Cronaca

Terremoto, in fila tra i donatori di sangue. Genitori e figli insieme: "Poteva capitare anche a noi"

Per molti è la prima volta. In tanti hanno girato più ospedali. E grazie alla straordinaria prova di generosità l'allarme dell'Avis è cessato

3 minuti di lettura
ROMA - Madri e figlie assieme, compagni di scuola reduci dalle vacanze dopo la maturità,  impiegati usciti dall’ufficio e pensionati. Sono stati tutti in coda pazientemente per ore, decisi ad offrire il loro sangue, e per molti era la prima volta, così da aiutare i feriti del terremoto. E’ stata un’ondata di solidarietà straordinaria quella che negli ultimi due giorni ha invaso i centri ospedalieri dal nord al sud del paese, tanto che molti hanno dovuto girare più nosocomi nelle grandi città prima di riuscire a fare il prelievo.

Raccolta anche decuplicata. Tanti in coda ieri erano alla prima volta, decisa sull’onda dell’emozione, con la voglia di essere vicini a chi non ha più tetto e famiglia. “Non sono un medico era l’unica cosa che potevo fare”, “Avrei potuto essere io li sotto le macerie”, commentavano nell’attesa che gli infermieri oberati di lavoro li facessero passare.  Una vera folla di neofiti che si è andata ad aggiungere all’esercito dei volontari abituali del sangue, oltre un milione e settecentomila italiani. Il risultato è stato che solo nella giornata di mercoledì  nel Lazio si è quintuplicato la quantità di sangue raccolto abitualmente, all’ospedale San Camillo di Roma, addirittura dieci volte i prelievi abituali.

Ora bisogna prenotarsi per donare il sangue. Grazie alla generosità di tanti, è arrivato lo stop dalle autorità sanitarie: per ora è cessato allarme, non c’è bisogno di andare subito a donare altro sangue, meglio prenotarsi in modo che gli addetti ai lavori sapendo le esigenze pianifichino la raccolta, fissino gli appuntamenti nelle prossime settimane. Perchè nulla venga sprecato e non si rischi di trovarsi a corto di plasma o piastrine quando nei giorni a venire la quotidianità avrà il sopravvento sull’emozione e i donatori alla prima esperienza saranno tornati alla loro routine. “Tra due settimane le scorte diminuiranno allora sarà utile andare”, dice Aldo Ozino Caligaris, presidente nazionale Fidas e portavoce delle associazioni dei volontari del sangue.

Le storie, tanti i giovani. Nella sala di attesa del Fatebenefratelli  accanto all’isola Tiberina continua ad arrivare gente e la sala di attesa è gia affollata alle nove di mattina. Hanno dai 18 ai 65 anni. Molti sono alla prima volta e l’idea dell’ago in vena non li entusiasma proprio. Ma questa mattina non ci hanno pensato due volte. La tragedia è avvenuta alle porte di casa, in luoghi di vacanza che conoscono: hanno visto in rete  immagini difficili da dimenticare: coetanei col volto stravolto, famiglie spezzate nella notte, paesi cancellati. Così le parole sono secche: “Mi sembrava giusto anche se confesso ho paura di svenire” ammette Marco, 18 anni, 75 alla maturità, arrivato al centro con quattro amici. Accanto a lui sono tanti i ragazzi. Molti hanno già bussato ad altro ospedali, sovraffollati di donatori. Come Jacob, 19 anni,  appena tornato dalle vacanze è andato al San Camillo ma c’erano 300 persone in attesa ed ha provato in altri ospedali ben deciso a dare il suo sangue. Non è un novellino, ma un donatore volontario abituale  “sono un motociclista, so quanto serve il sangue e oggi c’era un motivo in più e urgente per venire”. Anche Giulia, psicologa di 28 anni non ci ha ragionato più di tanto: “cosa mi ha spinto? Ho pensato di poter essere utile, ho pensato ai miei amici, alle persone che conosco ad Amatrice,  due famiglie hanno perso tutto, ma almeno sono vive”

Genitori e figli assieme. Anche Federica Péalmieri, studentessa universitaria ha girato con sua madre più ospedali, affollati da gente che voleva aiutare i terremotati. Tutte e due assieme si sdraiano sul lettino per farsi mettere l’ago in vena, tranquillamente, mentre sono i ricordi, le emozioni, il dolore per gli altri che le ha mosse e spinte qui. “Avrei potuto esserci io li sotto quelle macerie, conosco quei posti, una mia amica si è salvata ma la madre è in ospedale”. Federica racconta di coetanei che si stanno muovendo per raccogliere cibo coperte, il tam tam della solidarietà naviga in rete, su whats up.

Ma molti che all’inizio avevano pensato di andare a scavare si sono fermati. “Ieri mattina alle sette un mio amico è partito deciso a dare una mano ma quando sono arrivati i soccorsi hanno detto che piuttosto c’era bisogno di cibo, coperte, pannolini”. dice  Domenico, receptionist ventenne che ha coinvolto altri coetanei a donare il sangue. Accanto a lui babbo e figlio, Stefano Lodolini, 54 anni, tecnico di computer e il suo  Luca, 18 anni. Anche nelle loro parole c’è un gioco di riflessi e partecipazione, tra loro vivi a Roma e chi era su quelle colline, in quei paesi sventrati, madri, figli, genitori e ragazzi travolti dalle case sbriciolate. “Ho pensato che era una cosa che avrebbe potuto capitare a me, ci sono stato in quei posti così difficili da raggiungere oggi. Andare lì per me era inutile, piuttosto do il mio sangue”. Per Luca è la prima volta, mentre il padre Stefano è un donatore volontario di lungo corso: “ho visto in passato raccolte di cibo che finisce buttato via, perso, il sangue non avanza mai”.


"Perché non l'ho fatto prima". Consuelo, impiegata di 43 anni non si nasconde dietro facile retorica. “Io ? Mi sono domandata perché non l’ho fatto prima, perché non ho donato quando è accaduto il terremoto dell’Aquila. Forse questa volta mi ha spinto il fatto che fosse accaduto vicino, in un posto che conosco. E’ la mia prima volta ma non sarà l’ultima, non si può dire di essere colpiti da una tragedia se poi non si fa nulla. La commozione deve muoverti verso gli altri, spingerti ad aiutare per quello che puoi. Altrimenti è tutto inutile”.