Dopo 18 anni di carcere ritorna a casa, a Mamoiada, Pietro Paolo Melis, condannato a 30 anni per il sequestro e l'omicidio di Vanna Licheri, imprenditrice agricola sequestrata il 14 maggio 1995 vicino ad Abbasanta, nel centro Sardegna. È stata la Corte d'Appello di Perugia, che ha riaperto il processo nel marzo 2014, a stabilire l'immediata scarcerazione di Melis, indicato come la mente di uno degli ultimi sequestri della stagione dell'Anonima sarda, e ora assolto per non avere commesso il fatto.
Melis era stato condannato sulla base di intercettazioni telefoniche nelle quali avrebbe discusso con Giovanni Gaddone, condannato a 30 anni per il sequestro della Licheri e ad altri 30 per quello dell'imprenditore romano Ferruccio Checchi, i particolari organizzativi per la prigionia dell'imprenditrice di Abbasanta, rapita e mai più tornata a casa. I nuovi software usati per analizzare le registrazioni hanno stabilito che a parlare con Gaddone, che si è sempre dichiarato soltanto un "emissario" dei sequestri, non era Melis, che in tutti questi anni si è sempre dichiarato innocente. Nel corso del processo d'appello del 1998, Melis scoppiò in lacrime in aula, professandosi incapace di compiere un crimine così efferato, anche perché, sosteneva, la sua famiglia era stata vittima di un sequestro. Fondamentale per stabilire l'innocenza di Melis, la perizia sulla sua voce e sul suo accento, che secondo i suoi legali non rispondeva a quello di un sardo di Mamoiada. E nel paese di Melis non appena si è diffusa la notizia dell'immediata scarcerazione una folla si è radunata intorno alla casa dove vive la madre 74enne dell'ex detenuto. "È il giorno più bello della mia vita", ha detto appena arrivato in paese dopo essere stato liberato dal non lontano carcere di Badu 'e Carros, a Nuoro.
Il caso di Melis riporta alla cronaca uno dei periodi più drammatici della storia dei rapimenti in Sardegna. Il 14 maggio del 1995 un commando formato da quattro uomini armati e mascherati sequestra, nelle campagne vicino ad Abbasanta, Giovanna Maria Licheri, da tutti conosciuta semplicemente come Vanna, sposata con un pensionato e madre di quattro figli, mentre era a mungere il bestiame di prima mattina nell'azienda agro-zootecnica di famiglia. Il sequestro fa scalpore anche perché avviene a pochi chilometri di distanza dal centro di addestramento di Abbasanta, un distaccamento supermoderno e dotato di sofisticate apparecchiature di pronto intervento nel quale vengono preparati ad agire gli agenti delle scorte di magistrati e politici e gli uomini delle squadriglie antisequestri. Proprio da qui, spesso, partono i rastrellamenti e le battute sul Supramonte contro i rapitori.
Nei mesi successivi al sequestro della donna le forze dell'ordine mettono a segno alcuni colpi e in ottobre riescono a liberare l'imprenditore turistico romano Ferruccio Checchi, sequestrato 4 giorni dopo la Licheri e Giuseppe Vinci, che era stato rapito un anno prima. Ma Vanna Licheri non torna mai a casa e durante il processo del 1997 si svelano i particolari delle lettere che i sequestratori le facevano scrivere per fare pressioni sulla famiglia, l'ultima delle quali cominciava con "Vi prego, fate presto". I Licheri cercarono di mettere insieme i soldi per un riscatto, ma la trattativa venne ostacolata dalla legge che prevede il blocco dei beni e impediva i contatti dei familiari con i banditi. Molti e numerosi gli interrogativi, i dubbi e i misteri sui motivi reali che, nonostante i cinquecento milioni messi insieme dalla famiglia in risposta all'ultima richiesta dei banditi, condussero i fuorilegge a non contattare l'emissario che aveva in consegna i soldi e a non rilasciare la donna. Nel corso degli anni nelle montagne del Supramonte e in altri luoghi sono stati trovati resti di cadaveri, ma la famiglia Licheri non ha mai avuto un corpo da seppellire.
Melis era stato condannato sulla base di intercettazioni telefoniche nelle quali avrebbe discusso con Giovanni Gaddone, condannato a 30 anni per il sequestro della Licheri e ad altri 30 per quello dell'imprenditore romano Ferruccio Checchi, i particolari organizzativi per la prigionia dell'imprenditrice di Abbasanta, rapita e mai più tornata a casa. I nuovi software usati per analizzare le registrazioni hanno stabilito che a parlare con Gaddone, che si è sempre dichiarato soltanto un "emissario" dei sequestri, non era Melis, che in tutti questi anni si è sempre dichiarato innocente. Nel corso del processo d'appello del 1998, Melis scoppiò in lacrime in aula, professandosi incapace di compiere un crimine così efferato, anche perché, sosteneva, la sua famiglia era stata vittima di un sequestro. Fondamentale per stabilire l'innocenza di Melis, la perizia sulla sua voce e sul suo accento, che secondo i suoi legali non rispondeva a quello di un sardo di Mamoiada. E nel paese di Melis non appena si è diffusa la notizia dell'immediata scarcerazione una folla si è radunata intorno alla casa dove vive la madre 74enne dell'ex detenuto. "È il giorno più bello della mia vita", ha detto appena arrivato in paese dopo essere stato liberato dal non lontano carcere di Badu 'e Carros, a Nuoro.
Il caso di Melis riporta alla cronaca uno dei periodi più drammatici della storia dei rapimenti in Sardegna. Il 14 maggio del 1995 un commando formato da quattro uomini armati e mascherati sequestra, nelle campagne vicino ad Abbasanta, Giovanna Maria Licheri, da tutti conosciuta semplicemente come Vanna, sposata con un pensionato e madre di quattro figli, mentre era a mungere il bestiame di prima mattina nell'azienda agro-zootecnica di famiglia. Il sequestro fa scalpore anche perché avviene a pochi chilometri di distanza dal centro di addestramento di Abbasanta, un distaccamento supermoderno e dotato di sofisticate apparecchiature di pronto intervento nel quale vengono preparati ad agire gli agenti delle scorte di magistrati e politici e gli uomini delle squadriglie antisequestri. Proprio da qui, spesso, partono i rastrellamenti e le battute sul Supramonte contro i rapitori.
Nei mesi successivi al sequestro della donna le forze dell'ordine mettono a segno alcuni colpi e in ottobre riescono a liberare l'imprenditore turistico romano Ferruccio Checchi, sequestrato 4 giorni dopo la Licheri e Giuseppe Vinci, che era stato rapito un anno prima. Ma Vanna Licheri non torna mai a casa e durante il processo del 1997 si svelano i particolari delle lettere che i sequestratori le facevano scrivere per fare pressioni sulla famiglia, l'ultima delle quali cominciava con "Vi prego, fate presto". I Licheri cercarono di mettere insieme i soldi per un riscatto, ma la trattativa venne ostacolata dalla legge che prevede il blocco dei beni e impediva i contatti dei familiari con i banditi. Molti e numerosi gli interrogativi, i dubbi e i misteri sui motivi reali che, nonostante i cinquecento milioni messi insieme dalla famiglia in risposta all'ultima richiesta dei banditi, condussero i fuorilegge a non contattare l'emissario che aveva in consegna i soldi e a non rilasciare la donna. Nel corso degli anni nelle montagne del Supramonte e in altri luoghi sono stati trovati resti di cadaveri, ma la famiglia Licheri non ha mai avuto un corpo da seppellire.