"La crisi del linguaggio politico è una minaccia diretta per la democrazia. La salute del sistema democratico dipende dalla nostra capacità di comprenderci gli uni con gli altri, di capire i punti di vista diversi dai nostri, e così di avanzare insieme verso la soluzione dei problemi comuni". Mark Thompson mi spiega così la scelta di scrivere il primo libro della sua vita: La fine del dibattito pubblico.
Che cosa è successo al linguaggio della politica?, in uscita in Italia in questi giorni. C'è dentro un condensato di lezioni da una carriera giornalistica eccezionale, più di trent'anni fra il mestiere di reporter della Bbc, poi la direzione di quella tv, infine l'incarico di presidente e chief executive del New York Times che ricopre da quattro anni.
La crisi del linguaggio politico non è solo una patologia "semiologica", è il segnale di un male più profondo, la scomparsa di regole comuni nella sfera pubblica, di un'etica condivisa, di un patto di cittadinanza che ci unisce nel rispetto reciproco. Sono temi che nel libro di Thompson includono Donald Trump, Brexit, le fake news, il rigetto della scienza dal clima alle vaccinazioni. Ma non è schiacciato sul presente, parte dalle origini, dagli albori, dai primi segnali precursori. Ne parlo con l'autore mentre è di partenza per un tour europeo.
Cosa succede alla democrazia quando il linguaggio pubblico impazzisce?
"Un esempio recente dalla Gran Bretagna: dopo la vittoria di Brexit improvvisamente c'è stato un boom di ricerche su Google per capire cos'è l'Unione europea. Solo dopo, non prima del referendum, molti hanno cominciato a scoprire cos'è veramente l'Unione. Nel corso della campagna elettorale il livello del dibattito era stato angosciante da ambo le parti, aveva confuso gli elettori anziché illuminarli. In America si scopre che un terzo degli elettori sono contrari alla riforma sanitaria detta Obamacare, però vogliono salvare l'Affordable Care Act... che è esattamente la stessa legge chiamata con un nome diverso. Il livello d'informazione sulle politiche pubbliche s'inabissa, mentre prevale la pancia, l'istinto, l'emozione convogliata da tv e social media".
Nel libro lei descrive la tendenza a crogiuolarsi in una cultura del vittimismo, a esternare lamenti e recriminazioni a non finire. Sono i social media ad avere messo piagnistei, insolenze e aggressioni al centro del discorso pubblico?
" Il modo in cui si sono evoluti i social media è riassunto nel passaggio dalla fotografia al selfie, ciascuno vuole anzitutto l'immagine riflessa di se stesso. L'obiettivo non è rivolto verso il mondo esterno ma verso l'utente, in un'auto- confessione permanente, in cui esterno quello che sento, minuto per minuto.
A Facebook affidiamo la cronaca delle nostre emozioni, non un resoconto oggettivo. Tra l'altro questa deriva ha contagiato anche i media tradizionali che ormai sono invasi da confessioni, autobiografie. La tv Vice è un esempio: perfino i suoi inviati sul fronte di guerra raccontano conflitti lontani attraverso le loro emozioni personali. La comunicazione del vittimismo ha un senso se viene da minoranze veramente oppresse. Ma nell'America di Trump è la maggioranza bianca, il ceto medio benpensante, ad avere copiato le tattiche delle minoranze per descriversi come vittima, bisognosa di protezione di fronte agli immigrati: e così il linguaggio del vittimismo è diventato generale. Abbiamo di fronte agli occhi ciò che accade quando in una democrazia tutti pretendono di essere minoranze oppresse " .
Lei usa un neologismo, "autenticismo", ben diverso dall'autenticità. Perché è così potente?
" L'autenticità, lo sforzo di essere sinceri su noi stessi, è un valore importante. L'" autenticismo" è un istinto politico con cui presenti te stesso come più " vero" del tuo oppositore, ti richiami al " popolo reale" mettendolo in contrasto con l'élite. Come se un funzionario dello Stato o un economista o un giornalista non fossero reali. È una reazione contro una cultura della razionalità che risale all'Illuminismo, che cercò di depurare il linguaggio pubblico dalla religione e dalle emozioni. Nel mio libro risalgo ad una retorica aristotelica che cerca un equilibrio fra ragione, identità, sentimenti. È quell'equilibrio che si è perduto oggi. Dal cambiamento climatico ai vaccini, i dati statistici, i risultati dell'analisi scientifica, insomma i fatti, vengono ignorati per dare spazio alla narrazione delle nostre sofferenze, paure, rancori " .
In questo saggio lei sottolinea le analogie fra Trump, Berlusconi e Grillo. Altri risalgono più indietro, a D'Annunzio e Mussolini. Dopo avere dato al mondo Leonardo e Galileo, l'Italia è diventata un laboratorio della rivolta contro il razionalismo?
" Non tutti i populisti sono per forza fascisti ma è vero che l'eco degli anni Trenta è percepibile. Mussolini fu un precursore dell'autenticismo, un maestro nel fingere una diversità radicale fra se stesso e il ceto politico tradizionale, ipocrita e falso per definizione. Berlusconi prima di Trump ha sfidato l'idea marxista secondo cui uno straricco con uno stile di vita lussuoso ( e per di più una vita privata disordinata) non può diventare l'alfiere del popolo. Ma i sostenitori di Berlusconi e Trump non devono aver letto Marx. Amano il parlare semplice, di chi gli promette: basta parole vuote, io agisco. Con Grillo hanno in comune il fatto che nessuno di loro viene dalla politica " .
Lei scrive anche sulla " idiozia di un nichilismo ispirato dalla religione", a proposito dei jihadisti cresciuti a Parigi, Bruxelles, Berlino. Vede una paradossale convergenza tra i due anti-razionalismi anti- moderni, Trump e il fondamentalismo islamico?
"Trump non ha un'ideologia così rigida, e anche quando abbraccia il rifiuto dell'immigrazione ne fa un uso cinico, per consolidare la sua presa populista. Dunque le differenze tra lui e i jihadisti sono sostanziali. Però entrambi aggrediscono le strutture del pensiero e le istituzioni delle liberaldemocrazie occidentali. L'Occidente si fonda sullo Stato di diritto, la separazione dei poteri, e dietro questo c'è il presupposto che i tuoi oppositori sono in buona fede, che con loro è possibile e necessario avere un dibattito civile " .
Una sigla che cattura l'essenza del nostro tempo è TL; DR ovvero " too long; didn't read" ( troppo lungo, non l'ho letto). Riassume pigrizia diffusa, superficialità, e uno scatto di stizza verso i contenuti seri, approfonditi, elaborati. Lei non si occupa solo di politica. Questo saggio è una riflessione su di noi, l'evoluzione dei media, la lotta per la sopravvivenza di un giornalismo di qualità, il suo ruolo e il suo futuro.
"Il populismo vince attraverso il degrado dell'informazione, il dilagare della volgarità, il prevalere degli estremi. Tutto ciò viene favorito dalla compressione dell'attenzione. Ma la domanda di un'informazione di qualità sta tornando a crescere, come dimostrano i dati del New York Times. In Europa le elezioni francesi, olandesi e tedesche saranno un'occasione per misurare gli antidoti al pensiero di Trump e al tempo stesso conquistare un'audience nuova. Ci sono segnali che il dilagare delle fake news stia suscitando un bisogno di realtà, una ricerca di fonti affidabili".
Che cosa è successo al linguaggio della politica?, in uscita in Italia in questi giorni. C'è dentro un condensato di lezioni da una carriera giornalistica eccezionale, più di trent'anni fra il mestiere di reporter della Bbc, poi la direzione di quella tv, infine l'incarico di presidente e chief executive del New York Times che ricopre da quattro anni.
La crisi del linguaggio politico non è solo una patologia "semiologica", è il segnale di un male più profondo, la scomparsa di regole comuni nella sfera pubblica, di un'etica condivisa, di un patto di cittadinanza che ci unisce nel rispetto reciproco. Sono temi che nel libro di Thompson includono Donald Trump, Brexit, le fake news, il rigetto della scienza dal clima alle vaccinazioni. Ma non è schiacciato sul presente, parte dalle origini, dagli albori, dai primi segnali precursori. Ne parlo con l'autore mentre è di partenza per un tour europeo.
Cosa succede alla democrazia quando il linguaggio pubblico impazzisce?
"Un esempio recente dalla Gran Bretagna: dopo la vittoria di Brexit improvvisamente c'è stato un boom di ricerche su Google per capire cos'è l'Unione europea. Solo dopo, non prima del referendum, molti hanno cominciato a scoprire cos'è veramente l'Unione. Nel corso della campagna elettorale il livello del dibattito era stato angosciante da ambo le parti, aveva confuso gli elettori anziché illuminarli. In America si scopre che un terzo degli elettori sono contrari alla riforma sanitaria detta Obamacare, però vogliono salvare l'Affordable Care Act... che è esattamente la stessa legge chiamata con un nome diverso. Il livello d'informazione sulle politiche pubbliche s'inabissa, mentre prevale la pancia, l'istinto, l'emozione convogliata da tv e social media".
Nel libro lei descrive la tendenza a crogiuolarsi in una cultura del vittimismo, a esternare lamenti e recriminazioni a non finire. Sono i social media ad avere messo piagnistei, insolenze e aggressioni al centro del discorso pubblico?
" Il modo in cui si sono evoluti i social media è riassunto nel passaggio dalla fotografia al selfie, ciascuno vuole anzitutto l'immagine riflessa di se stesso. L'obiettivo non è rivolto verso il mondo esterno ma verso l'utente, in un'auto- confessione permanente, in cui esterno quello che sento, minuto per minuto.
A Facebook affidiamo la cronaca delle nostre emozioni, non un resoconto oggettivo. Tra l'altro questa deriva ha contagiato anche i media tradizionali che ormai sono invasi da confessioni, autobiografie. La tv Vice è un esempio: perfino i suoi inviati sul fronte di guerra raccontano conflitti lontani attraverso le loro emozioni personali. La comunicazione del vittimismo ha un senso se viene da minoranze veramente oppresse. Ma nell'America di Trump è la maggioranza bianca, il ceto medio benpensante, ad avere copiato le tattiche delle minoranze per descriversi come vittima, bisognosa di protezione di fronte agli immigrati: e così il linguaggio del vittimismo è diventato generale. Abbiamo di fronte agli occhi ciò che accade quando in una democrazia tutti pretendono di essere minoranze oppresse " .
Lei usa un neologismo, "autenticismo", ben diverso dall'autenticità. Perché è così potente?
" L'autenticità, lo sforzo di essere sinceri su noi stessi, è un valore importante. L'" autenticismo" è un istinto politico con cui presenti te stesso come più " vero" del tuo oppositore, ti richiami al " popolo reale" mettendolo in contrasto con l'élite. Come se un funzionario dello Stato o un economista o un giornalista non fossero reali. È una reazione contro una cultura della razionalità che risale all'Illuminismo, che cercò di depurare il linguaggio pubblico dalla religione e dalle emozioni. Nel mio libro risalgo ad una retorica aristotelica che cerca un equilibrio fra ragione, identità, sentimenti. È quell'equilibrio che si è perduto oggi. Dal cambiamento climatico ai vaccini, i dati statistici, i risultati dell'analisi scientifica, insomma i fatti, vengono ignorati per dare spazio alla narrazione delle nostre sofferenze, paure, rancori " .
In questo saggio lei sottolinea le analogie fra Trump, Berlusconi e Grillo. Altri risalgono più indietro, a D'Annunzio e Mussolini. Dopo avere dato al mondo Leonardo e Galileo, l'Italia è diventata un laboratorio della rivolta contro il razionalismo?
" Non tutti i populisti sono per forza fascisti ma è vero che l'eco degli anni Trenta è percepibile. Mussolini fu un precursore dell'autenticismo, un maestro nel fingere una diversità radicale fra se stesso e il ceto politico tradizionale, ipocrita e falso per definizione. Berlusconi prima di Trump ha sfidato l'idea marxista secondo cui uno straricco con uno stile di vita lussuoso ( e per di più una vita privata disordinata) non può diventare l'alfiere del popolo. Ma i sostenitori di Berlusconi e Trump non devono aver letto Marx. Amano il parlare semplice, di chi gli promette: basta parole vuote, io agisco. Con Grillo hanno in comune il fatto che nessuno di loro viene dalla politica " .
Lei scrive anche sulla " idiozia di un nichilismo ispirato dalla religione", a proposito dei jihadisti cresciuti a Parigi, Bruxelles, Berlino. Vede una paradossale convergenza tra i due anti-razionalismi anti- moderni, Trump e il fondamentalismo islamico?
"Trump non ha un'ideologia così rigida, e anche quando abbraccia il rifiuto dell'immigrazione ne fa un uso cinico, per consolidare la sua presa populista. Dunque le differenze tra lui e i jihadisti sono sostanziali. Però entrambi aggrediscono le strutture del pensiero e le istituzioni delle liberaldemocrazie occidentali. L'Occidente si fonda sullo Stato di diritto, la separazione dei poteri, e dietro questo c'è il presupposto che i tuoi oppositori sono in buona fede, che con loro è possibile e necessario avere un dibattito civile " .
Una sigla che cattura l'essenza del nostro tempo è TL; DR ovvero " too long; didn't read" ( troppo lungo, non l'ho letto). Riassume pigrizia diffusa, superficialità, e uno scatto di stizza verso i contenuti seri, approfonditi, elaborati. Lei non si occupa solo di politica. Questo saggio è una riflessione su di noi, l'evoluzione dei media, la lotta per la sopravvivenza di un giornalismo di qualità, il suo ruolo e il suo futuro.
"Il populismo vince attraverso il degrado dell'informazione, il dilagare della volgarità, il prevalere degli estremi. Tutto ciò viene favorito dalla compressione dell'attenzione. Ma la domanda di un'informazione di qualità sta tornando a crescere, come dimostrano i dati del New York Times. In Europa le elezioni francesi, olandesi e tedesche saranno un'occasione per misurare gli antidoti al pensiero di Trump e al tempo stesso conquistare un'audience nuova. Ci sono segnali che il dilagare delle fake news stia suscitando un bisogno di realtà, una ricerca di fonti affidabili".