio nella Rete hanno trovato e continuano a trovare parte significativa di informazioni non solo per condurre operazioni negli scenari di guerra "simmetrica" (il deserto siriano, piuttosto che quello iracheno o libico), ma anche per acquisire intelligence cruciale sui nuovi focolai di quella metastasi chiamata Daesh.
Ancora il 26 giugno scorso, infatti, il Comando Unificato per Guerra Elettronica Statunitense, spiegava al Congresso americano la sua contrarietà ad oscurare i server attivi a Raqqa e Mosul, perché "la presenza dello Stato Islamico on line rappresenta uno strumento per prevenirne i piani".
"È evidente - prosegue la fonte di Palazzo Chigi - che nessuno può immaginare di oscurare la Rete. Il mondo intero, non solo l'Occidente, non può perdere né libertà, né velocità. Ma una soluzione tecnica per rendere più difficile l'accesso e l'uso da parte del Califfato di quell'arma che ha dimostrato di saper utilizzare alla perfezione, va trovata. Altrimenti questa guerra non può essere vinta. Daesh va colpita lì dove coltiva la sua ossessione di sangue". Del resto, che Internet e l'uso dei social media siano un asset strategico del Califfato lo dimostra una circostanza. Nel 2014, dopo la conquista di Mosul, Al Baghdadi diede tre priorità. Lo svuotamento dei caveau delle banche, il controllo dei pozzi petroliferi e il ripristino della Rete per le comunicazioni dati on-line.