'Ndragheta, arrestato il figlio del boss Condello
Alessia Candito, di ALESSIA CANDITOL'uomo è accusato di associazione mafiosa e di essere uno dei promotori delle corse clandestine di cavalli che la cosca organizzava sulla strada Gallico-Gambarie, con connesso giro di scommesse.
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Finisce in manette il figlio di Pasquale Condello “Il Supremo”, superboss di Reggio Calabria per oltre vent’anni inafferrabile bestia nera di inquirenti e investigatori. A ventotto anni, il figlio Domenico Francesco, non ha ancora raggiunto le vette criminali del padre, che da latitante è riuscito non solo a concepirlo, ma anche a gestire con pugno di ferro prima una sanguinosa guerra di mafia contro il potentissimo casato mafioso dei De Stefano e successivamente la stagione di pace, concordia e ordinata spartizione degli appalti che ne è seguita. Per gli inquirenti però, il figlio del Superboss - arrestato dagli uomini della polizia di Stato e dai carabinieri nell'ambito dell'operazione Eracle - “non è un quisque de populo” ma un astro nascente della ‘ndrangheta reggina. Non a caso, è a lui che è stato affidato un settore di business storicamente importante per i clan, le c… |
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Finisce in manette il figlio di Pasquale Condello “Il Supremo”, superboss di Reggio Calabria per oltre vent’anni inafferrabile bestia nera di inquirenti e investigatori. A ventotto anni, il figlio Domenico Francesco, non ha ancora raggiunto le vette criminali del padre, che da latitante è riuscito non solo a concepirlo, ma anche a gestire con pugno di ferro prima una sanguinosa guerra di mafia contro il potentissimo casato mafioso dei De Stefano e successivamente la stagione di pace, concordia e ordinata spartizione degli appalti che ne è seguita. Per gli inquirenti però, il figlio del Superboss - arrestato dagli uomini della polizia di Stato e dai carabinieri nell'ambito dell'operazione Eracle - “non è un quisque de populo” ma un astro nascente della ‘ndrangheta reggina.
Non a caso, è a lui che è stato affidato un settore di business storicamente importante per i clan, le corse dei cavalli. Una cosa seria per la ‘ndrangheta. Questione di prestigio, di tradizione, di autorità criminale, fin dai tempi – dicono studi storiografici -di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Ma soprattutto questione di business. Attorno a puledri e giumente – dopati all’inverosimile e costretti a correre su strade asfaltate – girano anche soldi. E tanti. Quelli delle scommesse, quelli delle gare clandestine, quelli delle compravendite degli animali. Tutti “rami di business” da gestire con diplomazia e attenzione, stando attenti a non provocare frizioni e scontri con gli altri clan attivi nel “settore”. Ecco perchè – sostengono i magistrati – solo il giovane Condello poteva gestire da capo un’organizzazione dedita alla gestione di competizioni clandestine fra puledri e giumente, da lui stesso dopati per correre senza freni su strade asfaltate e assolutamente inidonee, dove più volte gli animali hanno subito traumi e fratture, che potrebbero averne causato l’abbattimento. Un’attività a cui il figlio del boss è stato avviato fin da bambino. «È dal 2002 che 'mpaio (gestisco ndr) cavalli, avevo dodici anni, tredici anni» dice intercettato. E per il suo clan, di cui orgogliosamente porta e ostenta il nome, le corse sono un tradizionale vessillo di potenza e autorità, in primo luogo criminale. «Una decina di anni indietro, otto anni indietro, Quando vedevano "Scuderia Condello" si tenevano a 150 km. Nessuno veniva! - ascoltano gli investigatori nel corso di una conversazione registrata nella scuderia del rampollo del boss- Li 'bampavano (stracciavano ndr) a tutti! C'è stato un periodo che avevamo quattro cavalli uno meglio dell'altro». Adesso la situazione è un po’ cambiata. Con il superboss in galera e il clan da anni sotto scacco di inquirenti e investigatori, chi è rimasto fuori ha imparato a nascondersi, a mantenere un basso profilo. Le competizioni non si fanno più in pieno giorno, ma il figlio del boss e i suoi accoliti sono comunque ancora in grado di bloccare all’alba una delle principali arterie di collegamento fra città e montagna per far correre i propri cavalli. Gare monitorate dagli investigatori, che più volte hanno visto la strada a scorrimento veloce Gallico-Gambarie trasformarsi in un circuito a cui nessuno aveva diritto ad accedere fino alla fine delle corse matte di puledri e giumente dei clan. Il copione era sempre il medesimo. Appuntamento di domenica mattina, attorno alle sette, alla rotatoria di Gallico nei pressi di uno dei principali svincoli autostradali della periferia nord della città. Da lì, partiva un primo corteo di moto che faceva da apripista sulla trafficata strada di collegamento fra città e montagna, mentre i cavalli si posizionavano all’inizio della strada come su un’ideale linea di partenza. A gara iniziata, un secondo corteo di moto, si assicurava che nessuno disturbasse o distraesse gli animali, sulla cui corsa erano in tanti a scommettere. Perché anche il prestigio in terra di ‘ndrangheta è questione di business. |