ROMA - Quando alle otto di sera arriva una notizia che riguarda la vita, la morte, la fragilità, l'intimità violata di una persona che non sa più difendersi, una redazione si trova di fronte al dilemma e all'urgenza di una scelta. E' successo ieri sera, con la storia di Tiziana, suicida per la vergogna di un video che la perseguitava. Repubblica ha preso la sua decisione.
Queste righe non servono a vantare una superiorità, ma a spiegare una differenza, e a rivendicare una scelta. Non ad aprire un dibattito, che è già iniziato, e altri sapranno spiegare se secondo loro, codici deontologici alla mano, in un caso penoso come questo sia non solo lecito, ma addirittura doveroso esporre le generalità e le immagini di una donna che chiedeva solo di essere dimenticata. E a cui un tribunale aveva riconosciuto questo diritto.
Repubblica ha preso una strada diversa: qui, e sul giornale in edicola, non appariranno le foto di Tiziana, né il suo cognome. Conosciamo bene il mezzo su cui scriviamo e sappiamo che, semplicemente sbattendo quel cognome in un titolo, cavalcando l'onda impazzita delle ricerche su Google, avremmo fatto il pieno di clic. Ma il nostro dovere è informare. E questa volta abbiamo ritenuto che un'immagine e un cognome non aggiungessero nulla per i lettori. Quanto tolgono ancora alla dignità di chi ha smesso di lottare? Decidere su questioni così complesse nei tempi stretti imposti dalla cronaca è spesso un'impresa che fa tremare i polsi, e l'errore è in agguato per tutti. Poi viene il momento della riflessione sulle proprie scelte. Esattamente un anno fa ci trovammo di fronte a un dilemma altrettanto drammatico: se pubblicare l'immagine del piccolo Aylan, affogato su una spiaggia di Bodrum. Lì la scelta fu diversa: il mondo doveva sapere cosa stava accadendo nel mare a due passi da casa nostra. E ancora oggi quella foto dovrebbe essere ricordata a chi ha rimosso le buone intenzioni e i pentimenti spergiurati sull'onda della commozione.
Il gesto estremo di Tiziana è stato l'ultimo grido di chi voleva solo sparire. Continueremo a informare sulla sua vicenda, sul lavoro della magistratura, sull'accertamento di eventuali responsabilità. Su tutto il resto, cada davvero l'oblio.
Queste righe non servono a vantare una superiorità, ma a spiegare una differenza, e a rivendicare una scelta. Non ad aprire un dibattito, che è già iniziato, e altri sapranno spiegare se secondo loro, codici deontologici alla mano, in un caso penoso come questo sia non solo lecito, ma addirittura doveroso esporre le generalità e le immagini di una donna che chiedeva solo di essere dimenticata. E a cui un tribunale aveva riconosciuto questo diritto.
Repubblica ha preso una strada diversa: qui, e sul giornale in edicola, non appariranno le foto di Tiziana, né il suo cognome. Conosciamo bene il mezzo su cui scriviamo e sappiamo che, semplicemente sbattendo quel cognome in un titolo, cavalcando l'onda impazzita delle ricerche su Google, avremmo fatto il pieno di clic. Ma il nostro dovere è informare. E questa volta abbiamo ritenuto che un'immagine e un cognome non aggiungessero nulla per i lettori. Quanto tolgono ancora alla dignità di chi ha smesso di lottare? Decidere su questioni così complesse nei tempi stretti imposti dalla cronaca è spesso un'impresa che fa tremare i polsi, e l'errore è in agguato per tutti. Poi viene il momento della riflessione sulle proprie scelte. Esattamente un anno fa ci trovammo di fronte a un dilemma altrettanto drammatico: se pubblicare l'immagine del piccolo Aylan, affogato su una spiaggia di Bodrum. Lì la scelta fu diversa: il mondo doveva sapere cosa stava accadendo nel mare a due passi da casa nostra. E ancora oggi quella foto dovrebbe essere ricordata a chi ha rimosso le buone intenzioni e i pentimenti spergiurati sull'onda della commozione.
Il gesto estremo di Tiziana è stato l'ultimo grido di chi voleva solo sparire. Continueremo a informare sulla sua vicenda, sul lavoro della magistratura, sull'accertamento di eventuali responsabilità. Su tutto il resto, cada davvero l'oblio.