Tattoo al sole uno spot sulla pelle

Tattoo al sole uno spot sulla pelle

In spiaggia i turisti mettono in mostra i loro disegni sul corpo: sempre più grandi, tribali, concepiti soprattutto per stupire chi li guarda

Tattoo al sole uno spot sulla pelle
Tattoo al sole uno spot sulla pelle
Tattoo al sole uno spot sulla pelle
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Tattoo al sole uno spot sulla pelle
Tattoo al sole uno spot sulla pelle
Ogni estate italiani e turisti mettono in mostra i propri corpi, inconsapevolmente tessendo un complicato e a volte assurdo ornamento socio-culturale direttamente sulle spiagge. Molto spesso è come trasformarsi in una pagina di Facebook, cercando di impressionare con colori e disegni. La pelle dell’uomo moderno non comunica con un senso logico. E più la discesa nella spirale di questo consumismo delle immagini diventa violenta, più caos trasmettono i corpi. Il tatuaggio era altro. Nasceva dalla capacità e dalla necessità di creare il contenuto della comunicazione corporea.
Cinquemila anni fa i miei antenati siberiani per raccontare il destino di una persona usavano un complicato codice simbolico che infondeva nei tatuaggi l’esperienza vissuta. Gli antichi egizi mescolavano inchiostro e polvere d’oro per tracciare sui corpi dei nobili i segni del potere divino che avrebbero dovuto proteggere loro nel regno dei morti. Vichinghi e altri popoli nordeuropei sfoggiavano incisioni complesse che contenevano più informazioni di un codice a barre. Allora regnava la logica, seppur primordiale; oggi domina l’estetica. Meno abbiamo da dire, meno cultura rappresentiamo, più diventiamo neutri e omogenizzati, più cerchiamo di rappresentarci attraverso marchi prevedibili, vuoti ma quasi sempre giganteschi. È un’epoca delle cose macro, dove la grandezza spesso determina la qualità.
La macchina più grossa, la barca più lunga, il tatuaggio più ampio e possibilmente colorato nel modo più chiassoso: il ricercato simbolismo della scienza araldica si è così trasformato in una brutta imitazione della iconografia pubblicitaria. In questo periodo mi trovo in Sardegna, dove tatuo alcuni dei miei amici in uno studio di San Teodoro e ogni tanto giro sulla spiaggia per osservare. Farfalle colorate, la faccia del guerriero indiano, il profilo del lupo che ulula sulla luna piena, il folletto seduto sul fungo mentre fuma una canna sono vestigia degli anni Ottanta, si incontrano sbiadite addosso a cinquantenni, alcuni dei quali cercano persino di nasconderle perché non si riconoscono più in quelle icone. Solo Bob Marley sembra resistere alle stagioni e alle generazioni. Invece mi imbatto sempre più spesso nei tatuaggi che chiamo “pavonici”: disegni enormi, più o meno tribali, che a volte si sviluppano su intere parti del corpo.
Sono ornamenti, che non comunicano nulla, ma vogliono solo impressionare gli spettatori: sono spot. Ci sono quelli giapponesi, utilizzati senza avere la minima idea dei significati originali. Geishe accanto al Buddha, demoni che cercano di azzannare capre sacre. Ma si tratta di peccati veniali. Mi ha colpito un turista romano con un Brad Pitt a colori sul tutta la coscia. Perché? «Me l’ha proposto il tatuatore, senza farmelo pagare». Praticamente si è prestato a fare da tela e per il resto dei suoi giorni porterà addosso il volto copiato da una pubblicità di occhiali. O il ragazzo coperto di disegni dalla testa ai piedi, con un terzo della schiena occupato da Spongebob che sodomizza Mattero Renzi con il fumetto: “La Costituzione non si tocca!”. Sì, qualcuno cerca di comunicare: lo fa con un megafono sulla pelle, che urla rabbia o frustrazione. Penso al giovanotto di Rimini con un’enorme vagina sulla schiena, perché «molto attratto dal sesso femminile». Con l’unico effetto di ritrovarsi solo, mentre gli altri bagnanti lo aggiravano molto più disgustati che stupiti.

*Nicolai Lilin, pseudonimo di Nicolaj Veržbickij (1980), russo naturalizzato italiano. Amante dei tatuaggi, ha scritto “Storie sulla pelle” (Einaudi). Il suo ultimo libro è “Spy story, love story” (Einaudi)

**Simona Pampallona, nota come “Pamp”, nasce nel 1980 a Roma dove vive. Freelance, collabora con la casa di produzione cinematografica Tempesta e con Internazionale online. Tra i suoi soggetti, i migranti, le occupazioni a scopo abitativo, i villaggi agricoli della Valle degli Elfi in Toscana e i temi femministi e queer. Per questo reportage, realizzato per Repubblica, ha percorso il tratto di litorale da Ostia a Torvajanica alla ricerca di “soggetti tatuati”
 
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