Migranti, il padre del piccolo Aylan: "Un anno dopo, si continua a morire in mare"
di MAURIZIA MARCOALDI
Il 2 settembre del 2015 il mondo si commuoveva per la foto del bambino trovato cadavere sulla spiaggia di Bodrum. Poco è cambiato, dopo gli impegni e le promesse: in 12 mesi nel Mediterraneo oltre 4.000 vittime
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ROMA - "Le morti continuano e nessuno fa niente. Eppure dopo la perdita in mare della mia famiglia i politici avevano detto: mai più!". Parole amare e di denuncia quelle di Abdullah Kurdi, il padre delpiccolo Aylan, il profugo siriano di soli tre anni ritrovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum, sulla costa egea della Turchia. Sono passati 12 mesi da quando loscatto della giornalista turca Nilufer Demir suscitò sdegno e commozione in tutto il mondo, richiamando la comunità internazionale a un senso di responsabililità di fronte al dramma dei profughi siriani. Un anno dopo, Abdullah Kurdi, in un'intervista al quotidiano tedesco Bild, condanna l'inerzia dei governi. Purtroppo sono ancora tanti i padri dei piccoli Aylan che continuano a veder morire i propri figli nel silenzio e nell'indifferenza mondiale.
A testimoniare il dramma dei profughi ci sono le storie di Abdelaziz, Mamdouh, Yassir che con le loro famiglie sono scappati da due guerre, dalla Siria e dalla Libia, e hanno intrapreso la rotta balcanicacon la speranza di una nuova vita nel continente europeo. Il destino di questi tre uomini era legato allo stesso sogno di una seconda opportunità, pagato 600 euro a persona a un trafficante conosciuto a Tripoli. Ma all'inizio di agosto il sogno si è trasformato in un incubo: Abdelaziz ha perso una figlia e la moglie nel naufragio al largo delle coste libiche, Mamdouh la moglie e Yassir l'intera famiglia.
A fare eco alle parole di Abdullah Kurdi e alle dolorose testimonianze dei tanti profughi siriani e libici, che ogni giorno cercano di raggiungere l'Europa, ci sono le principali associazioni di assistenza umanitaria.
"Dall'inizio del 2016, lungo le rotte migratorie in tutto il mondo muore una persona ogni 80 minuti", sottolinea l'Oxfam chiedendo ai leader mondiali di proteggere tutte le persone in fuga e di assicurare un accesso più sicuro al continente. Sempre secondo l'Oxfam, il Mediterraneo si conferma la rotta più difficile con 4.181 persone morte dal ritrovamento del corpo di Aylan, il 12,6% in più rispetto all'anno precedente.
Anche Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, mostra tutta la sua preoccupazione dichiarando che "se i Paesi ricchi non si assumeranno maggiori responsabilità, condanneranno migliaia di bambini a rischiare la vita in viaggi pericolosissimi". L'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani dà il senso del dramma attraverso i numeri: 3.171 i morti registrati nel 2016 secondo il Missing Migrants Project dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, e almeno 700, per Caritas/Migrantes, i bambini morti durante i viaggi della speranza nel solo 2015.
L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati parla di 11 morti al giorno. E guardando oltre le tragedie che si consumano quotidianamente in mare, "esorta i governi e i loro partner nazionali ad impegnarsi per lo sviluppo e l'attuazione di piani nazionali complessivi di integrazione. I numerosi contributi che i rifugiati apportano alla loro nuova società devono essere riconosciuti". L'Unhcr chiede inoltre "un chiaro impegno per la prevenzione della discriminazione, la promozione dell'inclusione e la lotta contro il razzismo e la xenofobia" e dichiarato che sebbene il numero di rifugiati e migranti in arrivo in Grecia sia considerevolmente diminuito, a seguito dell'attuazione dell'accordo tra Unione europea e Turchia, gli arrivi in Italia sono rimasti sostanzialmente stabili con circa 115.000.
Insomma, a un anno di distanza poco sembra essere cambiato. Tanti bambini continuano a morire in silenzio e tanti altri vivono una vita che, come dimostranogli scatti diffusi sui social network dagli attivisti di Aleppo Media Center, poco ha a che vedere con la spensieratezza che dovrebbe contraddistinguere la loro età.
A breve, il 19 e il 20 settembre a New York, i principali leader mondiali discuteranno della crisi migratoria globale in due importanti meeting: il Summit delle Nazioni Unite per i rifugiati e migranti, e il Leaders’ Summit sui rifugiati convocato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Ma lo stesso rappresentante di Amnesty si è dichiarato scettico sul vertice Onu che potrebbe "terminare con dichiarazioni ipocrite, mentre molti bambini continueranno a soffrire". Eppure questi due incontri potrebbero essere un'opportunità unica per impegnarsi nella tutela della vita umana.
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